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Intervista alla professoressa Marta Cartabia

Marta Cartabia e Francesca Sofia Cocco
Reading time: 5 minutes

A partire da questo anno accademico, Marta Cartabia, Presidente emerita della Corte costituzionale, svolge il ruolo di full professor presso il Dipartimento di Studi Giuridici della nostra università, dove insegna i corsi di Giustizia costituzionale e Diritto costituzionale italiano ed europeo. Ringraziamo ancora la professoressa per averci accolto nel suo ufficio e aver accettato di svolgere l’intervista.

Professoressa Cartabia, che cosa si aspetta dall’esperienza come full professor presso l’università Bocconi?

In questo momento ciò che suscita di più il mio interesse è avere la possibilità di ricostruire un legame con gli studenti. Lo reputo un compito di grande responsabilità e una priorità per la vita pubblica di un Paese. Poi, l’università Bocconi offre un contesto particolarmente interessante, sia per la qualità degli studenti, che ho già avuto modo di incontrare in passato, molto motivati e desiderosi di vivere a pieno questi anni universitari, sia per il respiro internazionale.

Quali aspetti dell’insegnamento le piacciono di più?

Senza dubbio, il confronto in aula. Non ho un’immagine dell’insegnamento come di un docente che si alza e fa una conferenza e degli studenti che passivamente prendono appunti sui contenuti a loro offerti. È fondamentale sviluppare la capacità di farsi domande, di cercare risposte e di metterle in discussione.

Come ha capito qual era il percorso giusto per lei?

Quando ero piccola, facevo esplorazioni in vari ambiti e avevo varie passioni, come lo sport e la musica. Mia madre era insegnante, quindi è probabile che quella idea, per imitazione, mi avesse affascinato, però non ho mai avuto un progetto professionale in mente. Arrivata al momento di dover scegliere la facoltà universitaria, ero interessata a diverse materie, anche scientifiche. Tuttavia, dentro di me ha prevalso il forte desiderio di fare i conti con la giustizia, che avvertivo come un’esigenza bruciante anche a livello personale. Il Diritto costituzionale mi ha interessato fin da subito e facendo un corso avanzato di Giustizia costituzionale con il prof. Valerio Onida, che sarebbe diventato il mio maestro, mi sono appassionata. Infatti, ritengo che la mia strada professionale si sia delineata grazie agli incontri che ho fatto, più che a una strategia predeterminata. Aver conosciuto delle persone che mi hanno fatto capire di avere delle qualità e delle potenzialità da spendere in un certo ambito mi ha incoraggiato ad andare avanti nel mio percorso.  

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Oltre al professor Onida, ha avuto altri modelli, sia a livello personale che professionale?

Il primo modello che ho avuto probabilmente è stata mia madre, il cui modo di agire mi ha influenzato profondamente: una donna che ha vissuto con grande dignità e indipendenza la sua vita. Pur essendo un punto di riferimento per la famiglia, ha sempre trovato un’espressione di sé anche al di fuori dei ruoli tradizionali. Professionalmente, il maestro che più ha inciso sulla mia formazione è Joseph Weiler, che ho incontrato durante il dottorato all’European University Institute di Fiesole e ora insegna alla New York University. Aveva un modo di insegnare particolarmente affascinante: faceva sorgere negli studenti domande molto più profonde di quelle che ci si pone normalmente.

Nel suo campo, quali erano le sfide di maggior rilievo quando Lei era all’università e quali invece sono più di rilievo attualmente?

Quando ero all’università, c’era il bisogno che il diritto nazionale si aprisse oltre i suoi confini, quindi si parlava molto di Europa, internazionalizzazione, globalizzazione. In questo momento, il grande tema è saper metter insieme le energie che ci sono nella vita sociale, a livello pubblico e privato, e metterle a frutto per un bene comune, trovando degli strumenti giuridici di sinergia e collaborazione.

  • Marta Cartabia
  • Marta Cartabia e Francesca Sofia Cocco
  • Marta Cartabia

Nel corso della carriera ha avuto dei momenti difficili? Come li ha affrontati?

