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Elezioni Presidenziali USA: Road to the White House

Elezioni presidenziali
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Il prossimo 3 novembre sarà, per gli Stati Uniti, l’attesissimo Election Day: verrà scelto il 46° presidente USA, nelle cinquantanovesime elezioni presidenziali nella storia del Paese. Il sistema elettorale americano è del tutto peculiare e, sotto alcuni aspetti, unico.

Il prossimo 3 novembre sarà, per gli Stati Uniti, l’attesissimo Election Day: verrà scelto il 46° presidente USA, nelle cinquantanovesime elezioni presidenziali nella storia del Paese.

Il sistema elettorale americano è del tutto peculiare e, sotto alcuni aspetti, unico.

Si può averne un primo saggio dalla data: le elezioni si tengono i primi giorni di novembre, dal 1845 – anno in cui il Congresso ha regolamentato una volta per tutte la determinazione di quest’appuntamento – esse si tengono il martedì successivo al primo lunedì di novembre.

Ad ogni scelta corrisponde un motivo ben preciso: anzitutto, la scelta del mese di novembre è spiegata dal fatto che sia il primo mese in cui non ci sono impegni legati all’agricoltura, giacché il raccolto è ormai terminato.

Oggi può sembrare cosa di poco conto ma nell’America di metà Ottocento, composta per lo più di grandi appezzamenti di terra coltivata, era cruciale – per potersi assentare al fine di votare – aver concluso le proprie incombenze, prima che un rigido inverno rovinasse il lavoro durato mesi.

Il martedì è un giorno scelto con altrettanta cura: votare il lunedì, avrebbe significato per coloro che abitavano più distanti dover cominciare il viaggio verso il proprio seggio elettorale la domenica, giorno dedicato al riposo e alla famiglia.

Il mercoledì, poi, era necessario aver fatto ritorno alle proprie dimore poiché era giorno di mercato e dunque il martedì sembrò l’opzione più consona.

Oltre a questa piccola curiosità, la particolarità più evidente del sistema elettorale degli Stati Uniti risiede nel meccanismo che viene utilizzato per eleggere il presidente, si tratta infatti di una repubblica presidenziale con sistema ad elezione “indiretta”.

Le fasi che si delineano nell’iter di voto sono tre.

La prima è quella delle “elezioni primarie”, passaggio non previsto espressamente dalla Costituzione ma che si tiene da più di cento anni ed è dunque diventato consuetudine: i cittadini scelgono il candidato alla Casa Bianca per il proprio partito.

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Non è una votazione sempre necessaria, ad esempio quando il presidente uscente intende ricandidarsi – e può farlo, perché ha alle spalle un solo mandato – il suo partito lo sosterrà come unico candidato senza che debba vincere le primarie, come accade quest’anno con il presidente Trump e il Partito Repubblicano.

Seguono poi le “elezioni presidenziali”, la fase che caratterizza davvero le elezioni americane per la presenza di un corpo intermedio tra cittadini e presidente, conosciuto solo negli Stati Uniti: i Grandi Elettori o Presidential Electors.

I Grandi Elettori sono 538, cifra che corrisponde alla somma dei deputati e dei senatori di ciascuno dei cinquanta stati americani con l’aggiunta di tre delegati per il distretto di Columbia.

I Presidential Electors sono assegnati a ciascuno stato in misura proporzionale alla popolazione dello stesso, attualmente il minimo è di tre, ad esempio per il piccolo stato del Vermont, e il massimo è rappresentato dai cinquantacinque Elettori dello stato della California.

Ogni candidato alla presidenza è collegato ad una lista di grandi elettori, in ogni stato.

Tramite un sistema maggioritario, i cittadini votano una lista – cioè, in ultima analisi, il candidato a cui essa è collegata – e il partito la cui lista ottiene la maggioranza vince tutti i Grandi Elettori di quello stato, meccanismo riassunto nella celebre formula “the winner takes it all”, con due sole eccezioni: Nebraska e Maine, che assegnano i loro Grandi Elettori in misura proporzionale.

Il terzo ed ultimo passaggio si tiene in dicembre: i grandi elettori si riuniscono nei propri stati e votano uno dei due candidati alla presidenza.

