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Hic sunt leones: l’agguato all’ambasciatore Attanasio

Luca Attanasio
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La tradizione vuole che gli antichi romani indicassero con questa locuzione le lande sconosciute e inesplorate dell’Africa. Inospitali e selvagge, si poteva solo presumere esse fossero abitate da belve feroci. È in queste stesse zone che hanno tragicamente perso la vita Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Moustapha Milambo.

Nella notte di martedì 23 febbraio, all’aeroporto militare di Ciampino è atterrato il Boeing 767 dell’Aeronautica Militare con a bordo le salme dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, e del carabiniere, Vittorio Iacovacci. A rendergli omaggio c’era solo lo Stato, nella figura del Presidente del Consiglio Mario Draghi; a nessun giornalista e telecamera è stato consentito di partecipare e contribuire a una indignitosa spettacolarizzazione.

Attanasio e Iacovacci hanno trovato la morte, lunedì 22 febbraio, durante un’imboscata, mentre si dirigevano a Rutshuru per visitare un progetto di alimentazione scolastica gestito dal World Food Programme (WFP). Si tratta di un’agenzia dell’ONU che ha come obiettivo la lotta alla fame e alla malnutrizione.

L’attentato, non ancora rivendicato, è avvenuto intorno alle 10 del mattino (le 9 italiane) in prossimità di Kibumba, località situata nella provincia del Kivu Nord, regione orientale del paese, al confine con il Rwanda e l’Uganda.

Analisi degli eventi

Secondo una prima ricostruzione dell’intelligence italiana, che confermerebbe la versione fornita dal governatore della regione, Carly Nzanzu Kasivita, si sarebbe trattato di un tentativo di sequestro. I rapitori, dopo aver ucciso l’autista della jeep della Nazioni Unite, Moustapha Milambo, avrebbero successivamente aperto il fuoco sugli altri occupanti del veicolo e prelevato l’ambasciatore Attanasio e il militare Iacovacci.

Un addetto alla sicurezza dell’Onu, che viaggiava sulla seconda Jeep risparmiata dai proiettili, avrebbe provato a intavolare una trattativa e cercato di chiarire lo status di personale diplomatico.

A questo punto pare che, allertati dagli spari, siano intervenuti i rangers del parco nazionale del Virunga e che ne sia scaturito uno scontro a fuoco. Non è chiaro sia in questa seconda sparatoria che Attanasio e Iacovacci sono stati feriti mortalmente. Secondo l’emittente delle Nazioni Unite, Radio Okapi, i due italiani sarebbero stati ritrovati poco dopo il tentato rapimento gravemente feriti all’addome da diversi colpi d’arma da fuoco. La corsa all’Ospedale di Goma è stata purtroppo inutile.

Della delegazione faceva parte anche Rocco Leone, vice Capo del World Food Programme nella Repubblica democratica del Congo, rimasto illeso. Secondo la sua testimonianza gli assalitori erano sei, cinque armati di kalashnikov Ak47 e uno di machete. Dapprima hanno ucciso l’autista e poi hanno spinto i passeggeri a scendere e a seguirli nella foresta.

Attanasio: studio e formazione di un diplomatico

Luca Attanasio, classe 1977, è stato tra i più giovani ambasciatori italiani. Si forma in Bocconi e nel 2001 si laurea con lode in economia aziendale, guadagnandosi il privilegio di passare tra i leoni. Nel 2003 è ammesso alla carriera diplomatica e muove i primi passi a Berna, dove nel 2006 assume l’incarico di secondo segretario commerciale. Nel 2010 la Farnesina lo vuole console a Casablanca. Nel 2017 Attanasio è nominato capo missione nella Repubblica Democratica del Congo, dove negli anni successivi è riconfermato in qualità di Ambasciatore Straordinario Plenipotenziario.

