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Sulle nostre gambe

Ripercorrendo le tappe della trattativa Stato-mafia: una storia ancora attuale.

Reading time: 6 minutes

Dario La Monica Miraglio

Questo articolo vuole ripercorrere una delle vicende che hanno caratterizzato l’Italia degli anni ’90, ovvero la fase stragista di Cosa Nostra con tutti gli avvenimenti che portarono al Maxiprocesso di Palermo, un evento di importanza enorme non solo per l’antimafia, ma per tutto il nostro Paese.

Con il Maxiprocesso che iniziò ufficialmente il 10 febbraio 1986 e si concluse, dopo i tre gradi di giudizio, il 30 gennaio 1992, con le condanne di primo grado, mandando all’ergastolo i principali boss di Cosa Nostra tra cui Totò Riina, ha inizio alla fase stragista della mafia che porterà alcuni uomini delle istituzioni a trattare con Cosa Nostra.

PRIMA FASE

La prima vittima di Cosa Nostra fu il senatore Salvo Lima, appartenente alla Democrazia Cristiana di corrente andreottiana che rappresentava fino a quel momento il punto di contatto tra la mafia e le istituzioni. La sua uccisione, nel marzo del 1992, venne decisa poiché il senatore non era riuscito a mantenere la promessa di interrompere il Maxiprocesso. Aveva inoltre l’obiettivo di lanciare un chiaro messaggio all’intera classe politica, e in particolare all’allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, che aveva da poco firmato un decreto-legge che riportava in carcere i boss scarcerati per decorrenza dei termini.

L’omicidio Lima non solo diede inizio alle stragi ma fu anche un momento simbolico che colpì notevolmente la classe politica. Molti rimasero scioccati e, tra questi, l’allora Ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, Calogero Mannino, figura chiave che diede inizio alla trattativa Stato-mafia.

Mannino come Lima non era riuscito a intervenire nel Maxiprocesso in difesa di Cosa Nostra e aveva confidato al maresciallo dei carabinieri Guazzelli di aver paura di essere il prossimo ad essere assassinato. Ad essere ucciso, il 4 aprile 1992, fu però proprio Guazzelli, omicidio che rappresentò un vero e proprio avvertimento per Mannino.
Mannino decise così di incontrare informalmente il capo del Ros Antonio Subranni per stabilire un contatto con Cosa Nostra e porre fine agli omicidi nei confronti degli uomini di stato.

Il 23 maggio del 1992 sull’autostrada Palermo-Capaci il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta rimasero vittima di un attentato dinamitardo ordinato dal boss Toto Riina. Due giorni dopo Luigi Scalfaro venne eletto Presidente della Repubblica al posto di Giulio Andreotti, confermando la teoria di alcuni pentiti secondo cui la strage di Capaci aveva il fine di bloccare l’elezione di Andreotti al Quirinale.
Solo sette giorni dopo, il 30 maggio, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, incontrò casualmente il generale del Ros Giuseppe De Donno, il quale chiese di poter incontrare il padre Vito per parlare di un possibile accordo riguardante alcuni benefici per i mafiosi detenuti. Pochi giorni dopo vi fu un incontro tra Vito Ciancimino e De Nonno in presenza del generale Mario Mori.

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Riina, venuto a conoscenza dell’incontro, decise di preparare il cosiddetto “papello”, un foglio contenente le richieste di Cosa Nostra. Il foglio conteneva 12 punti:

Il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino fu ucciso con un attentato in Via D’Amelio. Secondo il PM Antonino di Matteo, l’assassinio di Borsellino fu eseguito per “proteggere la trattativa dal pericolo che il dott. Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse pubblicamente l’esistenza pregiudicandone l’esito”.

Il 22 luglio il colonnello Mori incontrò il segretario generale di Palazzo Chigi per riferire al presidente del consiglio Amato dei contatti intrapresi con Ciancimino.

SECONDA FASE

Dalla consegna del “papello” inizia la seconda fase della trattativa, il cui obiettivo era diventato la cattura di Totò Riina. Durante l’agosto del 1992 i carabinieri consegnarono a Vito Ciancimino delle mappe della zona di Palermo-Monreale, tali mappe vennero poi consegnate a Bernardo Provenzano affinché indicasse dove fosse il covo di Riina.

Il 19 dicembre Vito Ciancimino venne arrestato, dopo aver chiesto un passaporto per l’espatrio. Ebbe così la consapevolezza di essere stato tradito e di essere stato solo uno strumento per giungere alla cattura di Riina; la trattativa sarebbe continuata con Bernardo Provenzano senza di lui.

L’8 gennaio 1993 venne arrestato l’autista di Totò Riina e, grazie ad alcune sue importanti rivelazioni, il 15 gennaio, Capitano Ultimo finalmente arrestò Riina. Stranamente però, subito dopo l’arresto, non si procedette alla perquisizione del covo, che avvenne solo il 1 febbraio quando ormai era stato completamente ripulito.

TERZA FASE

Secondo i magistrati con l’arresto di Riina si apre una terza fase nella trattativa Stato-mafia: i nuovi protagonisti sono Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri.

Con l’arresto di Riina si vennero a creare due fazioni, una favorevole alla continuazione degli attentati e una contraria. La figura di Provenzano fu fondamentale per mediare tra le due parti e far sì che gli attentati avvenissero al di fuori della Sicilia così da distogliere l’attenzione delle forze di polizia.

