1 May 2026 – Friday
1 May 2026 – Friday

G7 – Rapporti con la Cina: un possibile terzo attore inaspettato

Sulle sponde del lago Maggiore si è svolto il G7 della Finanza, con molti temi caldi al centro, alcuni in linea con quanto discusso lo scorso maggio a Niigata, in Giappone, altri emersi a seguito degli ultimi sviluppi geopolitici. 29 delegazioni e 200 addetti media per coprire uno degli incontri più rilevanti nel panorama economico mondiale. L’Italia ha assunto la presidenza dell’evento, con il ministro Giorgetti e il governatore della Banca d’Italia Panetta chiamati a ricoprire il ruolo di “mediatori responsabili” tra le diverse opinioni sul tavolo delle discussioni. Ho avuto l’occasione di presenziare a questo summit, che ho seguito con grande attenzione e interesse, da cui ho tratto spunto per produrre delle analisi dei temi principali affrontati. Di seguito il secondo, dedicato al rapporto tra nazioni del G7 e Cina.

I fatti

Sulla linea del G7 dello scorso anno, il problema della sovracapacità produttiva cinese è tornato ad essere in primo piano. La situazione è la seguente: la Cina è in grado di esportare un enorme quantitativo di merci a prezzi molto più bassi della concorrenza. Questo danneggia la competitività delle aziende nazionali, che perdono quote di mercato domestico senza poter reagire prontamente, visto che per aumentare la competitività abbattendo ulteriormente i costi di produzione sono necessari ingenti investimenti in ricerca e sviluppo sia economici che temporali. I settori interessati da questa “over-production” cinese sono quello dei microchip, delle batterie e delle auto elettriche, oltre ad una serie di prodotti legati alla transizione energetica, come pannelli solari e minerali indispensabili. Sul tavolo delle trattative, ancora una volta, ci sono visioni contrastanti: gli USA, assieme ad alcuni paesi europei come la Francia, spingono nella direzione di misure protezionistiche, ma trovano resistenza nella Germania, che preferisce una soluzione a tutela del libero mercato.

Durante il G7 non si è giunti ad alcuna decisione in materia di azioni concrete da intraprendere, ma è stata ribadita l’apertura alla collaborazione bilanciata e reciproca tra le parti, pur mostrando notevoli preoccupazioni nei confronti di tutte le politiche non di mercato adottate dalla Cina per conquistare economie estere. Il G7 si appella alle regole della WTO (World Trade Organization), condannando apertamente tutte le forme eccessive di sussidi governativi a settori specifici, e incoraggiano la raccolta e la condivisione di dati sempre più precisi e dettagliati circa questi argomenti, così da poter produrre studi maggiormente efficaci in un futuro prossimo circa gli impatti macroeconomici delle suddette pratiche. Infine, i Ministri hanno aperto il dialogo futuro anche con organizzazioni al di fuori di quelle già consolidate, con lo scopo di raggiungere gli obiettivi in materia di mercato libero e concorrenziale, fondato su un sistema multilaterale, opposto a quello multipolare.

L’analisi

Questo è certamente un tema ben più complesso di quello analizzato nella prima sezione, visto che siamo potenzialmente di fronte ad una modificazione sostanziale dell’assetto globale nei rapporti economici. Come spesso accade, siamo proprio noi europei ad essere al centro della disputa, e a prenderci solo il peggio dalle decisioni delle due maggiori potenze mondiali.

Gli USA, da un lato, già con la presidenza Trump avevano iniziato ad aumentare i dazi nei confronti dei prodotti cinesi, condotta che era destinata a terminare con il neoeletto Biden, ma che, come visto, ha ben presto tradito uno degli ideali della sua campagna elettorale, aumentando questi ultimi nei confronti di importazioni cinesi nei settori dell’high-tech e dei “prodotti verdi”. La loro linea, prevedibilmente, è molto netta, volta a rendere ulteriormente indipendenti le catene di approvvigionamento per le aziende statunitensi. Provvedimenti come il “Inflation Reduction Act” o il “Chips Act”, chiamati a contrastare il problema cinese, consistono, tra gli altri, in incentivi (anche nella forma di sussidi, importante da sapere per più avanti) alle aziende di settori specificamente colpiti dalla competitività dei prodotti importati. Nel frattempo, è stata avviata un’indagine nei confronti della Cina, volta a scoprire eventuali pratiche di “dumping”, termine tecnico con cui si indica la condotta di un paese consistente nell’esportazione di prodotti a prezzi molto più bassi dei competitor così da conquistare mercati esteri attraverso sovvenzioni statali sleali. Questa pratica è contraria alle regole della WTO, esattamente come l’applicazione di dazi troppo elevati o il sussidio eccessivo a settori di respiro internazionale. Insomma, è chiaro assumere che gli USA stiano indagando la Cina riguardo condotte che, a loro volta, praticano proprio per contrastare l’operato orientale; la contraddizione sembra essere materia forte degli americani.

