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Il lockdown ha aggravato i femminicidi e la violenza domestica

Femminicidi e violenza domestica
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Durante il primo lockdown, i femminicidi sono stati uno ogni tre giorni. Il 40% degli italiani pensa che una donna possa sottrarsi ad un rapporto sessuale, se davvero non lo vuole. Il 23% pensa che il modo di vestire possa provocare lo stupro. A fronte di questi dati e del fenomeno di victim blaming nei media e sui social network, è importante svolgere una riflessione in occasione del 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne cade il 25 novembre in un anno particolare, caratterizzato dalla pandemia globale che ha costretto gli italiani a confinarsi in casa. Ciò ha avuto delle implicazioni per le vittime di abusi domestici: alcuni esperti hanno sottolineato come il lockdown abbia peggiorato significativamente situazioni di violenza familiare già presenti. Le donne che subiscono abusi dal loro partner si sono ritrovate chiuse in casa con lui, senza poter uscire come prima. Un dossier del Ministero dell’Interno pubblicato a luglio 2020 – intitolato Violenza di genere e omicidi volontari con vittime donne – sottolinea come nei mesi di lockdown ci sia stato un aumento dei reati di minaccia, lesione personale e percosse, con particolare riferimento all’ambito familiare.  

Per quanto riguarda i femminicidi, sono in calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma il numero di vittime di sesso femminile è aumentato. Infatti, nella prima metà dell’anno corrente, si sono registrati 69 omicidi volontari consumati in ambito familiare/affettivo, 53  dei quali hanno avuto come vittime donne. In altre parole, questo significa che da gennaio a giugno 2020, periodo caratterizzato dal primo lockdown, ogni tre giorni e mezzo un uomo ha ammazzato la sua partner. Infatti, la maggior parte dei femminicidi è compiuta per mano del partner o dell’ex partner della vittima, tipologia di delitto che tra l’altro ha subito un incremento rispetto allo stesso periodo del 2019.

Spesso questi atti vengono descritti dai media come raptus improvvisi, momenti di rabbia cieca che portano l’omicida a reagire in maniera esagerata, inusuale rispetto al solito. L’uomo viene spesso descritto come un lavoratore e padre di famiglia, che è stato devastato da un tradimento o da una rottura voluta dalla partner. Quest’ultima, come leggiamo spesso sui giornali, o viene praticamente tralasciata dalla narrazione, o – ancora peggio – viene messa in cattiva luce. Ad esempio, si tende a sottolineare il suo gesto di tradimento, la sua volontà di lasciare il fidanzato o marito, che, guidato dalla tristezza, ha reagito malamente dopo aver appreso la notizia. Queste pratiche di colpevolizzazione della vittima sono molto diffuse e riguardano quasi sempre le donne. La narrazione che le riguarda non si limita ai media, ma sbarca anche sui social network, dove una numerosa quantità di persone commenta con accuse, giudizi, frasi d’odio nei confronti della vittima. Se poi parliamo di una donna coinvolta in un caso di revenge porn, o che si trova in stato di ebbrezza, o che svolge qualsiasi attività lavorativa non “tradizionale”, addio. Di ogni vittima, sembra che si cerchi di scovare il punto debole, la crepa, l’errore commesso per poter giustificare una narrazione del tipo “se l’è andata a cercare”.  

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Fortunatamente la tematica del victim blaming sta guadagnando maggiore attenzione in Italia, grazie – purtroppo – ad alcuni recenti fatti di cronaca, come il caso della ragazza stuprata da Genovese a Milano, o la maestra licenziata a causa della diffusione di un video hard da parte dell’ex fidanzato a Torino. Tuttavia, i passi da compiere in questo senso sono ancora molti in Italia, se speriamo di accrescere la consapevolezza su queste delicate tematiche. Infatti, ci troviamo in un paese dove il 39,3% della popolazione ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole (come si evince da un rapporto Istat 2019). In altre parole, due persone su cinque in Italia pensano che gli stupri non esistano. Queste persone tendono spesso ad associare la denuncia di stupro o di violenza ad un bisogno di attirare l’attenzione da parte della vittima. Elevata è anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire: 23,9%.  Il 15,1%, inoltre, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Questi dati ci fanno rendere conto che il nostro Paese si trova ancora in una fase ben lontana da quella in cui una donna possa sentirsi legittimata e compresa nel denunciare una violenza. Dunque, non stupiamoci del fatto che le vittime non siano incentivate a recarsi alla polizia o a raccontare quello che stanno vivendo.  

Per sperare di cambiare le cose, dovremmo ripensare completamente la società in cui ci troviamo. Come sottolinea lo scrittore Paolo di Paolo, oltre a pubblicare libri come Storie della buonanotte per bambine ribelli (Mondadori, 2017), si dovrebbe pubblicare un testo del tipo “Storie della buonanotte per bambini gentili”. Sì, perché il perpetuarsi della violenza da parte di uomini nei confronti delle loro partner è radicato in una cultura diffusa di tipo patriarcale che legittima alcuni uomini a vedere il rapporto amoroso in maniera tossica, pretendendo la supremazia. Il cambiamento di questo modello culturale è nell’interesse di tutta la società. 

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Ovviamente, le tematiche presentate richiederebbero un ampio approfondimento e una dettagliata analisi di tutti i fattori in gioco. Tuttavia, basta leggere un giornale per accorgersi che le notizie legate a violenze, abusi, stupri, minacce nei confronti delle donne sono numerose, e purtroppo sono solo una piccola parte di tutti quelli presenti nelle case italiane. I femminicidi, che sono l’apice della violenza, sono così diffusi che a volte tendiamo ad abituarci alla loro presenza, come se dovessero fare naturalmente parte delle cronache quotidiane. Inoltre, basta aprire qualsiasi social network per trovare commenti e post di persone che colpevolizzano la vittima o giustificano l’omicida. In questo quadro preoccupante l’auspicio è che la giornata del 25 novembre faccia realizzare alle persone la gravità del fenomeno, le sue principali implicazioni e la lunga strada che c’è ancora da percorrere.  

Author profile

Sara Gobetti is currently pursuing a Master of Science degree in Politics and Policy Analysis at Bocconi University. She graduated in Political Science from Università degli studi di Milano in 2019. She is passionate about public policies, sustainability, and gender equality. She loves reading, writing and hiking.

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