Il 4 dicembre del 1992 la commissione Antimafia interrogò Leonardo Messina, uomo d’onore, che aveva già iniziato a collaborare con Paolo Borsellino. Dalle dichiarazioni di Messina si evince che l’obbiettivo di Cosa Nostra era quello di crearsi un proprio stato attraverso la secessione della Sicilia. Progetto sostenuto dalla massoneria, da parte delle istituzioni e dalla politica.

Segue una fase caratterizzata da attentati nelle maggiori città italiane, vengono colpite Milano, Firenze e Roma, tra le vittime designate c’è anche il giornalista Maurizio Costanzo, che fortunatamente riuscì a scampare all’attentato. La risposta dello Stato fu alquanto inesistente e nel novembre del 1993 non vennero rinnovati 343 provvedimenti di 41-bis a detenuti mafiosi.

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UNA NUOVA STAGIONE POLITICA

Il 28 marzo del 1994 si apre una nuova stagione politica: Silvio Berlusconi vince le elezioni con il suo nuovo partito Forza Italia. Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Giuffrè esistevano contatti tra Cosa Nostra e Berlusconi già a partire dagli anni 70. La creazione del partito, secondo il pentito, nasce dalla necessità di Cosa Nostra di terminare i rapporti instaurati con la Democrazia Cristiana e di affidarsi a un nuovo soggetto in grado di mantenere gli impegni presi in cambio dei voti. L’uomo perno di questa trattativa era Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi.

Il 13 luglio 1994 venne emanato il decreto Biondi che consentiva ai condannati per corruzione di ottenere gli arresti domiciliari in attesa del processo e inoltre modificava una parte dell’articolo 275 cpp prevedendo che la pericolosità di chi commetteva reati per mafia non fosse presunta ma valutata di volta in volta dal giudice. In seguito alle proteste dei magistrati e dell’opinione pubblica il decreto venne ritirato.

Il primo agosto del 1996 i senatori Cirami e Napoli, appartenenti al partito Centro Cristiano Democristiano, presentarono un disegno di legge che prevedevano una serie di benefici per chi avesse ripudiato Cosa Nostra senza accusare altri appartenenti all’organizzazione. Esaudendo una delle richieste avanzate nel “papello”.

Durante l’ottobre del 1995 il pentito Luigi Ilardo si infiltrò in Cosa Nostra ottenendo la fiducia di Bernardo Provenzano con cui riuscì a fissare un incontro.
Il colonnello dei carabinieri Riccio avvertì subito i superiori, tra cui il colonnello Mori, dell’occasione di catturare Provenzano ma questi sembrarono disinteressati. Durante l’incontro tra Ilardo e Provenzano fu solo disposto un servizio di osservazione. Quando l’autorità giudiziaria chiese al pentito di iniziare una collaborazione formale, che non ebbe mai inizio, il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso. Nei mesi successivi il colonnello Mori insistette per non redigere un rapporto su quanto era avvenuto in particolare sul mancato arresto di Provenzano.

Questi sono alcuni dei principali antefatti e delle vicende che portano all’apertura dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia che nasce dall’inchiesta aperta dalla procura di Firenze nel 1998 dopo le dichiarazioni di Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Vito Ciancimino.

IL PROCESSO

Nel 2009 a seguito delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino il processo riceve un nuovo impulso. Gli imputati sono cinque membri di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà.
Insieme a loro ci sono cinque rappresentanti delle istituzioni, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino e Marcello dell’Utri, accusati del reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario, con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra.

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Sono molteplici le deposizioni raccolte come molteplici sono le persone coinvolte nel processo. Vennero intercettate le telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente della repubblica Giorgio Napolitano e il ministro dell’interno Nicola Mancino. Finirono nell’inchiesta anche le telefonate tra Mancino e Napolitano, intercettazioni che vennero poi distrutte per decisione della Corte Costituzionale.

Il 20 aprile 2018 viene pronunciata la sentenza di primo grado che vede condannati a dodici anni di carcere Mario Mori, Marcello Dell’Utri, Antonino Cinà, Antonio Subranni, ad otto anni Giuseppe De Nonno, a ventotto Leoluca Bagarella. Vengono prescritte le accuse nei confronti di Giovanni Brusca e viene assolto Mancino.

L’IMPORTANZA DEL MAXIPROCESSO

Alla luce di quanto detto è possibile riconoscere l’importanza storica del maxiprocesso, prima vera e propria presa di posizione dello Stato contro Cosa Nostra che fino ad allora era rimasto pressoché silente. Non fu solo semplicemente un processo, anzi, riuscì a scuotere l’animo dei cittadini che tornarono a credere nelle istituzioni e nella lotta alla mafia. Per certi versi la forza di questa grande azione giudiziaria è confermata dalla ferocia con cui Cosa Nostra passò al contrattacco dando inizio alla stagione stragista.

Grazie all’impulso dato dal maxiprocesso sono nate importanti associazioni contro le mafie come “Addiopizzo” e “Libera” impegnate tutti i giorni a sensibilizzare i più giovani su questi temi.

Ci tengo particolarmente a dedicare qualche riga a tutte quelle persone, uomini e donne delle istituzioni o semplici cittadini, che hanno perso la vita nel combattere la mafia, ma in particolare voglio ricordare i giudici Falcone e Borsellino: due grandi uomini che hanno dato la loro vita per la lotta alla mafia e senza i quali il maxiprocesso non avrebbe visto la luce.

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Bocconi Students against Organized Crime è la prima associazione di studenti bocconiani a trattare il tema della criminalità organizzata dal punto di vista economico, sociale e organizzativo.

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