1 September 2026 – Tuesday
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Opinioni – Rosso o blu: un mondo dicotomico è la risposta negativa alla complessità dello stesso 

Col calare dell’oscurità e l’avanzare degli scrutini, gli obiettivi puntati sulla lunga notte americana si sono affievoliti, come giunti al culmine di uno sforzo lungo mesi, ormai adempiuto. Eppure, attorniati dalla sensazione di vuoto che segue ogni grande evento, percepiamo il turbinio confuso delle immagini che quegli stessi obiettivi hanno prodotto negli ultimi quattro anni, dalle istantanee di Capitol Hill ai procedimenti giudiziari di Trump, dagli scivoloni, materiali e linguistici, di Biden all’ascesa tardiva di Harris. Rimbombano nella mente gli echi dell’attentato di Butler e il pugno alzato di “The Donald”, il confronto, unico, tra la candidata dem e il candidato rep, gli appelli di Musk e quelli degli Obama, le istantanee del figlio commosso di Walz e quelle dell’ampia famiglia Trump. Eppure, nello sbiadire dei momenti, nel dissolversi delle sequenze, nell’attenuarsi di luci, suoni e rumori, il ritorno immaginario al di qua dell’oceano non è parco di domande: davvero gli Stati Uniti, la prima potenza globale, non hanno saputo esprimere nulla di meglio? O, forse, non hanno potuto? È quest’ultima che turbina maggiormente nella nostra mente perché, se la prima è sinonimo di spreco, seppur veniale, la seconda è sinonimo di incapacità strutturale, e non occasionale, dal momento in cui l’impossibilità di potere è un’impossibilità di Potere in senso lato e dunque di malfunzionamento del “Palazzo” politico stesso. Ora, l’interpretazione che tentiamo di dare a questo pensiero angosciante, risiede in quelle stesse immagini che hanno popolato l’opinione generale per mesi e che ora si apprestano a percorrere la strada della memoria, quella recondita e passiva, vale a dire, ad essere riposte in qualche cassetto ben nascosto di questa coscienza collettiva che è la società. Così, se guardiamo all’onda lunga del flashback elettorale, sono due i colori che sembrano erodersi con maggior difficoltà: il rosso e il blu.

Il rosso e il blu; il blu e il rosso. La bandiera, certo, ma soprattutto i colori che, da inizio millennio, vengono attribuiti e autoattribuiti rispettivamente alla galassia repubblicana e a quella democratica. Non vi è altra tinta all’infuori di queste due e, se anche vi fosse (e vi è), la dicotomia instaurata è tale da fagocitarla. Ecco, dunque, il punto: il bipartitismo eccezionale (nell’accezione etimologica del termine) di una nazione che, dal XIX secolo, tenta di delineare una rotta politica in grado di dirigere le redini mondiali attraverso la più formalmente semplice e la più intellettualmente complessa delle scelte, vale a dire quella dicotomica. Che sia formalmente semplice ci sembra lapalissiano, dal momento in cui il sistema si configura quale un banale aut-aut; che sia intellettualmente complessa è la derivazione stessa del concepimento di un aut-aut, cioè dell’idea essenziale che esistano blu e rosso e che il tutto si limiti a questi singoli colori e che, conseguentemente, la scelta divenga per forza di cose intellettualmente estrema, poiché esclusiva: o questo o quello. È proprio tale estremizzazione intellettuale, crediamo, alla base della radicalizzazione crescente della politica statunitense che, priva di terze parti in grado di competere, se non di bilanciare, con e tra i due titanici partiti, cede alla trappola delle divisioni semplici che, per riflesso, si delinea quale trappola delle divisioni rigide e totalizzanti. Se poi, a onor del vero, altri partiti esistono negli States, sarebbe disonesto anche solo indicarli come contendenti alla vittoria presidenziale, perché esterni all’ottica non solo tradizionale, ma anche di copertura mediatica massiva di cui godono i due grandi. Ci appare allora evidente come l’ingresso di un terzo giocatore di pari livello possa limitare sensibilmente la polarizzazione dovuta a un sistema dicotomico. Difatti, se vigono due posizioni radicali, da intendere come estremi contrapposti, una terza non può sorgere come ulteriore muro radicale, perché non può configurarsi quale contrapposizione esatta delle due posizioni precedenti (altrimenti sarebbe il contrario dell’una o dell’altra, mai di entrambe), ma, al limite, si svilupperà come zona intermedia e “franca” tra le stesse, tanto più se gli attori iniziali sono uno la negazione naturale e perfetta dell’altro, vale a dire l’affermazione rovesciata dei propri principi. Gli Stati Uniti deficitano di questa terza parete, che parete non sarebbe, bensì probabilmente ponte, e, pertanto, peccano di mancanza di pluralismo.  

