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La Repubblica – XL: Quando non c’era Spotify

Reading time: 4 minutes

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Di Tabita Costantino

“Se ti piace, ascolta anche…”

Il primo La Repubblica – XL che acquisto è il numero 3 e risale al 2005. Apro una pagina a caso e leggo un titolo geniale: Pete Doherty, è Kate la mia sola eroina, allora Oggi metto su Heroine dei Velvet Underground.

Il primo La Repubblica – XL che acquisto è il numero 3 e risale al 2005. Io avevo quattordici anni, e lo compro sostanzialmente perché mi hanno detto che in copertina c’è un Robbie Williams che si tocca il mento con seria espressione. Seria? Non ci credo: Robbie era diventato il mio preferito quando l’ho visto strapparsi la carne fino a rimanere scheletro nel video “rock dj”, ai tempi in cui su Mtv passavano tante clip e pochi reality.  Accanto al suo polso sinistro “Cosa significa questo tatuaggio? Scopritelo a pagina 42”. Dilettanti: inutile sottolineare che sapevo benissimo cosa significasse quel 1023 sulla pelle del ragazzo timido e poi ribelle dei Take That, come sapevo cosa significassero più o meno tutti gli altri sparsi sul suo corpo. In basso a destra, in copertina, la scritta in grande:  “Robbie Williams, Ho visto il futuro del pop. E sono io.”

Dopo due anni di silenzio, in vista dell’uscita dell’album “Intensive Care”, il cui artwork mistico era stato affidato al fumettista Grant Morrison, Simona Siri – una delle donne che ho più invidiato sul pianeta dopo Marguerite Yourcenar per il lessico e Sienna Miller per l’ex fidanzato – va alla conferenza stampa. Simona lo definisce come “Un uomo con un innato senso dello spettacolo, capace di trasformare qualsiasi occasione in uno show inarrestabile. Vederlo parlare è già uno spettacolo, tanto che si pagherebbe volentieri il biglietto”. Ai tempi avrò probabilmente ascoltato: Let me entertain you – Robbie Williams.

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Più in alto a destra, molto più in piccolo, fra le anticipazioni dei contenuti del numero, sulla stessa copertina si legge “Radiohead, tutto quello che si sa sul loro nuovo cd.” A pagina 80 il sottotitolo sarà:  “Passato, presente e futuro della band che non vuole essere famosa”.

Se ne potrebbe dedurre senza difficoltà che Robbie e Thom Yorke abbiano due ego differenti. Dopo solo qualche mese, grazie a XL, l’occhio pigro di Thom diventerà per me più interessante delle fossette di Robbie.

Da settembre 2013 a causa dei tagli apportati all’editoria XL – di cui oggi resta una versione online e un’attiva  pagina Facebook-  non va più in stampa, e io decido di scrivere quest’articolo un po’ per la voglia fisiologica che ho di parlare di cose del passato, un po’ perché durante l’adolescenza, quando mi chiedevano quale fosse il mestiere che avrei voluto fare da grande, io rispondevo: “Il giornalista musicale”. E allora, durante gli anni, ogni mese io “accettavo il consiglio” e ascoltavo quello che XL proponeva. Decidevo di leggere per poi ascoltare.

Quel numero 3 rappresenta l’esatta parabola della mia crescita in fatto di musica: se c’è qualcuno a cui devo qualcosa, oltre il metal assorbito perché mi piaceva uno che indossava polsini borchiati e il cantautorato italiano che mio padre metteva su la domenica mattina, è XL, che ha plasmato il mio gusto, trascinandomi da chi si autodefiniva king of pop alla “indietronica”, ma passando per un sacco di altra roba. Tutta roba buona: film, fumetti, rubriche come La nera di Carlo Lucarelli (Il giornalista affrontava ogni mese un caso di cronaca o un mistero legato al mondo della musica e dello spettacolo. Art Pepper, Led Zeppelin, James Dean, Heath Ledger, il chitarrista dei Pantera, Sid e Nancy, Hendrix, Club 27, Kurt Cobain…), la Psicoposta di Alejandro Jodorowsky (“Per risolvere i problemi che ci affliggono ogni giorno, i bizzarri consigli dello sciamano Jodorowsky.” Ne riporto uno a caso dato a un ragazzo che aveva problemi con il padre: “E infine, per non vergognarti di ciò che sei, ti consiglio di colorarti il viso e i capelli di rosso e così, con tutta la testa di quel colore, visitare i tuoi amici e conoscenti, dando solo questa spiegazione: sto facendo un atto di psicomagia.”)

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Tornando alla musica, quello che insomma oggi fa in modo automatico la piattaforma di Spotify, indirizzandoti verso un genere, un mood, con me lo ha fatto per anni XL. In più, era viva la capacità di incuriosirti sul pezzo soltanto leggendo, molto prima di poter pigiare play. Guarda caso, per fare un esempio, i pezzi più cari per me di Ben Harper sono tuttora quelli consigliati di Lifeline (2007): Fight Outta You, Fool for a Lonesome Train, Needed you tonight, Lifeline. E poi, se ti piace, ascolta anche: Otis Redding – Otis Blue; Hoe Henry – Tiny Voices; John Fahey –  The Dance & Other Planation Favorites.

XL mi ha preso quando ero acerba e mi ha lasciato quando sapevo ormai scegliere da sola i cd alla Fnac. Quando esisteva anche la Fnac, s’intende. (In attesa dell’articolo nostalgico sui negozi di dischi che hanno lasciato il posto a Bar, vi consiglio Nick Honrby, Alta Fedeltà. Anche questo romanzo è saturo di playlist, la lista la trovate qui http://www.musicaememoria.com/HF1.htm.)

 

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