Ad una brillante carriera diplomatica si affianca anche lo sforzo umanitario. Lo scorso anno Attanasio era stato insignito, assieme alla moglie, Zakia Seddiki, del premio internazionale Nassirya per la pace per l’attività svolta con l’Ong Mama Sofia, fondata dalla moglie e di cui Attanasio era presidente onorario. L’organizzazione si occupa di situazioni di grave difficoltà nel Congo, sostenendo soprattutto bambini e madri avvalendosi di ambulatori medici, presidi mobili e progetti per le madri detenute.

La regione del Kivu, un paradiso conteso

Il parco del Virunga, teatro degli eventi, è considerato dal 1979 patrimonio mondiale dell’Unesco. Si tratta di un’area che si estende per più di 7.800 km quadrati, un paradiso terrestre con paesaggi mozzafiato. È principalmente noto in quanto rifugio di numerose specie protette o a rischio di estinzione come il gorilla di montagna, lo scimpanzé, l’elefante africano di foresta, la scimmia dorata e di Hamlyn, ma anche okapi, giraffe, ippopotami, oltre che leoni e leopardi.

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Nondimeno, offre protezione anche a numerosi gruppi di ribelli e milizie: il Kivu Security Tracker, un programma che monitora le attività di guerriglieri e terroristi nella regione, ha pubblicato un report che conferma la presenza di 122 gruppi armati.

Buona parte si sono formati tra il 1994 e il 2003 a seguito di un sanguinoso conflitto che ha coinvolto 8 eserciti nazionali e causato circa cinque milioni di morti. Difatti gli storici non esitano a parlare di Prima guerra mondiale Africana. La contesa ha lasciato in eredità decine di micro eserciti che si sono spartiti il territorio, creando delle sorte di mini stati dove prevaricazioni, violenze e stupri sono all’ordine del giorno.

Quanto detto è confermato anche da un report del Baromètre sécuritaire du Kivu secondo il quale 45 delle 122 milizie operano nel Nord Kivu.

In particolare, nella zona dove è avvenuto l’attentato operano i Fdlr-Foca, i Nyatura CMC, i Nyatura-Turarambiwe (Rutshuru) e l’M23 (ribelli tutsi).

I Nyatura, a loro volta divisi in micro reparti, sono gruppi armati hutu congolesi apparsi nel 2011, frutto dell’unione di gruppi precedenti. Hanno come scopo dichiarato quello di proteggere la popolazione hutu congolese dalle angherie dei miliziani mayi-mayi e dell’esercito.

L’M23 è composto da ribelli tutsi, saliti ai disonori della cronaca durante gli scontri che fra il 2012 e il 2013 infuriarono nell’intera regione e in particolare nel capoluogo Goma. A seguito della sconfitta subita per mano dei Caschi blu della Monusco e delle forze armate congolesi (FARCD), alcuni reduci del gruppo si sono riorganizzati nel 2017, ma hanno poca forza e si operano essenzialmente attorno al monte Mikeno, vicino al luogo dell’agguato.

Sui giornali si sta parlando tanto anche delle Forze Democratiche Alleate (Allied Democratic Forces – Adf) di origine ugandese, che – si sospetta – siano entrate nell’orbita dell’ideologia jihadista; benché di solito operino in una zona molto più a Nord di Rutshuru.

Carly Nzanzu Kasivita, governatore del Nord Kivu la regione dei grandi laghi, in un’intervista telefonica al New York Times, ha affermato che gli aggressori parlavano kinyarwanda, che è un linguaggio usato in Rwanda, e ha perciò accusato apertamente i guerriglieri delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr).

Ipotesi plausibile, ma preme sottolineare che molti dei gruppi armati locali parlano il kinyarwanda senza essere necessariamente ruandesi. Ciò si deve al fatto che quando le potenze coloniali si spartirono il Paese, nella regione del Nord Kivu separarono le popolazioni, mescolando arbitrariamente diverse etnie.

Per giunta negli anni ’30, durante il periodo coloniale belga, per coltivare i terreni furono deportate numerose popolazioni del Rwanda, ovvero i Banyarwanda (hutu e tutsi) che mal si integravano con i Banyamulenge (tutsi), arrivati invece nel diciannovesimo secolo. L’intolleranza è testimoniata dal fatto che entrambe le fazioni avevano costituito gruppi di autodifesa, precursori degli odierni guerriglieri.

