Sulle sponde del lago Maggiore si è svolto il G7 della Finanza, con molti temi caldi al centro, alcuni in linea con quanto discusso lo scorso maggio a Niigata, in Giappone, altri emersi a seguito degli ultimi sviluppi geopolitici. 29 delegazioni e 200 addetti media per coprire uno degli incontri più rilevanti nel panorama economico mondiale. L’Italia ha assunto la presidenza dell’evento, con il ministro Giorgetti e il governatore della Banca d’Italia Panetta chiamati a ricoprire il ruolo di “mediatori responsabili” tra le diverse opinioni sul tavolo delle discussioni. Ho avuto l’occasione di presenziare a questo summit, che ho seguito con grande attenzione e interesse, da cui ho tratto spunto per produrre delle analisi dei temi principali affrontati. Di seguito il terzo, e ultimo, dedicato alle iniziative e alla situazione del G7 nei confronti dei paesi emergenti.
I fatti
Se ci si basasse sulla copertura mediatica, questo argomento sembrerebbe uno dei meno importanti, ma in verità gli sono stati dedicate due sessioni di discussioni contro quella singola, ad esempio, per la discussione del problema ucraino. Il G7, seguendo la linea del summit dello scorso anno e i progetti del G20, supporta attivamente lo sviluppo di paesi emergenti, soprattutto quelli appartenenti al continente africano. Su questo fronte, quest’anno, sono state prese numerose decisioni e sono stati varati diversi finanziamenti volti alla creazione di infrastrutture all’avanguardia nei paesi designati.
In ambito finanziario, esistono delle Banche di Sviluppo Multilaterali (MDB) che operano a livello internazionale per aiutare lo sviluppo e il sostegno economico di paesi con reddito medio basso. A questo proposito, il G7 ha sottolineato che, in base alle evidenze, queste istituzioni possono aumentare la loro efficacia ed efficienza lavorando come sistema unico, anziché ognuna da sé. Inoltre, è stata data priorità alla mobilizzazione di ulteriore capitale di privati, attraverso la rimozione di barriere residue agli investimenti di questi ultimi. In cifre, secondo una prospettiva del CAF (Capital Adequacy Framework), le più grandi MDB avranno a disposizione ulteriori finanziamenti per un ammontare di oltre 200 miliardi $ nei prossimi 10 anni; a questi vanno aggiunti altri 68 miliardi $ stanziati dai paesi del G7 per la IBRD (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo). Sul fronte asiatico, è stato eseguito un “replenishment”, termine tecnico per indicare un’iniezione di capitale, dell’AsDF (Fondo per lo Sviluppo Asiatico), con relativo auspicio ad un’iniziativa simile da parte di tutti coloro che non fanno parte del G7. Sono stati lanciati una serie di programmi di aiuti finanziari tramite la coordinazione tra IMF (Fondo Monetario Internazionale) e WBG (World Bank Group); è stato, inoltre, affermato di voler garantire tutto il supporto necessario per coprire le necessità finanziarie a lungo termine del PRGT (Trust per la Crescita e la Riduzione della Povertà), operante in Africa tramite la concessione di finanziamenti agevolati a tasso zero per il miglioramento delle policy monetarie e, più in generale, delle pratiche di governo, anche verso gli obiettivi ambientali condivisi.
