Loading...
Interviews

Referendum Cannabis e Eutanasia: Intervista a Damiano Canale

Reading time: 6 minutes

Quasi tre mesi fa, la Corte costituzionale ha giudicato non ammissibili i referendum su cannabis ed eutanasia. Abbiamo parlato con Damiano Canale, professore ordinario di filosofia del diritto, delle motivazioni di questa decisione, del ruolo della Corte e di come far valere diritti ignorati dalla maggioranza politica.

Qual è il ruolo della Corte costituzionale? Perché ha bocciato i referendum su cannabis ed eutanasia?

Prima di tutto, dobbiamo chiarire che cosa sono i referendum. Si tende a ritenere che siano uno strumento di democrazia diretta, mediante il quale i cittadini partecipano al processo legislativo senza il filtro dei partiti, introducendo contenuti nuovi all’interno dell’ordinamento. Questa è una visione parziale, però, perché nel nostro ordinamento il referendum di cui si è a lungo parlato con riguardo all’eutanasia e alla legalizzazione delle droghe leggere ha un ruolo solo abrogativo. È un’illusione che sia uno strumento di partecipazione attiva, è invece uno strumento interdittivo. Ossia, attraverso il referendum si può chiedere l’abrogazione, ovvero l’eliminazione, di una disposizione di legge dall’ordinamento giuridico.

Ci sono due forme di mediazione: chi formula il quesito referendario? Il quesito è ciò che dà forma alla partecipazione dei cittadini: il modo in cui viene formulato non è irrilevante. Il secondo aspetto è che, nel momento in cui un referendum ottiene l’approvazione dei votanti, non si crea niente di nuovo nell’ordinamento, ma viene semplicemente eliminata una parte dell’ordinamento. La Corte costituzionale è incaricata precisamente di valutare l’ammissibilità di questo taglio: nel momento in cui vai a eliminare una disposizione normativa o una porzione di essa, devi capire che effetto questo produce sul resto dell’ordinamento. La Corte verifica, tra le altre cose, se la versione nuova del testo sta in piedi da un punto di vista puramente grammaticale e di applicabilità, e se questa modifica entra in conflitto con altre norme o principi.

Quali erano i problemi nel caso dei referendum su giustizia e cannabis?

Prendiamo il caso della cannabis. Cosa prevedeva il quesito referendario? La cancellazione di alcune parti di tre articolo del Testo unico sugli stupefacenti, la cosiddetta legge Iervolino-Vassalli, risalente agli anni ’90. In particolare, il comitato promotore cha chiesto la cancellazione della parola “coltiva” dall’art. 73, primo comma, del testo legislativo. La Corte non entra nel merito del valore della proposta, non è suo compito farlo. Valuta soltanto l’effetto della cancellazione, considerato non ammissibile. Quel “coltiva” si riferisce sia alla cannabis che alle droghe pesanti (foglie di coca, papaveri, ecc.), e togliendo il divieto di “coltivare” viene di fatto legalizzata anche la coltivazione delle piante dalle quale vengono ricavate droghe pesanti. La Corte capisce che non è questo l’intento, ma l’eliminazione di quella parola dal testo produce l’effetto di legalizzare le droghe pesanti, cosa vietata da trattati internazionali di cui l’Italia è firmataria. Detto altrimenti, togliendo una parola si produce un effetto indesiderato, un conflitto con trattati internazionali che non possiamo violare.

Related:  Privacy in the Modern World — Europe and Its Digital Confidentiality  

La stessa cosa vale per il suicidio assistito. Il referendum chiedeva l’abrogazione di una parte dell’articolo 579 del codice penale, che disciplina il suicidio assistito. Cancellando la parte proposta, verrebbe legalizzato l’omicidio del consenziente in tutti i casi, con l’eccezione di alcune situazioni e categorie protette, a prescindere dai motivi che spingono una persona a chiedere di essere uccisa, dalle sue caratteristiche personali, dalle modalità con cui l’uccisione del consenziente avviene, e dal soggetto che la compie. Questo, secondo la Corte, non è ammissibile perché pone in pericolo i cosiddetti soggetti deboli.

Immaginate che io mi voglia uccidere perché mi sento un peso per la mia famiglia o perché non ho i soldi per arrivare a fine mese. Immaginate poi che a uccidermi sia il mio vicino di casa con un colpo di pistola. Per effetto della modifica all’art. 579 richiesta dal quesito referendario, tutto questo diventerebbe ammissibile. La Corte, nella sua giurisprudenza, afferma invece che occorre bilanciare due beni in gioco: da un lato la tutela dell’autodeterminazione della persona, dall’altro la tutela della vita. In che senso? Nel senso che spetta allo Stato determinare i limiti e i modi in cui un individuo puoi disporre della tua vita, per tutelare i soggetti deboli e impedire abusi.

Quindi l’unica possibilità per intervenire su questi temi è aspettare che se ne occupi la politica?

C’è stata una lunga discussione intorno a questo. Tanto il problema della cannabis quanto la tematica del suicidio assistito, in Italia, si sono inaspriti per effetto dell’inerzia del nostro legislatore. Il legislatore italiano non ha avuto la forza politica e la capacità di intervenire su questi temi. Per quanto riguarda la cannabis, è ancora in vigore la legge Iervolino-Vassalli, basata su un approccio di tipo sanzionatorio alla lotta contro le tossicodipendenze. Ovverosia, combattere le droghe sanzionando chi ne fa uso, oltre a chi le commercia. È un’impostazione criticabile. Non è questo il modo migliore di combattere i problemi derivanti dall’uso delle droghe. Il modo migliore è lavorare sull’informazione, sulla minimizzazione dei rischi. Non possiamo continuare a concepire l’uso personale di droghe come una malattia.

