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Note alle presidenziali US – La convention repubblicana

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Mitt Romney, candidato alla presidenza repubblicano alle prossime elezioni.

La corsa alle presidenziali statunitensi è entrata nel vivo. Dopo la battaglia serrata delle primarie, il reduce Mitt Romney ha accettato pochi giorni fa la nomination a candidato presidente del partito repubblicano. Il palcoscenico era la convention di Tampa (Florida) e lo show (che Romney aspettava da 5 anni) è stato architettato fin nei minimi particolari. Il risultato? I commenti della stampa oscillano tra il neutrale (“more than good enough to keep Mr Romney in the race” – The Economist) ed il negativo (“tin man Romney still not putting enough heart into it” – The Guardian). A me, osservatore in differita dall’altra parte dell’Oceano, i tre elementi della convention che sono sembrati più interessanti sono:

1. Il tentativo di sedurre il voto degli immigrati. Marco Rubio è stato probabilmente lo speaker migliore della convention. Figlio di immigrati cubani, il senatore della Florida è stato posizionato subito prima del discorso di Romney. Tale scelta è dovuta ad una serie di valide motivazioni. Innanzitutto, possiede grandi doti oratorie. In secondo luogo, la convention si teneva nel suo stato, la Florida. Ed infine, la fetta dei voti degli immigrati potrebbe risultare determinante per la vittoria. Solo gli ispanici, il gruppo di gran lunga più numeroso, sono più che raddoppiati dalle elezioni del 2008 e la crescita non accenna ad arrestarsi. L’unico problema sta nel fatto che questo tentativo non solo arriva tardi, ma è anche confuso e dalle motivazioni a dir poco risibili. I democratici sostengono il Dream Act, legge che mira a regolarizzare gli immigrati senza documenti, mentre i repubblicani hanno sempre sostenuto soltanto le espulsioni. Il messaggio avrebbe potuto avere qualche risultato se fosse stato abbinato ad una presa di posizione forte sul tema da parte del candidato alla presidenza, ma questo non è avvenuto. Inoltre, le ragioni che il messaggio repubblicano sembra dare agli immigrati per votare il ticket Romney-Ryan sono a dir poco risibili: votate a destra perché difendiamo l’American Dream che voi incarnate. Qui c’è innanzitutto un macroscopico errore di pianificazione elettorale, probabilmente dovuto alle divisioni interne al GOP. Errore che rischia di alienarsi anche per il futuro il voto immigrato come è avvenuto in passato con quello degli afroamericani (parole di Karl Rove). In secondo luogo, i repubblicani hanno anche mal utilizzato minuti importati della convention, in cui avrebbero potuto aggredire i bacini elettorali a cui possono realisticamente puntare.

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2. La politica del non dire nulla. La convention era additata dai più come la grande, forse ultima occasione di Mitt Romney per fare chiarezza su molte delle sue posizioni. In primis l’economia, riguardo alla quale si è promessa la riduzione delle tasse, l’abbattimento del deficit, l’incremento dell’occupazione e lo smantellamento della riforma sanitaria di Obama. Il tutto con la chiusura dei “tax loopholes” del sistema US. Fattibile? Secondo molte autorevoli fonti, conti alla mano, tali promesse non hanno alcun riscontro. C’è sicuramente qualcosa che manca nel progetto economico di Romney. Secondo alcuni, a mancare è il piano stesso. Secondo altri, ad essere omessi sono particolari fondamentali del suddetto piano, per il semplice motivo che non riscuoterebbero il consenso dell’elettorato. Anche sulla politica estera c’è un silenzio imbarazzante, a parte sul generico fatto che si aumenterà lo stanziamento per la difesa, si ritornerà alla grandeur passata e si userà, se necessario, il pugno duro con Cina, Iran, Russia, etc. La domanda che sorge spontanea è: si può condurre una campagna fatta di così poche idee? A fidarsi delle dichiarazioni dei due candidati, presto dovrebbero venir fuori nuovi elementi. Altrimenti il dibattito resterà fermo al punto in cui è ora, l’esaltazione dei difetti dell’avversario.

3. La buona novella di Rubio. Del discorso di Rubio penso fosse particolarmente azzeccato un passaggio: “Our problem with President Obama isn’t that he’s a bad person. By all accounts, he too is a good husband, and a good father — and thanks to lots of practice, a pretty good golfer. Our problem is he’s a bad president”. Finora (e suppongo anche lo sarà fino al voto) la campagna repubblicana si è basata quasi esclusivamente sulla demolizione di Obama, dipinto a tinte molto scure sotto tutti i versanti. Ancora peggio, gli stessi slogan elettorali del partito repubblicano sono basati su quelli che portarono Obama alla vittoria nel 2008: “We believe in America”, “We can change this”, etc. Le parole di Rubio, al di là del sarcasmo che infiamma platee come quelle delle convention, fanno capire che non è la persona ad essere in discussione, ma le sue capacità di presidente. Mossa intelligente, contando che se gli Americani si trovassero a decidere solo sulla base del gradimento personale, queste elezioni sarebbe già chiuse.

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Sergio Rinaudo

 


Questo articolo vuole essere il primo di una serie di pezzi sulle elezioni US. L’argomento della prossima settimana sarà la convention democratica di Charlotte, North Carolina.

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