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L’Europa e l’immigrazione dopo Dublino

Bojan Zeric
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Raised in Rome by Bosnian parents, I try to use writing as a tool to decipher the world around me and all its complexities by taking different perspectives into consideration. In Bocconi, I am studying International Politics and Government.

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L’annuncio della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sull’intenzione dell’Unione Europea di sostituire il trattato di Dublino con un nuovo disegno di legge all’insegna di “responsabilità e solidarietà” ha riacceso il dibattito politico sull’immigrazione. Ma quali sono i problemi che rendono il trattato di Dublino inadeguato, e siamo sicuri che questa nuova proposta sarà efficace nel cancellarli?

La proposta sull’immigrazione della Commissione europea

Gli ultimi mesi hanno riportato al centro del dibattito pubblico europeo la delicata e complessa tematica dell’immigrazione. Ciò è percepibile sia a livello istituzionale, dopo che la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato di voler abolire il trattato di Dublino che da oltre vent’anni regola le richieste di asilo a Stati membri dell’Unione Europea e di volerlo sostituire con misure nuove, sia a livello mediatico, dopo che il 9 settembre un grosso incendio ha distrutto il più grande centro di accoglienza per migranti greco, sull’isola di Lesbo, peggiorando ulteriormente le già precarie condizioni in cui vivono i rifugiati ospiti.

Considerare il regolamento di Dublino datato e inadeguato a regolare il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo nell’Unione Europea è, secondo gli esperti, più che lecito, così come è lecito pensare alla difficile situazione odierna di Lesbo come a un’indiretta ma tangibile conseguenza di tale inadeguatezza. Tuttavia, ciò che è trapelato della nuova proposta avanzata dalla Presidente della Commissione Europea non sembra rappresentare un’alternativa che affronta in maniera efficace le componenti del trattato di Dublino ritenute problematiche, o quantomeno non tutte. Il rischio, quindi, è che anche se la proposta venisse accettata dagli Stati membri dell’U.E. diversi degli aspetti che rendono il trattato in vigore inadeguato rimarrebbero invariati.

Il trattato di Dublino, firmato nel 1990 da 12 Stati membri dell’Unione Europea ed entrato in vigore nel 1997, è stato creato con lo scopo di chiarire quale sia lo Stato che deve esaminare la richiesta di asilo di un rifugiato. L’obiettivo era quello di creare una pratica comune, in modo da rendere il sistema più efficiente evitando che richieste di asilo venissero avanzate in due Stati differenti dallo stesso richiedente.

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La fonte principale delle problematiche di questo sistema sta nel principio secondo il quale, in assenza di legami di parentela accertati in altri Paesi membri, lo Stato che si fa carico della domanda e dell’accoglienza di un richiedente asilo è il primo in cui lo stesso mette piede. Logicamente, nel momento in cui, dal 2013 in poi, il flusso migratorio è aumentato considerevolmente, la pressione sui cosiddetti “Paesi di frontiera”, notoriamente Italia, Spagna e Grecia, è aumentata fino a diventare spesso insostenibile. Per ogni richiedente asilo, infatti, è necessario che le istituzioni dei rispettivi Stati identifichino l’individuo e esaminino la richiesta, pratica che in genere richiede dai sei mesi a un anno, e che nel frattempo al richiedente venga garantita una sistemazione. Inoltre, se la richiesta viene respinta, i Paesi di frontiera sono anche responsabili di occuparsi del rimpatrio.

Di conseguenza, anche quando i flussi sono minori, le risorse che gli Stati di frontiera devono utilizzare per analizzare ogni richiesta e garantire una sistemazione a ogni richiedente asilo sono molto dispendiose. Quando i flussi sono maggiori, invece, le risorse sono spesso insufficienti a gestire ogni aspetto della pratica: a pagarne le conseguenze sono solitamente i migranti stessi, costretti a vivere in condizioni spesso quasi insostenibili in attesa di una risposta alla propria richiesta di asilo. Un esempio concreto in tale senso è il centro di accoglienza di Lesbo menzionato su, che prima di essere distrutto accoglieva 13,000 rifugiati, ovvero oltre quattro volte la sua capienza, per mancanza di sistemazioni alternative.

