9 May 2026 – Saturday
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Musei: una guida galattica per autostoppisti

Hai presente il senso di stanchezza all’uscita da un museo? E non parlo di stanchezza mentale del tipo “quante cose ho visto, il mio cervello è fuso!”, ma proprio di stanchezza fisica, quel mal di gambe-schiena dovuto alla micidiale combo libri-allenamento-tempo indefinito in piedi davanti ai quadri. Ma perché il consumo dell’arte può diventare così faticoso? E perché, alla fine, consumiamo arte? Probabilmente la seconda domanda è necessaria per rispondere alla prima. Ma forse consumiamo arte perché è l’unico modo in cui sappiamo rapportarci ad un oggetto, a qualcosa di corporeo: pagare un biglietto, fare una foto, comprare un gadget. Forse perché i musei alla fine sembrano un po’ dei supermercati upper-class: ad esempio sembra che Forme uniche nella continuità dello spazio (Gocciole) stia andando fortissimo al Museo del Novecento (Esselunga). Sarà che il modo in cui sono messi i quadri ricorda un po’ quello dei barattoli di passata sugli scaffali (senza offesa a secoli di storia museale). E noi visitatori cerchiamo di assaggiare il più possibile di queste passate, correndo fra un assaggio e l’altro: “un po’ di spaghetti alla Botticelli, per favore”, “ce l’avete lo spezzatino alla Monet oggi?”, “do you have that Da Vinci red wine?” Forse il nostro palato ne esce confuso, masticando del filetto quando le papille gustative comunicano ancora “bip. antipasti di pesce. bip” al cervello. E pian piano il palato si ubriaca, gli occhi si incrociano, le gambe iniziano a pesare, la stanchezza si fa sentire. Visitare un museo sembra uno sport di resistenza.

Solitamente noi visitatori tipo abbiamo due giustificazioni (giustificazioni, non scuse) per queste abbuffate: 1. Non penso che rivedrò il Museo X nella città Y del continente Z nei prossimi 10 anni. 2. Il prezzo del biglietto. Considerata l’inadeguatezza di chi scrive nel proporre/suggerire/argomentare una soluzione seria, mi permetto di raccontare un’esperienza personale: studiando in Erasmus a Parigi, i musei, gratuiti per i giovani, diventano un luogo in cui passare un’ora libera, in cui fare un giro fra le lezioni e una birra, in cui potersi perdere. Ma forse, e qui cerco di svolgere un piccolo ruolo utile, si potrebbe replicare che quello parigino sia un modello esportabile, sia per le altre città europei sia per noi visitatori, appassionati, curiosi, annoiati. Forse Milano non è così lontana con (pubblicità non occulta) il suo Abbonamento Musei Lombardia che permette con un abbonamento annuale (€30 per under-26) l’accesso a molti musei della regione come la Pinacoteca di Brera o il Museo del Novecento. E vivere la città da studenti – e forse soprattutto da studenti che con l’arte non hanno nulla a che fare per la maggior parte del loro (nostro) tempo – può permettere quel rapporto casuale, quel “facciamo un giro in Pinacoteca prima dell’aperitivo”, quel “ho voglia di vedere quel quadro”, senza che un giro ad un museo diventi una questione di stato.

Forse visitare un museo può essere un po’ come fare l’autostop: chiedere un favore, bussare prima di entrare, salire per un po’ a bordo di un mondo che non è nostro, curiosare, senza che sia o diventi un bene di lusso. E senza prendersi, e prendere il museo stesso, troppo sul serio.

Chief Editor | francesco.doga@studbocconi.it |  + posts

A volte mi sorprendo a osservare il mondo come se fosse un mito, a vederlo popolato da eroi tragici (classici?) per capirlo un po’ meglio. O solo per gioco?

Currently studying Economics and Social Sciences to try to navigate complexity with some weird models.

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