E se, la radicalizzazione è dovuta alla scarsa latitudine che la gamma politica ha da offrire, è altresì vero che quest’ultima è influenzata a sua volta dalla radicalizzazione dei costumi politici e sociali, perché l’estremizzazione preclude le linee di dialogo e porta alla formazione del sistema dicotomico, tanto più in un contesto in cui la persona diventa antonomasia del partito, se non superiore allo stesso. Si veda a tal proposito il fenomeno “trumpiano”, che noi riteniamo essere non solo risultato del modello Trump, inteso quale “strong man” in tutte le sue accezioni, o delle errate politiche dem, ma anche come risultato del “muro contro muro” eretto dal paradigma politico su cui si fonda la nazione stessa, ovverosia quale derivazione di quella dicotomia rosso-blu che, alla luce di quanto esposto precedentemente, ha in seno un elevato potenziale di radicalizzazione politica e socioculturale. Ecco allora come le violenze belluine che, il 6 gennaio 2021, hanno squarciato il velo democratico statunitense e i toni, sempre più feroci e denigratori di campagne elettorali fondate sul discredito dell’avversario, ormai vero e proprio nemico e non più compagno di dibattito, non possono sorprendere perché vere e proprie derivazioni dell’escalation di un sistema polarizzante come quello USA.  

Ora, tuttavia, va capito il perché dietro l’affermazione di un modello simile e perché possa essere complesso abbandonare una scala di valori costruita in tal modo. In merito alla prima questione risponde la Storia: come si accennava, la nascita di partito Repubblicano e partito Democratico ha radici antiche, piantate sin dall’età jacksoniana (inquadrabile a partire dagli anni ’30 del XIX secolo alla guerra civile degli anni ’60) sulla base del modello britannico di Whigs e Tories e, per questo, affermate e consolidate nel largo insieme del mos maiorum statunitense. Tuttavia, affermazione non significa successo e, a tal proposito, se la politica non è che riflesso della società che la costruisce, riteniamo che l’attuale trionfo del bipartitismo statunitense sia da ricercare nei meccanismi governanti la società odierna. Dobbiamo capire, in merito, che il mondo contemporaneo si muove nel mosaico fluido di una frammentazione di coscienze individuali rispondenti a quella che i sociologi chiamano “società funzionalmente e gerarchicamente differenziata”, nella quale la sfera individuale dell’individuo si carica di utilità sociale sulla base della posizione occupata nella comunità. In altri termini, la persona singola acquista “valore di comunità” solo se detentrice di una determinata collocazione lavorativa, culturale, politica, ecc. Da ciò può derivare, parzialmente, la spinta per l’ingresso e l’acquisizione di un determinato status politico che, se preesistente e già affermato, funge da ascensore sociale per l’individuo stesso. Ciò spiegherebbe l’adesione massiva e reiterata nel tempo a una sola coppia di partiti, non alterabile per ambizione gerarchica e funzionale stessa dell’individuo. Dunque, il costante ingrossamento delle file dei due partiti statunitensi è da ricercare nella loro funzione di “contenitori” di individui. Difatti, il tentativo di delineare dei contenitori in una società funzionalmente differenziata, intesa anche come a livello di differenziazione etnica e culturale, oltre che strettamente intellettiva, non è dissimile da quello di creare una diga per contenere l’oceano: l’acqua prima o poi valicherà i margini e servirà una diga di contenimento più estesa della prima, finché anche questa non reggerà l’urto e si renderà necessaria un’ulteriore opera di allargamento delle pareti. Analogamente, lo sforzo di declinare le esigenze di una società funzionalmente differenziata in un unico contenitore, non può che risolversi con un naturale allargamento del contenitore stesso, dunque delle dimensioni partitiche, vere e proprie galassie costruite su identità spesso distanti, contrastanti ed estranee a correlazioni semplici (si osservi, ad esempio, come il 45% dei “latinos” abbia privilegiato Trump piuttosto che la etnicamente “più simile” Harris). 