Successivamente al genocidio in Rwanda nel ’94, nella regione si riversarono più di un milione di profughi, ma, mischiati ai veri profughi hutu, c’erano anche i responsabili del genocidio dei tutsi, cioè gli Interahamwe, una milizia paramilitare hutu dalle cui ceneri sono nate le Fdlr.

Ufficialmente, le Fdlr nascono nel 2000, arruolando i reduci ruandesi, belve umane che si sono macchiate del massacro di ottocentomila civili di etnia tutsi. Finita la guerra esse hanno trovato rifugio nella foresta del Congo. Tale organizzazione paramilitare nel suo periodo di massimo splendore poteva contare su circa 6500 membri, ma oggi si stimano tra i 500 e i 1000 affiliati.

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Analogamente la loro area di influenza si è notevolmente ridotta, di fatto hanno perso il controllo della maggior parte delle miniere e perciò si sono scissi in piccoli gruppi di massimo sei uomini e traggono il sostentamento grazie a un ciclo incessante di sequestri.

Prosperità delle milizie

Le milizie alimentano il loro potere depredando il territorio e sfruttando le risorse naturali.

Il Congo possiede la seconda foresta pluviale al mondo da cui si ricava legname pregiato. Il saccheggio delle foreste del parco garantisce un giro di affari annuo pari a circa 27 milioni di euro.

Gli elefanti vengono uccisi per l’avorio e gli animali rari vengono venduti sul mercato nero per alimentare i feticci degli uomini più potenti e ricchi della terra.

Oltre al contrabbando, le signorie della guerra traggono profitto taglieggiando la popolazione. Ad esempio, impongono un pizzo ai pescatori per la circolazione nel lago Eduardo.

Infatti, secondo il Centro di ricerca sull’ambiente, la democrazia e i diritti umani (Creddho), chi intende bagnare la sua pirofila nel lago è costretto a pagare circa cinque dollari ai miliziani in cambio del gettone che ne autorizza la circolazione. È un sopruso che subiscono più di 2000 pirofile e i conti sono presto fatti.

Sicuramente una delle attività più redditizie è il rapimento dei dipendenti delle Ong, contadini e preti.

I riscatti richiesti sono altissimi e possono raggiungere anche i 500 mila dollari.

Dal 2017, nella parte meridionale del Parco di Virunga sono stati registrati circa 1300 incidenti di sicurezza con vittime, oltre 1.280 scontri e quasi 1.000 casi fra sequestri e rapimento ai fini di riscatto.

Il saccheggio del Congo non è appannaggio solo delle milizie

Il parco sorge al cuore della regione dei Grandi Laghi, una delle aree più povere e densamente popolate dell’Africa, ma allo stesso tempo ricca di risorse naturali e minerarie.

In verità, la Repubblica democratica del Congo è lo stato più ricco di risorse naturali dell’Africa e probabilmente al mondo. I diamanti, oltre 22 milioni di carati, hanno sostituito rame e cobalto come principale voce delle esportazioni, ma i proventi sono ovviamente appannaggio di multinazionali straniere.

D’altra parte, il cobalto, elemento fondamentale per le batterie agli ioni di litio, di cui è ricco il Paese finisce tutto nelle mani di società cinesi.

È un componente cruciale nei campi commerciali, industriali e militari tanto che dal 2018 è considerato come una merce di importanza strategica e critica per la sicurezza degli Stati Uniti.

Purtroppo con rammarico degli yankee, la Cina è arrivata prima.

La maggior parte del cobalto è attualmente prodotto nella Repubblica Democratica del Congo e almeno il 50 per cento della produzione è di proprietà di società della terra di mezzo (altro nome con cui ci si riferisce alla Cina).

