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L’Europa che funziona

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Gli eventi di queste ultime settimane sembrano dare ragione a quanti invocano un avanzamento nell’integrazione europea, secondo la formula “più Unione e meno Stati”.

Andiamo con ordine. Dopo l’infelice dichiarazione di giovedì 12 marzo di Christine Lagarde, secondo cui “chiudere gli spread […] non è la funzione o la missione della BCE”, è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ad assicurare che l’Unione farà tutto il necessario per sostenere l’economia europea. Sempre la Commissione ha proposto l’istituzione di un fondo europeo per limitare i danni da coronavirus e ha garantito che sarà applicata la massima flessibilità di bilancio per poter affrontare al meglio la crisi economica in arrivo.

La Commissione, già. Gli Stati membri, invece, sono riusciti a dividersi anche su questo, con Francia e Italia che all’ultimo Eurogruppo “premevano per la promessa di garantire tutte le misure necessarie”, mentre “i rappresentanti tedeschi, olandesi e di altri Paesi […] hanno evidenziato la necessità di studiare l’impatto sulle finanze pubbliche”. Che in linea di massima è sensato e si dovrebbe fare sempre; in questo caso, tuttavia, la richiesta dei Paesi “falchi” sottintende un’opposizione, ormai di principio, all’idea stessa di usare i deficit di bilancio per attuare misure espansive.

Altre iniziative intraprese dalla Commissione riguardano il rimpatrio di cittadini europei all’estero, una proposta sulla chiusura dei confini esterni dell’Unione al traffico di persone, azioni volte alla produzione di equipaggiamento protettivo (come le mascherine) e lo stanziamento di 80 milioni di euro per sostenere le ricerche di CureVac, un’azienda tedesca che lavora alla produzione di un vaccino (e che pare Trump volesse acquistare per garantire agli Stati Uniti l’esclusiva sul farmaco).

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Ma la parte dolente per gli Stati membri deve ancora arrivare. La Commissione li aveva informati dell’emergenza Covid-19 già all’inizio di febbraio. Risultato, niente di fatto: pur sapendo che da soli non sarebbero stati in grado di rallentare la diffusione del virus, gli Stati hanno ben pensato di chiudere i confini (in alcuni casi) e imporre restrizioni sulle esportazioni dei dispositivi di protezione individuali. Addirittura, come riportato da EURACTIV, vari Paesi “non hanno condiviso con la Commissione – dietro esplicita richiesta – informazioni riguardo alle scorte di mascherine, come se fossero materia di sicurezza nazionale”. Ancora: a causa dell’utilizzo in vari Stati di una retorica volta a minimizzare il panico, l’adozione delle misure più opportune è avvenuta in ritardo anche in quei Paesi che avrebbero potuto beneficiare dell’esempio italiano.

Il 4 marzo la Germania ha bloccato le esportazioni di mascherine, particolarmente scarse in Italia a causa dell’esplosione dell’epidemia; già il giorno precedente, il governo francese si sarebbe mosso informalmente nella stessa direzione. È stata ancora una volta la Commissione a sbloccare la situazione, in seguito alle pressioni italiane e del presidente del Parlamento Europeo Sassoli: come riporta sulla sua pagina il commissario europeo per il mercato interno Breton, è stata la mediazione dell’Unione a indurre Francia e Germania a cancellare le misure protezionistiche.

Cinque anni fa, Bill Gates tenne un intervento alla TED conference ormai divenuto famoso, in cui preconizzò l’impatto devastante di una eventuale pandemia e invitò il mondo intero a dotarsi di un sistema di reazione rapida che sfruttasse la scienza e la tecnologia moderne per limitare il contagio e affrontare la malattia in modo efficace.

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Propose tre elementi chiave: sistemi sanitari efficienti, in particolare nei Paesi poveri (come quelli in cui si sviluppò l’epidemia di ebola, da lui presa a modello); l’istituzione di un corpo medico di riserva; e infine, l’affiancamento a questi medici dei militari, data la loro grande esperienza nel muoversi velocemente, nella gestione logistica e nella messa in sicurezza delle aree.

Abbiamo constatato la lentezza della risposta al virus, legata a una sanità disomogenea e non coordinata tra regioni e Stati membri dell’Unione. Un punto di partenza per limitare i danni legati a futuri eventi simili (uno studio del 2009 del World Economic Forum vi associa una probabilità tra il 5 e il 10 per cento) potrebbe essere l’istituzione di un coordinamento europeo capace di operare prontamente al sorgere di un’epidemia, sul modello di quanto suggerito da Gates.

Economie di scala emergerebbero nei processi di isolamento e mappatura del virus, l’equipaggiamento sanitario potrebbe essere allocato in modo più efficiente e all’emergere di focolai corrisponderebbe una pronta azione comunitaria di isolamento. La matematica del virus suggerisce che l’adozione più tempestiva di misure di isolamento quali quelle ora in vigore in Italia avrebbe limitato la diffusione dell’epidemia in modo notevole.

Dulcis in fundo, se davvero servissero i militari per garantire un’efficiente gestione logistica, allora magari si farebbe un passo in avanti nella politica comune di difesa. Anche qui, con benefici sia in termini di economie di scala, sia di peso geopolitico dell’Unione, finalmente capace di competere con altre potenze molto più attive sullo scacchiere internazionale. Un ruolo che i singoli Stati membri da soli non possono credibilmente assumere su di sé.

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L’integrazione europea è una materia più complessa di quanto l’epidemia di Covid-19 possa rivelare, per quanto si tratti a buon diritto di un evento estremo. In gioco ci sono attori ambiziosi, obiettivi strategici contrastanti, identità nazionali e tanti altri fattori che nel presentare questa mia provocazione ho volutamente ignorato. Tuttavia, sono proprio situazioni estreme come la presente a mettere alla prova istituzioni e sistemi economici, rivelandone le debolezze: in questo caso, l’assenza di coordinamento (quando non la competizione) tra gli Stati membri. Un problema che resta da affrontare.

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Editorial Director | m.visentin@studbocconi.it

Editorial Director since January 2020. Interested in Economics and Politics.

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