L’Europa, d’altra parte, non fa altro che mediare, ancora una volta. La Cina mostra interesse nel nostro continente, con gli investimenti di Byd in nuovi stabilimenti produttivi in Ungheria, o l’accordo raggiunto tra Stellantis e LeapMotor per la vendita dei veicoli di quest’ultima in UE. Tuttavia, le importazioni di veicoli dalla Cina costituiscono una minaccia anche per l’economia europea, per di più ad uno stadio più avanzato, visto che molti produttori sono già disponibili nel nostro territorio da tempo. Per questo motivo, anche l’UE ha avviato un’inchiesta nei confronti della Cina per antidumping. La posizione di resistenza tedesca è giustificata dallo stretto rapporto fondato proprio sugli scambi commerciali, forti sia nell’import che export reciproco, oltre che dalla fragilità politica ed economica di questo periodo che fa della Germania una nazione meno forte rispetto agli ultimi anni. D’altra parte, la linea francese è comprensibile, visto che non si vuole sprecare in alcun modo l’occasione di spalleggiare gli americani, sull’eredità del trilaterale di maggio tra Commissione europea, Francia e Cina, in cui è stato riaffermato l’impegno francese a ridurre la dipendenza critica dai cinesi, salvo scontrarsi con il realismo di Fabry, analista francese, che ha chiaramente messo in luce la dipendenza della Francia dall’innovazione e dagli investimenti cinesi nel breve periodo. Per concludere, la posizione europea risulta essere la più complicata, schiacciata tra due blocchi opposti, incapace di staccarsi e prendere una posizione autonoma. Tuttavia, la situazione in cui si trova il Vecchio Continente è frutto dell’atteggiamento ottimistico da sempre dimostrato nei confronti del libero mercato, che ha saputo mantenere l’Europa al passo con le ultime innovazioni, tenendo floridi, allo stesso tempo, i settori legati alla nostra cultura.

Dopo aver visto le posizioni di USA ed Europa, è bene precisare che non ci sono prove concrete riguardo l’efficacia delle misure protezionistiche per la ridistribuzione del reddito, considerata la piaga del mondo contemporaneo. La principale causa di questa problematica, secondo molti studi, viene erroneamente fatta risalire alla globalizzazione, mentre è il progresso tecnologico a determinare una sempre maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito a livello globale. Ragionando da un punto di vista egoistico, ponendo cioè in primo piano le nostre imprese, va sottolineata l’importanza del libero commercio a livello internazionale, specialmente in nazioni come la nostra che fanno un uso estensivo ed esemplare del concetto di filiera produttiva, che si spezzerebbe a seguito di misure protezionistiche. Infine, non bisogna dimenticare che, come sostiene Davide Suverato in un approfondimento dedicato proprio a questo tema[1], le misure a difesa della produzione domestica finiscono per penalizzare maggiormente le classi meno abbienti della società, aumentando ulteriormente il divario di reddito già ampio.

Alla luce di quanto esposto, per cercare di proporre una soluzione al problema è bene introdurre il terzo attore fondamentale in questa disputa: il Giappone. Guidato dal governo di Kishida, si trova nel bel mezzo di una guerra commerciale tra le due superpotenze a lui più care, con le quali è sempre riuscito a mantenere un sano rapporto grazie alla separazione tra politica, favorevole agli ideali USA, ed economia, favorevole a quelli cinesi. Per intenderci, il Giappone assorbe il 22% delle esportazioni cinesi, mentre queste ultime il 26% di quelle nipponiche; insomma, entrambi traggono vantaggio dal libero commercio, concetto per di più ribadito da Li Qiang, premier cinese, al primo trilaterale tra Cina, Giappone e Corea del Sud, tenutosi a maggio. Oggi la nazione nipponica ha un bisogno spinto di uscire dalla fase di crescita molto lenta in cui stagna da diverso tempo, dovuta al calo demografico, alla perdita di produttività e alle pressioni sullo yen. Anche per questo motivo, ad aprile è stato firmato il primo accordo bilaterale con l’UE, chiamato APS (accordo di partenariato strategico), con cui i paesi hanno sottoscritto l’impegno verso maggiori collaborazioni.

In definitiva, lo scenario futuro possibile risiede, contemporaneamente, in una mediazione condotta a coppie tra UE-USA e Giappone-Cina, e una stretta collaborazione per il raggiungimento dei medesimi obiettivi tra Giappone e UE, visto che questi rappresentano gli unici attori disposti a trattare con entrambi. Risiede tutto, dunque, nella capacità di creare un tavolo comune di discussioni, tramite due intermediari che condividono agende simili, così da giungere, seppur indirettamente, ad una soluzione che possa garantire il più possibile gli interessi di tutte le parti coinvolte. Infine, va fatta un’ultima doverosa precisazione, riguardo i prodotti importati dalla Cina. Non si tratta di merce di qualità inferiore, anzi, come mostra il settore dei veicoli elettrici, sono proprio i cinesi ad aver compiuto progressi giganteschi nello sviluppo delle tecnologie in questione, scatenando il panico statunitense, che conserva, però, un vantaggio a livello di software e competenze; non a caso, Tesla non è un’azienda di automobili, ma di software per la guida autonoma, ed è proprio con questo prodotto che è riuscita ad entrare in Cina.

Siamo in un mondo in cui non si applicano più regole comuni, ma sembra vigere la legge del più forte, con l’inevitabile conseguenza della sostituzione del multilateralismo con il multipolarismo. L’unica differenza rispetto al passato è che nessuna potenza è più indispensabile, e per questo la disgregazione è più facile; sta a noi giocare a carte scoperte con i nostri “avversari”, visto che, nel profondo, i meccanismi economici a cui sottostiamo sono gli stessi, e pure gli interessi.

FOTO: G7 MEF


[1] https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/D.%20Suverato%20-%20Un%20protezionismo%20che%20non%20protegge%20e%20le%20sue%20conseguenze%20sulla%20distribuzione%20del%20reddito.pdf

Chief Editor & Web Manager | marco.milesi@studbocconi.it |  + posts
share

Suggested articles

Sulle sponde del lago Maggiore si è svolto il G7 della Finanza, con molti temi caldi al centro, alcuni in linea con quanto discusso lo scorso maggio a Niigata, in Giappone, altri emersi a…

Trending

Sulle sponde del lago Maggiore si è svolto il G7 della Finanza, con molti temi caldi al centro, alcuni in linea con quanto discusso lo scorso maggio a Niigata, in Giappone, altri emersi a…