 A completamento di tale idea si aggiunge una delle pagine cardini del pensiero contemporaneo, e cioè il rapporto tra individui descritto dal filosofo prussiano Hegel nella sua “Fenomenologia dello Spirito”, per cui l’affermazione di un individuo nella società passa dalla lotta e dalla sconfitta di un altro individuo a livello coscienziale. Ora, sebbene la conclusione hegeliana possa risultare estrema, essa non si distacca grandemente da un’idea di società gerarchicamente (e funzionalmente) differenziata e neanche dall’idea che l’affermazione di un partito debba passare dalla sconfitta dell’altro. Se a ciò aggiungiamo che il termine differenziata, tanto più accostato a funzionalmente, è indicativo di una frammentazione dalle dimensioni quasi frattali della società, allora giungiamo all’immagine di una multilateralità cronica del sistema-comunità. Ecco, dunque, che la dicotomia statunitense si configura ai nostri occhi quale risposta all’eccezionale complessità di cui si deve far carico ognuno di noi. In altri termini, essa si delinea quale risposta di decompressione individuale dalle innumerevoli spinte sociali e tentativo radicale di razionalizzazione e semplificazione di un sistema non più a portata d’uomo, dal momento in cui quest’ultimo ha visto aumentare esponenzialmente negli ultimi decenni la multilateralità di pensiero, inclinazioni e funzioni a cui è soggetto e, pertanto, cerca un appiglio, nel nostro caso nel titano partitico, come sforzo ultimo di definire l’inquadratura dei propri pensieri, inclinazioni e funzioni. Ergo, si ricerca, si stimola, si incoraggia e si supporta quella che è una vera e propria “anestetizzazione” della complessità che, tuttavia, non rischia di essere che rifugio in un ridimensionamento grossolano della vastità sociale. Ecco, pertanto, il motivo forse cardine della radicalizzazione d’oltreoceano: la necessità di difesa, seppur irragionevole e smodata, della propria zona di confine, del proprio contenitore ideale, di quell’appiglio che, nel multiverso delle possibilità suona come porto sicuro. Chiamando in causa il Cirano di Guccini, il quale, per la grande collera, necessitava di giganti (Tornate a casa nani, levatevi davanti/ Per la mia rabbia enorme mi servono giganti), se è vero che la rabbia covata dagli statunitensi e incanalata nella comunità a causa di anni di politiche ritenute fallimentari è tale da doversi abbattere con furia disinvolta su dei giganti, è pur vero che, per combattere un gigante, conviene sedersi sulle spalle di un altro titano, al punto da rendere la lotta esasperata e vitale, per sé stessi prima, per la società tutta poi.  

In ultima istanza, dunque, ci appare chiaro come una risposta di stampo dicotomico, al pari del sistema bipartitico statunitense, possa essere una risposta alla complessità sociale in cui le coscienze individuali devono dirimersi e che, tuttavia, tale risposta abbia un elevato potenziale di rischio di radicalizzazione ed estremismo, perché basata sulla difesa strenua del proprio campione, tanto più se lo stesso non è più il partito ma si umanizza nelle fattezze di un uomo, dunque un nostro pari, più che di un sistema di uomini. Ecco, pertanto, che la semplificazione estrema di una complessità altrettanto estrema rischia di condurre a forme di arbitrarietà e scontro radicali, capaci di fagocitare ciò che non rientra nell’imbuto delle galassie preesistenti e affermate e, così, di ingerire ma non digerire innumerevoli stralci di libero pensiero, innovazione e rivoluzione culturale, con il rischio ultimo di incorrere in una anestetizzazione non solo delle individualità ma anche della democrazia stessa.  

Editorial Staff |  + posts

Currently pursuing a bachelor’s degree in economics and finance, I have always been interested in social sciences and their economical approach, not neglecting cultural reasons and philosophical roots that lay under complex scenarios. Animated by a relentless curiosity and willingness to explore new horizons, I approached the publishing world since childhood, founding a journal in high school and privileging journalism done “on the field”. Further passions: physics, philosophy and reading classics.

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