Un’altra componente problematica del trattato di Dublino è l’inefficienza del sistema che si va a creare, facilmente percepibile nel momento in cui si considera il punto di vista dei migranti. Il più delle volte, infatti, i richiedenti asilo considerano i Paesi di frontiera come semplici punti di transito verso i Paesi del nord-Europa, dove il mercato lavorativo e quindi le possibilità di integrarsi dal punto di vista socioeconomico sono migliori. Invece, anche in caso la loro richiesta venga approvata, si ritrovano “bloccati” nel Paese di frontiera in cui hanno fatto la richiesta.

Ci sono stati diversi tentativi di sostituire il trattato di Dublino nel corso degli ultimi anni, ma le proposte avanzate dalla Commissione Europea sono sempre state respinte, solitamente per ragioni legate alla politica interna dei Paesi dell’Europa dell’est. Nel caso di quest’ultima proposta, tuttavia, le probabilità che venga accettata dagli Stati membri dovrebbero essere maggiori rispetto al passato per via della natura della proposta stessa, più flessibile e permissiva per i Paesi non di frontiera rispetto a quelle avanzate in passato. L’idea, basata sulla necessità di trovare un equilibrio tra “responsabilità e solidarietà”, è di assegnare a ogni Stato membro una quota di richiedenti asilo di cui dovranno occuparsi.

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Tuttavia, la riforma prevede che ognuno degli Stati membri possa scegliere come occuparsi della quota di richiedenti asilo ad esso assegnata. La scelta è tra tre possibilità: gestire l’esaminazione della richiesta di asilo, con tutto ciò che tale processo comporta; occuparsi del rimpatrio dei richiedenti asilo il cui esito è stato negativo, assumendosi la responsabilità in caso di insuccesso dello stesso; offrire un supporto “operativo, tecnico e di personale” ad altri membri, ovvero un aiuto concreto ai Paesi di frontiera.

L’elemento principale che ha già suscitato diverse perplessità tra gli esperti e che fa dubitare nell’efficacia della proposta descritta nel migliorare la situazione causata dal trattato di Dublino è la possibilità per gli Stati membri di scegliere come assumersi la responsabilità per la propria quota di richiedenti asilo. In caso tutti gli Stati membri scelgano di adottare la seconda e la terza opzione, ovvero il rimpatrio e il supporto concreto ad altri Paesi, la componente più dispendiosa del processo, cioè esaminare le richieste di asilo e nel frattempo di garantire una sistemazione ai rifugiati, rimarrebbe quasi interamente responsabilità dei Paesi di frontiera. Indubbiamente, la pressione su di loro sarebbe alleggerita rispetto ad ora, perché otterrebbero quantomeno un supporto economico, ma si tratterebbe di un passo avanti piuttosto marginale.

Inserire la possibilità di scegliere come assumersi la responsabilità della propria quota di richiedenti asilo è necessario per far sì che la proposta venga considerata dagli Stati che adottano una politica notoriamente anti-immigratoria, i quali hanno già respinto una proposta basata su simili princìpi ma con meno flessibilità di scelta nel 2018. Tuttavia, il rischio è che, anche se nei prossimi mesi la proposta venisse approvata e adottata, la situazione non cambierebbe abbastanza da alleggerire sufficientemente la pressione sugli Stati di confine.

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Intanto, mentre a livello istituzionale il dibattito sulla questione sta iniziando, la situazione all’interno di diversi dei centri di accoglienza continua a peggiorare, anche perché il processo di esaminazione delle richieste di asilo è stato rallentato dalla pandemia. Oltre alla già citata Lesbo, in cui diversi degli ospiti del centro di accoglienza che adesso è bruciato si arrangiano dormendo nei campi e per cui il governo sta tentando di arrivare a una soluzione temporanea, è doveroso citare anche Lampedusa, il cui sistema di accoglienza negli ultimi mesi è stato spesso a un passo dal collasso per mancanza di risorse adeguate a garantire una sistemazione stabile a tutti. Inoltre, il Covid-19 e la necessità di adottare misure di sanificazione straordinarie in circostanze in cui le condizioni igieniche lasciano a desiderare anche in condizioni normali rende il tutto ancora più complicato.

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