Particolari attenzioni sono state dedicate alla situazione in Africa, teatro di numerose iniziative internazionali, prima fra tutte l’AVMA (African Vaccine Manifacturing Accelerator), ideata e condotta dalla GAVI, una delle associazioni ufficiali invitate al G7. L’acceleratore in questione è un progetto iniziato a seguito del G7 tenutosi in Germania nel 2022, che ha dato successivamente impulso al Team Europe, un approccio fondato sull’analisi di paesi con evidenti difficoltà di sviluppo e sulla fornitura di aiuti mirati. In quest’ottica è stata evidenziata l’incapacità pressoché totale del continente africano di produrre medicinali da sé, e per questo è stato avviato un ambizioso progetto di accelerazione della capacità produttiva in questo territorio, con il contributo e il supporto dei paesi del G7. Quest’anno, nello specifico, sono stati dati ulteriori spunti su future collaborazioni, ed è stato ulteriormente ribadito il supporto per i progetti in questione, espandendo le finalità delle iniziative alla produzione regionale in generale, e non solo in risposta alla crisi dovuta al Covid. Infine, è stata garantito un ulteriore spazio di dialogo al G7 della sanità che si terrà ad ottobre. Un’altra importante iniziativa nel continente africano è l’AGIA (Alleanza per le Infrastrutture Green in Africa), volta a colmare il divario ancora notevole tra gli obiettivi di sostenibilità e la situazione attuale delle infrastrutture disponibili. A riguardo, sono stati aumentati i progetti finanziabili, portando il valore totale a 10 miliardi $, dando il compito di raccolta di fondi all’AfDB (African Development Bank), che a sua volta aprirà le porte a investimenti privati. Il G7, oltre ad aver confermato l’interesse nelle iniziative, ha affermato che contribuirà, nel breve periodo, fino a 150 milioni $, cifra che verrà innalzata a 3 miliardi $ grazie al contributo di creditori privati. Sia l’AGIA che l’AVMA si inseriscono in un disegno decisamente più ampio, che come obiettivo quello di includere una moltitudine di paesi africani nelle catene di approvvigionamento dei paesi del G7, così da proseguire ulteriormente il percorso di progressiva indipendenza dalla Cina ribadito anche lo scorso anno in Giappone. Sono stati individuati proprio i paesi africani per questo scopo, con i quali è stato avviato un processo lungo e difficile di raccolta e rielaborazione dati che prende il nome di RISE, con l’obiettivo di fornire aiuto da un punto di vista della governance. I paesi oggetto di studio sono stati: Zambia, Congo, Burundi e Malawi; in cui verrà lanciata la Local Information Platform entro la fine dell’anno, con lo scopo di raccogliere e presentare al pubblico in forma più accessibile tutti gli studi condotti sul territorio.
A livello di relazioni diplomatiche, sono stati firmati tre Memorandum d’Intesa (MoU) con paesi africani: Zambia, Etiopia e Ghana; e con uno asiatico, lo Sri Lanka. Questi documenti giuridici costituiscono una conferma di interessi comuni tra nazioni, sia a livello teorico che pratico, con piani di azione prestabiliti; hanno carattere riservato e godono di grandi libertà di modifica senza passare attraverso complessa burocrazia.
L’analisi
Nonostante la sezione relativa ai “fatti” di questo articolo sia dedicata maggiormente alla spiegazione di ciò che viene esposto, si può partire dal presupposto che i temi trattati siano principalmente tre: cooperazione finanziaria, aiuto ai paesi africani, sviluppo delle relazioni diplomatiche.
Dal punto di vista finanziario, le MDB trovano ancora larghissima applicazione e una base molto solida di sostenitori; a prova di questo, seppur non direttamente, sono state le parole di Panetta riguardo la situazione di ottima salute e robustezza degli istituti di credito dei paesi del G7, visto che sono proprio questi ultimi i principali shareholders delle principali MDB, come la EIB (European Investment Bank). In quest’ambito, la difficoltà maggiore risiede nella mediazione tra le necessità di sviluppo delle infrastrutture primarie, ancora assenti in molte zone del continente africano, e quelle di crescita in direzione di economie sostenibili e competitive; la discrepanza sta nel ridotto ritorno finanziario delle prime rispetto alle seconde, sembra quindi corretto affermare che il G7, attraverso le sue istituzioni e quelle con cui collabora, tratta il continente africano come un partner economicamente alla pari, ma politicamente e finanziariamente sottomesso. Questo dà il via libera a tutti gli istituti di credito multinazionali in questione, che operano spesso con politiche molto aggressive e tassi di interesse onerosi, al punto che molte di queste nazioni vedono il loro rapporto debito PIL lievitare a causa anche degli investimenti stranieri. Siamo certi, tuttavia, di un’unica cosa, che non si possa smettere di investire, e che bisogna continuare a farlo creando delle istituzioni che possano fungere da intermediari tra i paesi sviluppati e quelli in fase di sviluppo. Questo per evitare un fenomeno simile a quello che ha sperimentato la Cina a seguito di numerosi IDE (Investimenti Diretti Esteri) da parte di azionisti privati, che hanno preso la governance di aziende strategiche nei settori energetici e hanno scatenato un movimento di riappropriazione nazionale guidato dal leader congolese Tshisekedi. In definitiva, si tratterà di una sorta di “Scramble for Africa” finanziaria, in cui, ancora una volta, si assisterà ad uno scontro tra superpotenze e giocatori minori.