Su questo la Corte non ha voce. Il modo di intervenire in questo ambito è una riforma introdotta dal legislatore. Non è il referendum il modo migliore per risolvere il problema. Bisogna modificare in modo organico la disciplina vigente. Per contro, se elimino una disposizione giuridica o una sua porzione tramite referendum, creo semplicemente un vuoto. Un vuoto che poi va colmato da chi applica il diritto, con effetti a volte indesiderati.

Related:  Tra i Leoni n. 97, December 2021

Attenzione, non sto dicendo che il referendum non serva a niente. In alcuni casi il referendum abrogativo si è rivelato efficace in passato, modificando la disciplina di questioni sociali importanti senza generare scompensi nell’ordinamento. Fare un lavoro di taglia e cuci, tuttavia, è sempre rischioso. Non sto neanche dicendo, però, che sia stato sbagliato invocare il referendum, dal momento che questo è servito a risvegliare l’opinione pubblica. L’obbiettivo inseguito dal comitato promotore promotore in casi come questi potrebbe essere: “non penso che questo referendum passerà, ma proporlo credo servirà da stimolo al legislatore affinché faccia qualcosa”.

La nostra generazione è particolarmente sensibile a questi temi, ma le varie maggioranze politiche susseguitesi non sembrano avere una visione in linea con la nostra. Siamo una minoranza con ideali a volte diversi dal resto della popolazione: come fare a farci sentire e far valere quelli che riteniamo nostri diritti?

Il legislatore è stato inerte riguardo a questi due temi, perché prese di posizione su temi eticamente sensibili tradizionalmente non portano voti. Ammettiamo che l’obiettivo di ogni membro del parlamento sia essere rieletto: prendere posizione su temi così polarizzanti rischia di non essere conveniente da un punto di vista puramente politico; meglio lasciar perdere. E non è colpa dei politici: non si può ragionare in termini generazionali perché è il sistema politico a impedirlo. Perché un progetto politico abbia possibilità di essere realizzato, è necessario che chi se ne fa portavoce in parlamento venga rieletto: esporsi su temi divisivi mette a rischio tutto il progetto politico che si sta portando avanti.

Ai singoli resta allora la possibilità di rivendicare questi diritti per via giudiziaria, e la Costituzione consente di farlo perché è un testo vivo, che si evolve nel tempo. Prendiamo il concetto di “salute”, che un tempo si riferiva al benessere fisico, oggi a quello psico-fisico. Come è accaduta questa  trasformazione? Il singolo rivendica un diritto di fronte a un giudice, il quale attiva un processo istituzionale che può condurre al riconoscimento e alla tutela di nuovi diritti. In questo modo, il legislatore può in un certo senso essere messo con le spalle al muro ed essere forzato a intervenire.

Secondo lei, il nostro Paese potrà arrivare a una politica che vada in direzione di quanto i proponenti del referendum volevano ottenere?

Io credo che la possibilità ci sia, per effetto di una sorta di gioco di squadra che coinvolga i diversi attori istituzionali. Resto tuttavia un po’ più scettico con riguardo all’atteggiamento culturale di fondo del nostro Paese, che definirei come “paternalismo debole”, giustificato da una tradizione giuridica di tipo personalistico. Il valore fondante del nostro ordinamento è la tutela della persona umana, anche rispetto ai pericoli che la persona può recare a sé stessa. Si tratta di un atteggiamento paternalistico perché spetta allo Stato, e non a ciascun individuo, stabilire quando un comportamento è lesivo per chi lo tiene. La tutela della persona umana è senz’altro un presidio fondamentale, che va difeso e mantenuto. Tuttavia, questa tutela va bilanciata col riconoscimento dei diritti di libertà e di autodeterminazione individuale.

Related:  Behind the scenes of our latest event: Intervista a Luisa Ausenda

Questo paternalismo protegge dalla cannabis, ma non da tabacco e alcol…

Si possono conciliare queste due situazioni contraddittorie mostrando che l’uso della marijuana non è più pericoloso di altre sostanze che non solo sono permesse, ma la cui commercializzazione arreca vantaggio alle casse dello Stato. Ben venga dunque il referendum perché attiva una discussione pubblica su questi temi. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non è questo il modo per modificare la situazione. L’opinione pubblica può cambiare solamente con un cambiamento culturale.

Bisogna anche diffondere la consapevolezza che per risolvere un problema ci sono più strategie possibili, che possono essere tutte funzionali all’ottenimento di un risultato e che possono essere interdipendenti. In casi come quello della dipendenza da stupefacenti, ad esempio, è opportuno intervenire attraverso una rete di strumenti di tutela e non invece con un approccio sanzionatorio.

Author profile
Deputy Director

Raised in Rome by Bosnian parents, I try to use writing as a tool to decipher the world around me and all its complexities by taking different perspectives into consideration. In Bocconi, I am studying International Politics and Government.

Author profile

Editorial Director from January 2020 to January 2021, now Deputy Director. Interested in European integration and public policy.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d bloggers like this: