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Laurearsi dietro le sbarre: uno spiraglio di luce per i detenuti

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Negli ultimi anni sempre più atenei hanno svolto un ruolo cruciale nella promozione dello studio universitario dei detenuti, facendo di un “diritto fantasma” una concreta e fruibile possibilità per i condannati alla pena carceraria. E’ in questo modo che si realizza pienamente il tanto auspicato fine della detenzione: il recupero della persona e il suo reinserimento nel tessuto sociale.

Quello dell’istruzione universitaria nelle carceri non è un tema che campeggia solitamente sulle prime pagine dei quotidiani. Le sue profonde criticità solo in tempi recenti sono divenute oggetto di una maggiore attenzione che potrebbe auspicabilmente  condurre a una loro soluzione. Un piccolo passo in avanti, questo, perfettamente sintetizzato nella nascita del CNUPP (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari) nell’aprile 2018, che costituisce la formalizzazione del coordinamento dei responsabili dell’attività di formazione universitaria in carcere.

Infatti, negli ultimi anni sempre più atenei hanno svolto un ruolo cruciale nella promozione dello studio universitario dei detenuti.

Le facoltà più gettonate sono quelle politico-sociologiche, che vedono iscritto circa un quarto dei carcerati. Le materie umanistiche si aggiudicano il secondo posto. Seguono, poi, Giurisprudenza, Scienze, Agraria, Storia, Psicologia, Economia, Ingegneria e Matematica.

In Italia gli studenti detenuti sono 796 (Associazione Antigone, 2019), distribuiti tra 70 istituti penitenziari e 30 atenei. Sono numeri che potrebbero trarre in inganno e sembrare eccezionalmente elevati. Tuttavia, potrebbe essere deludente constatare che si tratta del solo 1% del totale dei carcerati. È un dato alquanto curioso se si osserva che quello all’istruzione è (o dovrebbe essere) un diritto e, in quanto tale, dovrebbe essere garantito a quanti abbiano voglia di esercitarlo. Purtroppo, a quanto pare, è un diritto “fantasma”, valido solo su carta. L’art 19 della legge n. 354 del 26 luglio 1975, approvata nel contesto della riforma dell’ordinamento carcerario, recita, infatti: “È agevolato il compimento degli studi dei corsi universitari ed equiparati”. L’inconsistenza di tale norma è tutta qui: il termine “agevolato”, più che a un diritto pienamente esigibile, rimanda ad una sorta di concessione nei confronti dei carcerati che avanzano la pretenziosa richiesta di ricevere un’istruzione universitaria. A ciò si aggiunga che ogni istituto si è dotato di ordinamenti interni che declinano la legge in maniera del tutto disallineata rispetto agli altri.

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Si tratta di un risultato contrastante con quello che dovrebbe essere l’obiettivo ultimo della reclusione, ovvero la “rieducazione del condannato”, come evidenzia anche l’art. 27 della Costituzione Italiana. Difatti, lo studio nelle carceri potrebbe esercitare un nobile compito: facilitare il reinserimento sociale dell’individuo una volta scontata la pena, creare, cioè, un “ponte immaginario tra dentro e fuori” che possa concretizzarsi in un reale investimento per il futuro.

A partire dal 2016 la nostra Università ha profuso un notevole impegno in questa direzione, avviando il progetto Bocconi in Opera”, in accordo con l’Amministrazione Penitenziaria della Lombardia. Obiettivo dell’iniziativa è favorire la mobilità sociale e la rieducazione dei detenuti nella Casa di Reclusione di Opera, offrendo ogni anno a dieci tra loro l’opportunità di intraprendere il percorso di laurea triennale in Economia Aziendale e Management (CLEAM). Il corso viene erogato in forma totalmente gratuita, grazie soprattutto alle generose offerte di donatori che finanziano il progetto. In particolare, grazie al contributo di Luca Mignini, Alumnus Bocconi 1986, quest’anno l’ammontare raggiunto verrà raddoppiato.

La sessione di laurea di aprile 2020 ha visto maturare il primo frutto di questa iniziativa: il quarantacinquenne Pasquale Genovese è stato il primo detenuto a concludere il percorso, con la sua tesi intitolata “Dall’idea alla realizzazione: come sviluppare un progetto di accoglienza integrando arte, cultura, tecnologia e turismo”. Qui di seguito un suo pensiero tratto da una lettera scritta alla Bocconi:

“Sono più di dieci anni che mi dedico agli studi universitari e alla cultura in generale, prima con sociologia poi con filosofia e infine con economia. Mi sono reso conto che la cultura è forse l’unica vera ricchezza che l’uomo ha a disposizione. A prescindere ovviamente dai sentimenti, i valori e i principi che ognuno possiede. Ricchezze materiali come auto e soldi sono effimere perché possono sparire da un giorno all’altro. Invece la cultura, una volta ingerita, metabolizzata e sedimentata dentro di noi, niente e nessuno può togliercela. Non la possiamo perdere e non ce la possono rubare. Il lavoro che propongo nella mia tesi non è soltanto un’idea imprenditoriale ma anche la volontà di rimediare al torto che ho fatto alla mia famiglia e la mia terra.”

Pasquale Genovese

E la sua riflessione è la chiara dimostrazione che il progetto ha centrato l’obiettivo: istruire e rieducare, attraverso un costante lavoro di maieutica che faccia emergere la componente migliore, spesso recondita, della persona.

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A CLEF student with an insatiable hunger for knowledge. Very passionate about finance, political economy, social sciences and classical music.

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