13 June 2026 – Saturday
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Gli Archivi Storici dell’Università Bocconi: racconto di un viaggio lungo sei secoli 

Nel febbrile gorgo della fiumana che quotidianamente vortica nei corridoi e negli spazi, umani e intellettuali, del “dominio Bocconi”, si annida un luogo celato agli sguardi e che ha fatto del silenzio un parlare innestato su binari di scaffali danzanti. È un luogo, questo, che si sottrae candidamente al turbine per vibrare di un riposo interlocutorio, pago della propria umile e intima grandezza. 

Ci troviamo nel seminterrato dell’edificio, in via Ulisse Gobbi, al “meno uno” della Biblioteca dell’Università, lì dove gli sguardi non possono penetrare. È qui che l’archivista, il cicerone di questo viaggio, apre le porte del regno di cui è responsabile, da molti tradotto nell’enigmatica (ed ennesima) sigla tra quelle tanto care agli atenei: ASBOC. Stiamo parlando, si sarà intuito, degli Archivi Storici dell’Università Bocconi. Se vi steste chiedendo perché mi trovi lì, dinanzi a una pesante porta bianca, in un seminterrato, avvolto dal silenzio, la risposta è banale: per curiosità. E devo tuttavia ammettere che tale curiosità, o forse bramosia, era specificamente rivolta a delle riviste di letteratura del primo Novecento che, per uno scambio di informazioni errate, ero convinto si trovassero proprio lì, al “meno uno”. Lo anticipo, per chi si fosse affezionato alla storia: non ho trovato quel che cercavo in quel lembo di sottosuolo, e neanche una traccia vi era mai stata. Eppure, ho trovato qualcosa di inaspettato, una sorpresa per me, a cui sorprese non si posson fare. Ma procediamo adagio, come si conviene. 

Al dischiudersi del lucente portone metallico, mi sono trovato rapito da una singola e singolare stanza di modeste dimensioni, lastricata d’un parquet lustro, pacata nelle sue pareti bianche, illuminata diffusamente dal fascio dei neon sul soffitto. Dinanzi a me, un vecchio catalogo di legno utilizzato decenni fa in Biblioteca. Alla mia sinistra, una scrivania, qualche libro e un paio di elementi appesi alle pareti. E infine, alla mia destra, il lungo espandersi del locale, soffocato tuttavia da un apparato di ferro grigio, container di armadietti su una plancia di binari: in breve, un compattatore per archivi. 

Mi aspettavo di trovare un ambiente vasto, colmo di scaffali pullulanti di faldoni malposti, impolverati, eternamente sottratti al sole, con pareti su scala di bianco tendente al grigio e luce oscillante soffusa, in definitiva lo stereotipo dell’archivio, antico di un’antichità vetusta. E invece ho scoperto un ambiente relativamente stretto, privo di scaffali in vista, con pareti lucide, illuminato a giorno e quasi incapace di esprimere la sua preziosità, non fosse altro che per quella peculiare “cassettiera” in legno. Ma, si converrà, ciò che è prezioso va custodito, cullato quasi sino a nasconderlo da sguardi indiscreti, perché possa giacere in pace, refrattario al gorgo. Ecco allora che l’archivista si dirige verso la massa cubica e severa del compattatore che, da immota, si fa fluida e scivola comodamente sulle rotaie per frammentarsi in armadi e scaffalature. In quella fisarmonica di blocchi saldi e volubili al contempo, con un tasto ci si insinua tra le pieghe dello strumento, si espande e si contrae il mantice e si accede alle pagine che lì vi riposano.  

Dunque, la seconda sorpresa: i faldoni, le scatole, i volumi che avevo immaginato giovani, poco più che centenari, contavano tra le seicento e le trecento primavere ognuno. Ingenuità mia? Probabile, sebbene mi si accorderà l’attenuante della giovane vita di questo ateneo, nel cui sottosuolo non mi sarei aspettato di trovare rigogliosi i semi di un’epoca tanto lontana, dal crepuscolo del Medioevo all’alba dell’età contemporanea.  

Terza sorpresa: siamo di fronte a un fondo toscano, dell’area fiorentina, finito in Lombardia, all’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il nostro cicerone ci viene in soccorso: ciò che vediamo dischiudersi ai nostri occhi è il fondo Saminiati-Pazzi, costituito da quasi duemila registri contabili e quasi mille scatole colme di centinaia di migliaia di lettere appartenute alla famiglia Saminiati, casata toscana originariamente nota sotto il nome di Chellini e che da San Miniato ereditò in seguito il titolo e le sue fortune. Nel XVI secolo, a seguito dell’estinzione della stirpe, l’insieme dei documenti venne acquisita dalla famiglia Pazzi, i cui eredi, negli anni ’30 del Novecento, decisero di mandare al macero quella quantità di carte ormai vetuste. A salvare il fondo dalla distruzione, intervenne Armando Sapori, professore e poi rettore dell’Università Bocconi che, grazie alla sua sensibilità archivistica e storica, riconobbe in quei documenti la possibilità non solo di tutelare un pezzo del passato, ma anche di studiare e ricostruire l’insieme delle relazioni nazionali e internazionali di una famiglia di mercanti fiorita tra il XV e il XVIII secolo. Così, tra i volumi e le scatole di documenti, sono annoverati registri concernenti persone, “Compagnie di Mercatura”, fattorie, quaderni di cassa, giornali, creditori e debitori, cambi, bilanci, copialettere, listini e carteggi privati.  