Questa fase non dovrebbe riservare sorprese, giacché ci si attende che i Grandi Elettori votino il candidato che hanno pubblicamente sostenuto, cioè quello connesso alla propria lista, di fatto però non sono vincolati in alcun modo: la storia delle elezioni americane conta infatti più di centocinquanta casi di voto infedele, cioè di elettori che non hanno poi votato – in sede di collegio elettorale – il candidato scelto dal loro partito, comunque senza che ciò abbia modificato il risultato ottenuto nella fase delle elezioni presidenziali.

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Per essere eletto presidente, il candidato – che deve essere cittadino americano per nascita, residente negli Stati Uniti da minimo quattordici anni ed almeno trentacinquenne – deve ottenere la maggioranza dei voti dei Grandi Elettori: duecentosettanta o più.

Il nuovo mandato comincerà ufficialmente il 20 gennaio dell’anno seguente.

Questo complicato sistema può restituire un risultato anomalo: può accadere infatti, come nel 2000 quando correvano per la presidenza Bush e Al Gore, che la maggioranza dei voti popolari non garantisca la maggioranza dei voti dei Grandi Elettori e diventi dunque presidente il candidato che ha ottenuto meno preferenze presso i cittadini. Come può verificarsi?

Ciò che accade è che il vincitore ottiene i voti dei Grandi Elettori, con un margine molto basso, in un numero di stati appena sufficiente per superare la fatidica soglia dei 270 – è pur sempre sufficiente la maggioranza semplice delle preferenze per aggiudicarsi tutti i Grandi Elettori di uno stato – mentre il candidato che perde può aver ottenuto una larga maggioranza negli stati rimanenti e può addirittura accadere che tale margine arrivi alla metà dei voti totali a disposizione sul territorio nazionale.

Pensiamola così: un candidato può non prendere alcun voto in 39 stati ed essere eletto presidente vincendo – lo si ripete, anche per un soffio – in solo 11 dei seguenti stati: California, New York, Texas, Ohio, Illinois, Florida, Pennsylvania, Michigan, New Jersey, North Carolina, Georgia o Virginia.

Come ben sappiamo, le elezioni sono un momento di enorme rilevanza anche mediatica.

Vediamo cosa significano le espressioni che più spesso capita di incontrare tra social network e televisione: ad esempio, i “Safe States” sono gli stati-roccaforte di un partito che domina presso l’elettorato spesso da molti anni ed è dunque quasi scontata la vittoria della medesima forza politica. Al contrario, i “Swing States” sono gli stati che oscillano tra Democratici e Repubblicani, quelli cioè in cui la campagna elettorale è assolutamente cruciale, sono anche detti “battleground states” o “purple states”, nome che si riferisce alla mescolanza dei colori del partito Democratico e di quello Repubblicano, blu e rosso.

Esiste poi la categoria dei “Bellwether States” territori che vengono considerati statisticamente affidabili: il campione di voti qui espresso rispecchia l’andamento della nazione. Ciò che si rivela davvero curioso, è che con il passare del tempo cambiano gli stati di riferimento: in passato si diceva “As Maine goes, so goes the nation“ infatti tra il 1840 e il 1932, il risultato elettorale di questo territorio ha rispecchiato il risultato di 22 elezioni su 29.

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Oggi, l’Ohio è lo “stato bellwether” per eccellenza: dal 1964, infatti, è allineato ai risultati nazionali ed è “sorvegliato speciale” dagli addetti ai lavori.

Si contrappongono poi il “Blue wall” e il meno noto “red wall” o “red sea”: rispettivamente, i diciotto Stati in cui i Democratici hanno sempre vinto dal 1992 al 2012 e gli stati in cui la vittoria è ripetutamente andata al partito Repubblicano.

Un’altra espressione ricorrente è “Super Tuesday” – o la sua traduzione italiana, il Supermartedì – ed è il giorno in cui i cittadini della maggioranza degli stati votano per le primarie: da oltre trent’anni i candidati che primeggiano in questa occasione diventano poi i candidati ufficiali alla Casa Bianca. Quest’anno si è tenuto il 3 marzo.  

Svelate e approfondite alcune delle principali peculiarità in tema di elezioni presidenziali americane, non ci resta che attendere novembre da osservatori più consapevoli.

Author profile

Anna Druda, ‘98 prestata alla classe 1997, sono al V anno di giurisprudenza. Mi affascinano molto storia e politica ma la mia grande passione sono le parole, il vero motivo per cui scrivo.

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