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Corte Suprema. Stati Uniti e attualità

Corte Suprema
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La Corte Suprema degli Stati Uniti e i nove giudici più conosciuti del panorama giuridico mondiale: come vengono scelti? Quali compiti hanno? E perché riuscire a nominarli è cruciale per il Presidente? Dal ricordo della Justice Ginsburg, recentemente scomparsa, ci addentriamo nelle dinamiche che governano il vertice del sistema giuridico americano.

La cronaca dello scorso settembre ha visto tra le notizie protagoniste la morte della giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America Ruth Bader Ginsburg.

Nata nel 1933 da una famiglia di ebrei russi a New York, è stata la seconda donna nella storia a essere nominata al vertice del sistema giudiziario statunitense; scelta dal presidente Clinton, fu confermata dalla votazione in Senato con una maggioranza che sfiorò l’unanimità.

Di orientamento liberal, con un percorso accademico stellare tra Harvard e la Columbia University in un periodo storico impegnativo per una giovane donna, ha poi dedicato la propria vita professionale alla promozione dell’uguaglianza tra uomini e donne, dapprima come professoressa di diritto, poi come avvocato ed attivista e in ultimo da giudice della Corte Suprema.

Negli ultimi anni è diventata una vera e propria icona pop: l’immagine della giudice Ruth B. Ginsburg è uno dei tatuaggi più richiesti dagli studenti di diritto di Washington; figura anche sulla copertina di un libro per bambini e viene riprodotta su magliette, sacche di tela, tazze e bicchieri.

La risonanza che ha avuto la scomparsa della giudice Ginsburg, però, non è da attribuirsi soltanto alla sua statura personale, bensì anche alle conseguenze politiche che porta con sé, nell’imminenza di un’elezione presidenziale tutt’altro che sicura.

Ora, basta avere in mente qualche nozione sbiadita di filosofia montesquieiana per ricordare che la separazione dei poteri è uno dei pilastri delle democrazie moderne; è dunque lecito chiedersi come ciò che accade nel sistema giudiziario possa coinvolgere il potere esecutivo, il governo della nazione e il presidente.

Per capire il delicato equilibrio di “pesi e contrappesi” che caratterizza il sistema statunitense, bisogna sapere cos’è la Corte Suprema, come opera e chi la compone.

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La Corte Suprema è l’organo di ultima istanza del sistema giudiziario americano. Tra i suoi compiti più importanti vi è la Judicial Review of Legislation, la valutazione della conformità alla Costituzione delle leggi statali e federali.

Le sentenze della Corte hanno grande importanza dal momento che – ricordiamo – gli Stati Uniti sono un paese di common law, dunque, in ossequio al principio dello stare decisis, il precedente giudiziario ha valore vincolante.

Alcune famose decisioni della Corte sono state in grado di rivoluzionare per sempre un sistema consolidato e sono diventate veri e propri pilastri giuridici per l’America: ad esempio, la celeberrima “Brown v. Board of Education of Topeka”, del 1954, ha aperto la strada all’integrazione degli afroamericani, stabilendo l’incostituzionalità della separazione tra scuole pubbliche per bianchi e per persone di colore.

I giudici sancirono che le leggi statali che prevedevano la distinzione tra le classi non garantivano agli studenti di colore lo stesso livello di educazione degli altri cittadini e quindi non rispettavano il principio delle uguali opportunità, previsto dal IV emendamento della Costituzione.

Altre se ne ricordano in materia di diritto all’aborto, diritti dei lavoratori, matrimoni tra persone dello stesso sesso e diversi temi di grande rilevanza, sui quali l’intervento di una compagine di giudici preparati e capaci fu in grado di ampliare la tutela dei diritti di tutti i cittadini.

La Corte Suprema conta nove giudici, uno dei quali ne è presidente – il Chief Justice –, nominati a vita. Quando uno dei seggi diviene vacante, poiché il giudice che lo occupava muore o si ritira, il Presidente degli Stati Uniti nomina un nuovo giudice; seguirà poi una votazione da parte del Senato.

Non esistono criteri prestabiliti nella scelta dei membri della Corte: si tratta sempre di persone dalla grande caratura professionale, ma è anche invalsa la prassi di rispecchiare all’interno della compagine dei Nove la pluralità della società americana.

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Questa consuetudine comporta che le nomine vengano ponderate con molta attenzione per garantire la presenza di giudici di entrambi i sessi, di varie etnie, religioni e provenienze geografiche. È evidente come tutti questi fattori possano influenzare quello che – in ultimo – è il criterio più importante nella scelta operata dal presidente: l’orientamento politico.

All’interno della Corte – e in tutta la società americana – sono chiare le tendenze politiche di tutti i giudici e questo consente di formulare delle previsioni sull’esito delle decisioni: le votazioni in seno alla Corte avvengono a maggioranza, dunque nei momenti in cui prevalgono i liberal si attendono sentenze di orientamento progressista; diversamente sarà quando a prevalere sono i conservatori.

Si coglie ora con chiarezza il motivo per cui ogni presidente ha un forte interesse nella nomina dei giudici. Il mandato presidenziale dura quattro anni, otto nel caso di rielezione, mentre la carica di un giudice può durare svariati decenni, dunque un presidente che è in grado di consolidare una maggioranza affine al proprio orientamento politico si assicura la tutela della propria eredità istituzionale nel futuro, anche qualora la Casa Bianca finisca saldamente in mano ad un avversario.

Veniamo ora all’attualità, attenendoci ai fatti: l’ex presidente Obama, nel corso del suo mandato, ha nominato due Justices della Corte Suprema, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan.

Nel 2016, anno dell’elezione del presidente Trump, morì il giudice Antonin Scalia – ultraconservatore, nominato da Reagan ben trent’anni prima – il cui sostituto fu nominato l’anno seguente dal neo-presidente.

Questo accadde poiché il Senato, ora come allora a maggioranza repubblicana, sostenne che, essendo il mandato in scadenza, la nomina dovesse attendere.

Considerata la composizione delle Corte Suprema all’indomani della morte della giudice Ginsburg, caratterizzata da una maggioranza repubblicana per un voto – 5 a 4 – ,  l’investitura del suo successore è senza dubbio decisiva per determinare il consolidamento di codesta maggioranza e ancorare così, nei prossimi anni, la Corte a posizioni conservatrici.

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Ora, in astratto, quali conseguenze potrebbe avere la nomina di un membro della Corte Suprema da parte di un presidente uscente sull’elezione presidenziale?

La posizione di quest’ultimo ne uscirebbe senza dubbio rafforzata, l’elettorato della sua parte politica vedrebbe consolidarsi nel futuro i risultati raggiunti negli anni della presidenza e la considererebbe una conquista meritevole di essere premiata, tramite il voto.

Un’ultima considerazione: la Corte Suprema conta nove giudici ma non si può escludere che in futuro vengano aumentati.

La possibilità va considerata dal momento che la Costituzione americana non fissa un numero massimo di giudici da nominare ed è comprensibile che – se dovesse essere eletto un presidente appartenente ad un partito politico diverso – egli abbia la volontà di riequilibrare le correnti politiche in seno alla Corte, a favore del proprio orientamento.

La questione è in divenire, potrebbero presentarsi dei veri colpi di scena.


Tratto dal 92° numero di Tra i Leoni, ottobre 2020. Potete trovare l’intera edizione qui.

Author profile

Anna Druda, ‘98 prestata alla classe 1997, sono al V anno di giurisprudenza. Mi affascinano molto storia e politica ma la mia grande passione sono le parole, il vero motivo per cui scrivo.

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