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Tornare ad essere umani

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Distanziamento sociale. Ancora una scomoda realtà. Chissà che ne sarebbe di un Paese dove il distanziamento sociale fosse una politica costante.   

La risposta, per ora, è la realtà fantascientifica che stiamo vivendo da marzo del 2020. A parere di molti, i risvolti positivi della pandemia superano quelli negativi. La digitalizzazione delle aziende, per esempio, accelerata a velocità supersonica. I nuovi non-luoghi di aggregazione “virtuale”. La possibilità di inscatolare la nostra vita in una saponetta del wi-fi a un paio di metri dal divano. Un’accelerazione del tempo – ma solo quello dell’orologio – senza precedenti, che si credeva avrebbe espresso una società individualista – quanto basta -, ancora più affamata di produttività, eppure capace di ridare valore al tempo – quello della coscienza – e alle persone. 

Non è andata proprio così.  

Secondo uno studio psicologico dell’Università La Sapienza e dell’Università dell’Aquila, tra gli operatori sanitari il tasso di depressione durante la pandemia è stato del 50%, il tasso di ansia tra il 23% al 44%, il tasso di insonnia del 34% e il tasso di stress tra 27% e il 71%. 

Il 96% dei pazienti affetti da COVID-19 ha riportato sintomi significativi di stress post-traumatico prima della dimissione. Quasi il 50% ha presentato sintomi depressivi, oltre il 55% ansia e quasi il 70% sintomi somatici. 

Nella popolazione generale è stato osservato un drastico aumento di ansia, depressione, stress, insonnia, ipocondria, comportamenti compulsivi e fobie. 

Non più incoraggianti i report dell’Istituto di statistica sulla criminalità e gli omicidi in Italia: nel primo semestre dell’anno scorso i femminicidi sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e hanno raggiunto il 50% nei mesi di marzo e aprile.  

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L’instabilità mentale, da eccezione, è diventata la regola. Avvertiamo il bisogno di estremizzare qualsiasi emozione. Siamo affamati di stimoli, non importa quali. E quando li troviamo, reagiamo senza lasciarci tempo per elaborarli. Ci trasformiamo in una mandria senza controllo. Restiamo raggomitolati nella certezza della mortalità del corpo, incapaci di dimenticare l’odore della fine della specie, il suo essere stato così vicino a noi. Per paura di morire abbiamo perso la voglia di vivere?  

Mi viene in mente la massa di Canetti (Massa e Potere, 1960) che lui definisce attraverso l’inversione del timore di essere toccati. Se normalmente gli uomini temono il tocco dell’estraneo, e sulla base di tale timore costruiscono le loro distanze, nella massa la situazione si capovolge. La paura del tocco dell’altro si annulla, si traduce nel sollievo di essere parte di un unico corpo, poco pensante o non pensante del tutto. Compattezza e passività.  

Oggi, distanti, ci troviamo davanti a una nuova fenomenologia della massa. Un unico corpo, ma formato da individui a distanza – ancora – l’uno dall’altro. E trotterellanti, dalla paura di toccarsi davvero. Massa rarefatta. Distanziamento sociale e passività.  

Sulle potenzialità del tatto, prima di Giorgio Agamben, aveva riflettuto Aristotele. Se per ogni senso esiste un medio – il diafano per la vista, l’aria per l’udito – il tatto si distingue da ognuno di essi «perché il medio esercita un’azione su di noi, ma insieme (ama) al medio».  

Vediamo senza vedere i nostri occhi, udiamo senza percepire la nostra capacità di udire. Invece nel contatto il medio – la carne – è parte di noi: siamo affetti dalla nostra stessa ricettività. Il contatto con l’Altro è dunque soprattutto e innanzitutto contatto con noi stessi, con la nostra capacità di toccare ed essere toccati. Quintessenziale aspetto del contatto è allora l’esperienza di noi stessi, della nostra carne.  

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Se infinitamente ciechi di fronte a una realtà fantascientifica che ci vuole solo parte della massa “rarefatta”, vicini nell’essere suoi compatti e passivi meccanismi, e tuttavia lontani nel nostro essere attraverso l’Altro, dobbiamo temere non solo di perdere il contatto con i corpi attorno, ma anche di dimenticare l’immediata esperienza di noi stessi, come Esseri Umani.  

Abbiamo l’urgenza di una nuova filosofia del contatto.  

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Editorial Director

Born in 2000, she started talking and rebelling very early and never stopped. Currently a CLEACC student, in the free time she enjoys writing, philosophising and listening to techno.

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