26 April 2026 – Sunday
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Recensione: Youth – La giovinezza

Di Tommaso Santambrogio

“Lo sai qual è il vero problema, Rachel?”
“Quale?”
“Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice ‘un giorno farò cosi’… all’età in cui si dice ‘è andata così’…”

This must be the place

youth

“Nessuno al mondo si sente all’altezza.”

A dirlo è una bambina dagli occhi grandi e mistici, che riferendosi a Jimmy Tree (Paul Dano), attore logorato dai passati ruoli e insoddisfatto, sembra strizzare l’occhio al pubblico e rivelare una fragilità dello stesso Paolo Sorrentino. Già, perché dopo il successo di La grande bellezza l’attesa per Youth è grande, le aspettative pure e l’asticella è salita di qualche tacca rispetto ai precedenti film del regista napoletano. Ebbene, Youth è un film pretenzioso nella sua forma, nei contenuti aforistici eccessivi, nello stile registico pesantemente costruito, nella musica quasi pedante…ma comunque estremamente bello. È inutile cercare la stroncatura, perseguire il sadismo subconsciamente aleggiante nell’aria per cui dopo un film da oscar debba necessariamente esserci un passo falso. Youth colpisce, funziona, emoziona senza creare empatia, conturba con i suoi dialoghi incisivi, inaspettati e forti.

Da un lato si potrebbe pensare e facilmente sostenere che sia un film che parli del niente e non abbia né capo né coda. Alla domanda “Qual è la trama?”, la risposta ineccepibile potrebbe essere “boh, ci sono due vecchi in un hotel in Svizzera che parlano e intanto compaiono e scompaiono altri personaggi”. Ma, da tutt’altra prospettiva, Youth può considerarsi un’opera totale, che parla di niente ma parla di tutto, un’opera dipinta magistralmente in cui i personaggi sono abbozzati, in storie incomplete. Personaggi che scivolano, come sono scivolati dalla gioventù alla vecchiaia, come il tempo e la vita che scorrono e a cui ci si prova ad aggrappare con tenacia e ostinazione, senza però trovare appigli.

Uno (Fred Ballinger alias Michael Caine) è un celebre direttore d’orchestra in pensione che non ne vuole sapere di dirigere le sue “canzoni semplici” per la regina d’Inghilterra, l’altro (Mick Boyle alias Harvey Keitel) è un regista che vuole girare il suo ultimo film, il suo testamento spirituale, artistico e umano e che non vuole ancora accettare l’idea della pensione.

È un film pieno diyouth2 stimoli, pieno di paradossi, che parla di futuro dalla bocca di due ottantenni, che decanta l’arte come amore alternativo a quello umano ma che dipende dal sentimento stesso per esser vera. Si parla di libertà quando l’amore finisce, vede la comparsa di una Miss Universo troppo perfetta per essere vera, al cui cospetto anche la Beatrice di Dante impallidirebbe. Il corpo è protagonista, nella sua plasticità e imperfezione, nella sua decadente unicità e bellezza, simbolo del tempo che incede e segna, materialità a cui siamo legati e che ci accompagna e determina. La bellezza sta nel tempo dell’uomo in contrasto con l’a-temporalità di luoghi come le alpi svizzere, la natura, ed è tremendamente commovente nel cameo di Maradona (non quello vero purtroppo per Sorrentino). La scena in cui palleggia con una pallina da tennis (con una perfezione divina) ma imprigionato in un corpo deformato dall’età e soprattutto dagli eccessi nasconde il sublime, sembra significare l’estrema creatività e straordinarietà umana nonostante la sua fragilità.

Oltre a questi ci sono altri splendidi personaggi, come l’attore Jimmy Tree sopracitato, che, preparandosi per una parte, cerca di cogliere l’orrore conradiano e il desiderio umano. O ancora altri appena accennati da Sorrentino, come la pop-star Paloma Faith (grandi doti sotto le lenzuola nel film), o il monaco buddhista che levita quando nessuno lo vede, come a sottolineare che lo straordinario accade quando meno te lo aspetti, quando nessuno guarda. Ed è in questa vuota ostentazione che gesti semplici o naturali colpiscono, e forse è anche questo che i detrattori del regista evidenziano; come il cinema di Sorrentino sia pomposo, senza trama né una reale storia e ancor di più eccessivo. E forse è vero, una volta terminata la visione sembra che sia stata una parentesi, un breve viaggio in una Narnia sorrentiniana.

Youth è un film che non sembra naturale, “normale”, ma per fare un paragone con Maradona, l’idolo calcistico presente nel film, è nell’eccesso che si nasconde la genialità. Certo è folle, come fu folle quel tocco di mano nei quarti di finale contro l’Inghilterra del mondiale del 1986, un colpo d’artista non regolare ma che fece la storia e illuminò per come seppe rompere totalmente gli schemi. E così risulta Youth, l’ennesimo tocco d’arte di un regista ormai coerente con la sua visione del mondo, con il tema dell’urgenza del tempo e con riprese alla Malick con personaggi quasi circensi-felliniani. È un colpo di mano in un gioco di piedi, un’irregolarità che fa innamorare e incazzare un sacco di gente tra critici e spettatori ma di cui non si può non riconoscere la genialità e, perdonate la banalità, la grande bellezza.

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