Non sono mancate le difficoltà, soprattutto all’inizio. Una parte dello studio giuridico è molto ripetitiva e noiosa; bisogna imparare un linguaggio molto preciso. Lo trovavo demotivante ed ero arrivata quasi al punto di cambiare corso di studi. Poi, ci sono state alcune delusioni. Volevo fare il dottorato di ricerca a Milano e non c’erano posti. In quel momento, sono sorti in me tanti dubbi sulle mie capacità e sulla carriera accademica, perché all’inizio non offre un mantenimento sicuro e non sapevo se valesse la pena fare il dottorato in un altro luogo rispetto a quello che avevo pensato. Nella mia esperienza, ho imparato che un progetto non andato a buon fine spesso porta con sé possibilità inaspettate molto più significative e attraenti. La realtà è sempre più ricca della nostra fantasia.

Come ha scoperto che sarebbe diventata giudice della Corte costituzionale?

Era estate. Mi hanno telefonato dal centralino del Quirinale, dicendomi che volevano passarmi il Presidente della Repubblica. Ho subito pensato che fosse uno scherzo. Mi ha colto totalmente di sorpresa, ma le cose impreviste sono le più belle. Non ho avuto esitazione nell’accettare l’incarico seppur non l’avessi programmato né immaginato e anche se mi rendevo perfettamente conto che si trattava di un compito di grandissima responsabilità.

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Invece, quando è stata nominata Presidente della Corte? Si ricorda quel momento?

In quel momento, non c’è stato un effetto sorpresa: è stato uno sviluppo più naturale, perché ero alla fine del mio mandato. Conoscevo bene le funzioni e avevo avuto da mesi dei segnali che si stava preparando per me questo compito. La sorpresa più che altro è stata la risposta pubblica e la grande enfasi mediatica scaturita dalla mia nomina. Mi sono resa conto che si stava scrivendo una pagina importante della storia italiana. E, al solo pensiero, mi sono venuti i brividi.

Come descriverebbe il lavoro del Presidente della Corte costituzionale?

Il ruolo del Presidente è di direzione di un collegio di 15 giudici. Bisogna distribuire i casi e i compiti, in base alle competenze e agli interessi di ognuno. È un enorme lavoro di cucitura di prospettive a volte inconciliabili. La giornalista responsabile della comunicazione della Corte costituzionale alla fine del mio mandato mi ha regalato una bacchetta da direttore d’orchestra e mi ha detto “lei ha presieduto la Corte come un direttore d’orchestra, cioè dando pochi cenni precisi, facendo emergere tutte le voci e creando un’armonia”. Questa metafora è molto bella e spiega bene il ruolo del Presidente.

Qual era la sua giornata tipo?

Nelle prime ore del mattino si studiavano i casi e documenti sul tavolo. Poi, tante ore in camera di Consiglio con i giudici a deliberare, discutere, riflettere, trovare il punto dell’accordo. Ancora, tutto il lavoro di rapporti esterni, con le altre istituzioni e con i media: ritengo che far sapere ai cittadini cosa fa la Corte sia importantissimo. Lungo tutta la giornata, anche nelle paure, c’erano tanti momenti di confronto col mio staff.

Come valuta il periodo in cui ha svolto la Presidenza?

La questione dell’epidemia ha molto condizionato la mia Presidenza, cambiando completamente l’agenda degli impegni. Ad esempio, la parte che riguardava le relazioni internazionali con altre Corti è stata cancellata. Il viaggio in Italia della Corte costituzionale, nelle scuole e nelle carceri si è pure interrotto. Siamo stati costretti a ripensarci: pur limitando l’attuazione di alcuni progetti, l’emergenza è stata una spinta all’innovazione, in un ambiente molto legato alle tradizioni. Infatti, durante la mia presidenza, abbiamo introdotto il processo telematico e la tecnologia ha supportato il nostro lavoro. Penso che questo valga non solo per la Corte costituzionale ma per tanti aspetti della vita pubblica. È vero, ci dobbiamo vedere con delle mascherine, ci sono tante cose che sono proibite, ma sta anche emergendo una creatività che non ci aspettavamo. Inoltre, bisogna ripensare cosa vogliono dire i nostri diritti: è veramente libertà fare ciò che si vuole se il giorno dopo ci sono dieci persone infettate?

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Ultima domanda: nel corso della sua carriera si è dedicata al Diritto costituzionale italiano e europeo. Quanto si sente italiana e quanto europea?

Rispondo a questa domanda con una citazione di un collega straniero che mi presentò così a un convegno internazionale: “rooted cosmopolitan”, una persona molto radicata nel suo Paese, ma proprio per questo aperta alle esperienze di confronto internazionale. Credo nel pluralismo e nell’apertura alle culture diverse, ma non a discapito delle identità nazionali.

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