Niente da stupirsi se consideriamo che negli ultimi vent’anni la Cina ha investito fortemente nelle operazioni di estrazione del cobalto in Africa. In particolare, nel 2007 la Repubblica popolare, con un concordato da 6 miliardi di dollari denominato “minerali per le infrastrutture”, si è assicurata lo sfruttamento esclusivo di una grande miniera di cobalto in cambio della costruzione di infrastrutture come strade, autostrade e ospedali.

Oltre a ciò, nel Kivu si concentra l’80% della produzione mondiale di coltan, una miscela di minerali estremamente preziosa per l’industria hi-tech e aerospaziale. La sua estrazione è gestita dal Rwanda ovviamente sempre in collaborazione con imprese straniere.

Un moderno far west?

Ai signori della guerra si oppone l’esercito regolare del Congo che tuttavia spesso comprende tra le sue file anche gli stessi miliziani. Soldati di giorno e guerriglieri di notte, sono infatti numerosi gli episodi di corruzione e di offensive a danno degli stessi autoctoni. Per questo, le truppe regolari hanno smesso di operare nella Regione, delegando la salvaguardia della sicurezza ai ranger del parco addestrati dall’esercito belga.

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Al momento, il parco è affidato alla protezione di 689 ranger e secondo l’agenzia France Presse solo negli ultimi 25 anni 200 ranger sono stati uccisi mentre erano in servizio, di cui sei lo scorso 10 gennaio.

Le responsabilità delle Nazioni Unite

I ranger sono supportati dai soldati stranieri della missione Monusco, la missione militare più grande e costosa delle Nazioni Unite, capace di dispiegare oltre 15 mila militari sul campo al costo di circa 1 miliardo l’anno.

Peccato che, nel 2017, tale missione sia stata oggetto di un corposo taglio di fondi, così che cinque basi militari proprio nel Nord Kivu siano state chiuse.

Una mossa forse poco lungimirante se pensiamo che nel 2018 alcuni ribelli hanno assaltato una base Monusco nel Nord Kivu uccidendo 15 soldati delle nazioni Unite.

Questa missione non è speciale solo nella sua misura, ma lo è anche dal punto di vista dei poteri.

A differenza di tutte le altre forze di peacekeeping, proprio a causa dell’alto tasso di rischio dell’area, la missione è dotata di un reparto di intervento rapido che ha facoltà di incursione diretta, e può addirittura intraprendere per prima le ostilità e di avvalersi di bombardamenti aerei.

È stata proprio Monusco a garantire all’ambasciata italiana che la strada da Goma a Rutshuru fosse sicura.

A dispetto del nome evocativo: missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo appare quanto meno curioso che un’organizzazione che opera sul territorio dal 1999 non avesse informazioni più solide.

Non mancano aspetti chiaroscuri:, nel 2017 Associated Press ha scoperto che delle più di duemila accuse di stupro (messe agli atti) contro personale delle Nazioni Unite a partire dal 2005, almeno 700 riguardano il contingente in Congo.

Le responsabilità italiane

In un articolo apparso sul giornale La Stampa, la giornalista Grazia Longo sostiene che Attanasio nel 2018, un anno dopo il suo arrivo in Congo, avesse formalmente richiesto al ministero degli Esteri di rafforzare la sua scorta. Effettivamente, la scorta dell’ambasciatore precedente contava quattro persone anziché due. Pare che il ministero avesse mandato un ispettore per valutare la situazione, decidendo però di negare la domanda.

In conclusione, appare evidente che le misure di sicurezza fossero insufficienti. La delegazione era priva di scorta e di mezzi blindati; inoltre, nessuno degli occupanti delle jeep indossava giubbotti antiproiettile e auricolari di sicurezza. Solo dei distintivi dell’ONU sulle portiere identificavano il convoglio.

Da italiani possiamo solo auspicare che la morte in terra straniera dei nostri compatrioti, Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, trovi presto risposta e giustizia, che il dolore delle famiglie non rimanga inascoltato e che il vento dell’oblio non ci avvolga come accaduto a Giulio Regeni.  


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Studente di giurisprudenza, da sempre interessato a tutto quello che succede nel mondo. Qui a TiL cerco di parlarvi dell’altra faccia della medaglia.

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