Quarta sorpresa: tra i registri di creditori e debitori spicca persino il nome di Donatello, che aveva donato la “Maria col Bambino”, oggi conosciuta con il nome di “Madonna Chellini”, a Giovanni Chellini, medico e capostipite della famiglia, per le cure ricevute dallo stesso. Vale la pena, crediamo, soffermarsi sulla carta di quei reperti, se non altro per una riflessione condivisa tra me e l’archivista si tratta di pagine robuste, solide, dure a ingiallire, a differenza di fogli di produzione recente, e su cui l’inchiostro corsivo di quel tempo lontano corre ancora rapido, senza increspature, lampante sul campo bianco.  

Ormai stregato dalle pile di registri, scatoli e lettere che mi circondano, il nostro cicerone mi fa compiere un passo ulteriore e dilata un po’ di più il mantice di quella fisarmonica di scaffali e vita. La danza lenta sui binari si carica di attesa e di meraviglia a ogni orizzonte svelato e discopre a ogni passo una collezione celata. Così, dai “Saminiati-Pazzi”, passiamo al fondo Artimino, inerente alla contabilità della Villa medicea dell’omonima località a partire dagli ultimi anni del XVIII secolo. Con un altro passo di danza ci troviamo invece dinanzi all’Archivio dell’Università Bocconi in cui, tra gli altri, si rinvengono i documenti fondativi dell’ateneo.  

Il generoso compattatore, ormai incanalato sulla via di Milano, ci regala ulteriori ritagli di storia della città, esponendo l’Archivio Giuseppe Luraghi (contenente le carte economiche e politiche di Giuseppe Luraghi, ex presidente dell’Alfa Romeo), l’Archivio della Camera Nazionale della Moda Italiana e, infine, l’Archivio Brustio-La Rinascente, in grado, tra le altre cose, di tratteggiare attraverso fotografie, progetti, bozzetti e disegni l’evoluzione del design del magazzino milanese degli anni ’50, coniato sul modello dei grandi magazzini americani.  

Con quest’ultimo capitolo, giungiamo al termine degli scaffali e, dunque, al capolinea di quei macrocosmi capaci di condurci tra le pieghe della Storia attraverso quelle della carta, dal Medioevo al dopoguerra, in un connubio di trame capace di disegnare un ordito di vicende, racconti, rapporti, privati e commerciali e di tracciare la tela di relazioni che hanno contribuito a coniare il panorama sociale, economico e politico odierno. 

È, dunque, tempo di riposo meritato per quelle vissute carte, e tuttavia ci resta una cosa da scoprire. Si tenga a mente che l’antichità è tale se non è vecchiaia e, cioè, se non è decadimento, declino, conclusione. In questa nostra storia, il dato da sottolineare è quello della conservazione del valore antico, che passa in primo luogo dalla preservazione dello stesso e, in secondo, dalla sua diffusione, affinché non attecchisca il seme della vecchiaia. Affinché, infine, non vi sia oblio. “Memoria non è peccato fin che giova”, scriveva Eugenio Montale in “Voce giunta con le folaghe” e in questo consiste la missione ultima degli Archivi dell’Università Bocconi: non semplice conservazione, bensì diffusione, adoperata ad oggi persino con l’uso dell’intelligenza artificiale e grazie a programmi di ricerca europei. È così che, grazie al software Transkribus, sviluppato dall’Università di Innsbruck, parte dell’Archivio Saminiati-Pazzi è stato digitalizzato, trascritto e reso fruibile online, consultabile pubblicamente e agevolmente, avvalendosi di strumenti di analisi come la ricerca di termini specifici all’interno dei documenti.  

Si concretizza in tal modo l’ideale più alto dell’Università, intesa quale luogo di fondamento della società in quanto spazio di divulgazione della conoscenza, non mera erudizione, ma analisi profonda, attenta, accorata, come quella che fu propria del professor Sapori nel salvare i reperti e di Sergio Groppi, il quale dedicò la vita a catalogare il fondo Saminiati-Pazzi, e che oggi passa il testimone a coloro che, come lo staff di archivisti, si impegnano quotidianamente affinché le pieghe della Storia non sbiadiscano in vago ricordo ma rinvigoriscano quali bene comune a vantaggio della società. 

 

Editorial Staff |  + posts

Currently pursuing a bachelor’s degree in economics and finance, I have always been interested in social sciences and their economical approach, not neglecting cultural reasons and philosophical roots that lay under complex scenarios. Animated by a relentless curiosity and willingness to explore new horizons, I approached the publishing world since childhood, founding a journal in high school and privileging journalism done “on the field”. Further passions: physics, philosophy and reading classics.

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