Dal punto di vista di aiuti concreti ai paesi africani in difficoltà, è bene fare chiarezza circa la distinzione dalla categoria di investimenti precedentemente analizzata. Come ogni operazione di capitalizzazione, un investimento prevede il pagamento di interessi, con conseguente restituzione di un valore nominale maggiore di quanto ricevuto per i paesi beneficiari di questi investimenti; con il termine “aiuti”, invece, si fa riferimento ad una serie di programmi di sviluppo e crescita volti a dare contributi senza vincoli finanziari, ma che richiedono un ritorno in altre modalità. Riguardo questa seconda tipologia, è necessario fare luce su un’iniziativa di rilievo proposta dall’OECD: il sistema Two-Pillar. Consiste in due accordi, chiamati Pillar 1 e 2, circa la tassazione delle MNE (Multi National Enterprises) in giurisdizioni economiche che rispettano determinati criteri, così da destinare i fondi raccolti dalla tassa a queste ultime. Così facendo, si giunge ad una ridistribuzione più equa dei diritti di tassazione che, al momento, sono quasi interamente nelle mani delle nazioni in cui le MNE hanno sede legale. Prima del 2025, tuttavia, non si assisterà ad alcun accordo su questo fronte, visto che, per ora, soltanto i paesi dell’Unione Europea hanno introdotto questa soluzione, mentre gli altri 109 paesi firmatari devono ancora ultimare le discussioni sulle modalità di implementazione della Two Pillar Solution. Il giro di affari a livello globale in fatto di tasse che si andrebbe a ridistribuire ammonta a circa 300 miliardi $, se si considerano entrambi i “pillars”, una cifra che non può certamente essere ignorata, e che entrerà direttamente nelle casse dei molti paesi a medio-basso reddito, con conseguente spinta verso ulteriori progetti e miglioramenti delle condizioni di vita.
Per concludere, l’approccio dei paesi del G7 ha da sempre costituito un tema caldo per via della direzione che è stata data agli investimenti concessi, che da sempre giungono in questi paesi con clausole di utilizzo ben specifiche e spesso considerate inutili. Se si osserva la situazione di instabilità politica di molte regioni del continente africano, tuttavia, ci si rende conto del pericolo che questi fondi possano essere utilizzati per alimentare regimi al limite della legalità, e così si giunge ad una giustificazione dei mezzi adottati dal G7. Va posta molta attenzione ad altri “giocatori” in questo territorio, come la Cina, che, come visto, opera attraverso investimenti diretti, e non mediati, garantendo meno collaborazione e più obbedienza. Il G7 si avvia verso un allontanamento sempre più rapido da aiuti concreti, avvicinandosi, invece, ad una forma di sovvenzionamento dei settori che in Europa faticano a trovare spazio finanziario (vedi quelli “green”), come se i paesi emergenti rappresentassero il “cortile sul retro” del G7, in cui coesistono necessità del “terzo mondo” e ambizioni nei confronti di progetti all’avanguardia. Il modello reggerà, a patto che le prime continuino ad essere il fondamento per le seconde.
FOTO: G7 MEF
