Loading...
EconomicsOn Campus

A che punto siamo con il salario minimo?

Reading time: 3 minutes

La Nuova Zelanda ce l’ha da 120 anni, e negli ultimi decenni quasi tutti i Paesi OCSE lo hanno introdotto. In genere, oscilla tra il 40 e il 60% del salario mediano.

di Marco Visentin

Non c’è governo che ignori i dati sulla disoccupazione – magari arrogandosi il merito di occasionali miglioramenti. E se è vero che aumentare gli occupati è importante, c’è però lavoro e lavoro: l’Eurostat certifica che nel 2018 il 12,2% dei lavoratori italiani viveva in condizione di povertà, con il dato in ascesa ininterrotta dal 2010, quando si attestava al 9,5%. Ed è sempre intorno al 12% la quota dei sottopagati rispetto al proprio contratto nazionale di categoria.

Si è aperta con queste cifre la conferenza “Salario (al) minimo” organizzata dall’associazione studentesca Tortuga lunedì 4 novembre. Gli ospiti – il professor Tito Boeri, il senatore e professore Tommaso Nannicini e la dottoressa Giovanna Labartino, economista presso il Centro Studi di Confindustria – hanno esaminato le implicazioni che l’introduzione di un salario minimo avrebbe sul mercato del lavoro e sulla povertà nel nostro Paese, e le condizioni necessarie per il successo della misura.

Già solo il titolo avrà fatto storcere il naso ai nostri lettori più liberisti: si dirà che in un mercato del lavoro perfettamente concorrenziale, un salario minimo o è inutile – se inferiore al livello d’equilibrio – o causa disoccupazione – se superiore, a causa del disallineamento tra domanda e offerta.

In particolare, l’introduzione di una tale misura avrebbe due diversi effetti: una diminuzione della domanda di lavoro e un aumento del salario per i beneficiari. Più è elastica la domanda di lavoro, più forte è il primo effetto rispetto al secondo, portando in ultima istanza a una riduzione nel reddito netto – e si stima che, in mercati come il nostro, tale elasticità sia piuttosto alta.

Related:  EleBocconi 2021: The Sport Committee Debate

Salario minimo addio? Nient’affatto: il mercato del lavoro italiano non è perfettamente concorrenziale, osserva Boeri. Anzi: presenta piuttosto le caratteristiche di un monopsonio, in cui le aziende hanno potere di mercato e sono pertanto in grado di pagare i lavoratori meno di quanto accadrebbe in regime di concorrenza perfetta. Nel nostro caso, un salario minimo, se al giusto livello, aumenterebbe i redditi senza causare disoccupazione.

Win-win? Attenzione agli effetti collaterali: alcune aziende potrebbero riuscire a “scaricare” l’aumento nei costi sui consumatori, con effetti potenzialmente regressivi sulle famiglie povere. E attenzione anche ai giovani: vari Paesi prevedono per loro un salario minimo più basso, perché sembra siano altrimenti più colpiti dall’effetto negativo sull’occupazione.

C’è poi il problema dei potenziali conflitti con la contrattazione collettiva nazionale: lo stesso Boeri, pur affermando che si tratta di due strumenti distinti, ha riconosciuto che in Italia il principio dell’”equo compenso” dà ai CCNL un grande valore, che deve essere considerato anche in questo caso. Dicevamo prima del rischio di porre un salario minimo troppo alto; ora vediamo che se invece fosse troppo basso, causerebbe una “fuga” delle imprese dalla contrattazione collettiva (perché pagare i lavoratori più del minimo, dopotutto?) che danneggerebbe i lavoratori.

La questione è delicata: richiede in primo luogo un rinnovamento nei contratti collettivi, che oggi sono troppo rigidi e non coprono tutti i settori. A questo, si potrebbe aggiungere la previsione di una “premialità” per le imprese che li applicano, in modo da disincentivare il ricorso al solo salario minimo.

La proposta di legge di Nannicini al riguardo cerca proprio di trovare la quadra tra i vari suggerimenti e caveat: da un lato, prevede un rafforzamento della contrattazione collettiva, che assumerebbe valore di legge e sarebbe accuratamente normata per assicurare l’adeguata rappresentanza di sindacati e associazioni dei datori di lavoro; dall’altro, istituisce una commissione composta da esperti e parti sociali per stabilire i criteri adottati poi dal Ministero del Lavoro nella definizione del salario minimo. Insomma, nessun “numero magico” (i famosi 9 € del programma pentastellato), quanto l’avvio di un processo di analisi lungo almeno un anno.

Related:  SHE-E-O: Female Leadership in the Corporate Space

Se Boeri si dedica più all’analisi economica e la Labartino in particolare alla relazione tra CCNL e salario minimo, a Nannicini tocca la parte politica. Non manca di notare che la sua proposta di legge si inserisce in un ricco dibattito in materia, spesso ideologizzato. E che il suo testo, che cercava di mediare – forse non efficacemente – tra le istanze di sindacati, datori di lavoro e politica, sembra scontentare tutti; la politica in particolare, che non ne ricaverebbe numeri magici da sbandierare ai talk show.

Author profile
Deputy Director | m.visentin@studbocconi.it

Editorial Director from January 2020 to January 2021, now Deputy Director. Interested in European integration and public policy.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Days
Infodemic | Don't miss our next event, on April 27th!
%d bloggers like this: