31 October 2026 – Saturday
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Realismo infinito

Se in italiano la parola scattare restituisce perfettamente la volatilità dell’istante che il fotografo cerca di cogliere, è forse in spagnolo che il verbo prima dell’azione rende l’idea che sta dietro alla fotografia. Tomar una foto, si dice. Letteralmente, prendere una fotografia. Le immagini esistono al di fuori di noi. D’altronde, a differenza del pittore che deve creare qualcosa con le proprie mani, il fotografo ruba qualcosa che esiste già. Deve soltanto vederla. E allora se le immagini esistono da sole e tutti possono prenderle, come si diventa fotografi? 

Il modo migliore di rispondere alla domanda è di cercare dentro le opere di grandi artisti. Il museo di Sant’Eustorgio ha dedicato a Giovanni Chiaramonte una retrospettiva a un anno dalla sua scomparsa, per celebrare l’opera di uno dei massimi fotografi italiani degli ultimi decenni. Chiaramonte nasce a Varese, non lontano da Milano, nel 1948, e inizia la sua attività di fotografo già negli anni Sessanta, potendo quindi partecipare a una stagione di cambiamenti epocali. La sua fotografia, però, mantiene un tratto distintivo e una ricerca molto precisa. Come spiega il testo che accompagna la mostra, Chiaramonte “ha ritratto le vestigia del Vecchio Continente alla ricerca delle origini della nostra civiltà.” 

In effetti, le immagini della retrospettiva colpiscono immediatamente per una tonalità del colore uniforme, senza essere mai banale, che diventa distintiva dell’opera del fotografo. Una luce calda, avvolgente, che restituisce l’impressione di vivere in un sogno. Una donna e un uomo, forse marito e moglie, guardano una luce divina sopra l’orizzonte. Tre cani dal pelo cognac camminano vicino e sembrano apparsi da un altro mondo. A volte, però, la luce arriva da sorgenti inaspettate. Una muscle car è ferma nella notte americana, e in lontananza si staglia uno spettacolo impressionante di fulmini. I fanali di un’auto di passaggio sembrano posarsi sulla tela e sparire.  

Nella luce accesa di mezzogiorno, con le sue ombre dure e verticali, ritorna subito in mente Eugenio Montale, e la sua Spesso il male di vivere ho incontrato. Ecco, i soggetti immortalati da Chiaramonte appaiono sospesi, risparmiati da questo male di vivere. Che siano la luce, il mare, le nuvole, oppure la totale ordinarietà dei gesti che compiono i protagonisti, queste immagini concedono una pausa dal terrore del vuoto inquieto di una vita frenetica.  

In una piccola stanza, è esposta una copia dell’Evangeliario Ambrosiano del 2011, al quale Chiaramonte ha contribuito con una serie di immagini, insieme ad altri grandi artisti del panorama italiano. Di nuovo, si percepisce subito l’abilità dell’artista nel rendere tangibili concetti evanescenti come la fede, la passione di Cristo, la Resurrezione. Ed ecco che il tono delle immagini cambia drasticamente, proprio per mostrare la sacralità dei soggetti e dei temi che vengono ritratti.   

Le scene mostrate da Giovanni Chiaramonte sono spesso del tutto ordinarie. A volte è solo un dettaglio a renderle incredibili. A volte, nemmeno quello. Solo la normalità. Eppure, si ha l’impressione che quell’insieme di istanti sia senza tempo, forse perché proprio così comune, o forse perché visto attraverso la lente di chi possiede un senso in più dei nostri. Viene da augurarsi, però, che questo senso possano svilupparlo un po’ tutti.  

Senior Advisor | lorenzo.garbarino@studbocconi.it | + posts

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