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Prostituzione legale : nuova frontiera economica o vergogna della società?

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di Camilla Sacca

Nel 2010 la Commissione Affari Sociali della Camera ha stimato che la prostituzione costituisce ricavi per circa 5 miliardi di euro, soldi che sfuggono a qualunque controllo statale, alimentando uno dei più grandi mercati neri italiani.

Questa situazione è nata in seguito alla  chiusura delle case di tolleranza, luoghi presenti sulla nostra penisola fin dal Regno delle Due Sicilie, in cui il meretricio era autorizzato e controllato dallo Stato, che si occupava addirittura di fissare e regolamentare i prezzi  da imporre ai diversi tipi di servizi. Con l’approvazione della Legge Merlin, nel 1958, questi luoghi di incontro vennero dichiarati illegali, venne abolita la regolamentazione statale della prostituzione e si istituirono numerosi reati volti a contrastare lo sfruttamento della compravendita sessuale.  Animata da uno spirito femminista e socialista, la Senatrice Merlin aveva combattuto per questa legge credendo che avrebbe migliorato la condizione delle donne nel nostro Paese.

Purtroppo, i dati recenti non sembrano darle ragione. Il modello abolizionista adottato dall’Italia, che non punisce l’atto della prostituzione in sé, ma non provvede neanche a regolamentarla, porta non solo grandi perdite economiche allo Stato, che rinuncia ad ingenti gettiti fiscali potenzialmente in grado di impedire l’aumento di numerose imposte se non  anche di abbassarle, ma causa inoltre notevoli costi sociali.  Primo fra tutti è sicuramente quello della criminalità organizzata, che sfrutta questo fenomeno per allargare le proprie aree d’affari, alimentando un mercato nero che si basa sullo sfruttamento del corpo umano e approfitta spesso delle persone in situazioni precarie, costringendole a lavorare in condizioni pessime sia per quanto riguarda l’igiene che la sicurezza. A ciò si affianca il problema della sanità, causato soprattutto dal mancato obbligo di controlli per chi  esercita una professione sessuale e dalle difficoltà che molte donne non in regola incontrano per la fruizione di benefici sanitari, fattori che alimentano la diffusione di STD (malattie sessualmente trasmissibili). Non è infine da tralasciare il crescente disagio che la pratica della prostituzione all’aperto provoca a livello urbano, minando la sicurezza di numerosi quartieri e intaccandone la reputazione, avendo spesso anche ripercussioni economiche come il deprezzamento delle case in certe zone.

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Sono dunque numerose le polemiche e le proposte di adottare nuovi modelli di legalizzazione sulla scia degli altri Paesi europei. In Germania, Svizzera, Olanda, Grecia, Regno Unito, Lettonia, Ungheria e Austria, infatti, la prostituzione è stata regolamentata per legge, con l’istituzione di bordelli statalizzati o la creazione di veri e propri quartieri “a luci rosse” . Questa decisione ha portato alla “pulizia” delle strade con conseguente miglioramento sul piano urbano, ha permesso alle prostitute di pagare le tasse beneficiando così dei servizi che lo Stato mette a disposizione dei cittadini, ha riconosciuto i bordelli come attività commerciali in regola e ha permesso di distinguere la figura del “protettore” da quella dello “sfruttatore”, garantendo maggiori possibilità di prestare servizi in ambienti dignitosi, sicuri e legali.

Con questi obbiettivi, dunque, il Dicembre scorso un gruppo di partiti di destra (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Lista Maroni e Forza Italia) ha promosso la propria battaglia per abrogare la legge del ’58, proponendo di indire un referendum ottenibile  sia per mezzo della raccolta di 500mila firme a favore sia attraverso l’approvazione della proposta di almeno cinque consigli regionali (per ora è stata ottenuta quella della regione Lombardia). Gli oppositori (PD, PDL e Nuovo Centro Destra) ribattono che al momento  la prostituzione non è il più urgente problema in Italia e dichiarano che in ogni caso l’approccio a questo fenomeno  non deve avere obbiettivi di lucro ma di tutela della dignità umana in linea con i principi dell’ONU.

Una questione, dunque, che divide il Paese, come del resto fece dal momento stesso di entrata in vigore della legge Merlin. È vero che una regolamentazione non risolverebbe il problema della mercificazione del corpo umano sul piano etico, ma suonerebbe improbabile se non addirittura illusorio pensare di riuscire a eliminare quello che è chiamato “il mestiere più vecchio del mondo”.  Sta dunque allo Stato prendere atto della situazione attuale e cercare di migliorarla, introducendo norme che garantiscano le condizioni più dignitose possibili. Evitare di regolamentare il settore della compravendita sessuale non è infatti prova di rispetto del corpo altrui, ma è segno di disinteresse nei confronti di persone bisognose di  tutele e diritti che permetterebbero loro una vita migliore.

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camilla.sacca@studbocconi.it

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