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Arts & Culture

Percorsi contemporanei

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Come camminare per le vie della contemporaneità? Sentirne il vento sul volto, vederne le luci e le ombre, ascoltarla fuggire via inafferrabile… assaggiare quella dimensione spaziotemporale che è il contemporaneo è un’esperienza possibile? Palazzo Reale prova a rispondere a questa domanda con la mostra Grazia Varisco – Percorsi Contemporanei 1957-2022 che ha ospitato dal 22 giugno al 16 settembre.  

Chi è Grazia Varisco? “Artista!? Dicono…e io me la godo! Perché la parola “Artista” non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero e…anche perché vale ugualmente al maschile e al femminile…e non è poco ancora oggi.” 

Durante gli studi all’Accademia di Brera è fra i fondatori del Gruppo T (T = Tempo), poi la sua esperienza artistica è tutta un esplorare, un divenire, un sentirsi attraverso, di passaggio, quasi per caso, in quello Spazio e quel Tempo che costituiscono l’oggi. Questa dimensione è esplorata con una frenesia di materiali e tecniche, dalle calamite al vetro industriale lenticolare fino alla programmazione che “consente di elaborare il rapporto Spazio/Tempo da manuale a meccanico anche con l’uso del motore e della luce” (Varisco). 

Nelle sue ricerche si imbatte in random numbers, a partire dai quali cerca di costruire dei random walks, che determinano un “pattern, fedele al gruppo numerico […], ma senza che il colore e la dimensione dello schema siano vincolati ad altri parametri matematici” (Dolfres). In una parola sono arbitrari, scelti secondo il gusto dell’artista. E’ il Caso che scatena l’esperienza creatrice dell’artista, scintilla impazzita che dalla massima entropia viene addomesticata all’ordine e decriptata. Come per caso i Reticoli frangibili offrono giochi di colore, suggerendo une precarietà intrinseca -un nome con cui l’artista sembra chiedere “è fragile, vi prego fate attenzione”: Varisco stessa guida l’occhio spettatore dicendo “vorrei che questi segni provvisori, mobili, ammiccanti, fossero vivaci, guizzanti come i pesci rossi nel vaso di vetro del quadro di Matisse”. 

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E’ ancora il Caso che suggerisce Extrapagine: l’imbattersi in irregolarità, sporgenze, pieghe di un libro -che riporta ogni lettore alla matericità del libro stesso- è per Varisco spunto per un’esplorazione delle possibilità offerte dalla carta, dalla riga e dal quadretto nelle tre dimensioni, per “riscoprire nell’ortogonalità un tracciato mosso da linee orizzontali e verticali che si rincorrono e si alternano e poi si fissano in un reticolo che si arresta e che si dispone a diventare trama di altri racconti” (Varisco). Forse solo questa monumentalizzazione del foglio, con le sue regolarità e le fughe da quelle stesse regole, fa intuire le ragioni dell’errore grafico, portando in modo quasi disturbante l’osservatore, come nudo, di fronte all’esperienza della casualità. In Angolazioni, è lo stesso foglio che ci suggerisce nuove percezioni: se una piega ortogonale ci porta nell’equilibrio della tridimensionalità, una inclinata può forse portarci nella quarta dimensione? 

Con lo stesso stupore Varisco esclama Oh! e nomina così uno spazio aperto, che riempie di domande, un non-luogo che accoglie e mette in dubbio, uno spazio della riflessione e del silenzio, quasi un tempio in cui l’unico protagonista è l’individuo… Varisco lo chiama “il mio vuoto esclamativo”. Ed è ancora lo spazio all’interno di una cornice, spazio da riempire, da ascoltare nel suo stato di designato, quasi condannato ad accogliere arte (latinamente riempituro), a suggerire a Varisco di giocare con queste cornici, sovrapporle, creando “un intricato insieme di pieni e vuoti che a ogni spostamento di un elemento si trasformano”. 

Infine in Quadri comunicanti il Caso è quasi un vecchio amico che ormai in qualche modo si conosce, pur ignorandone i più intimi segreti: cornici diverse delimitano (ma delimitano davvero?) la stessa opera che, illusionisticamente, sembra sfuggire “in una sequenza di possibili e improbabili travasi”. E l’artista lascia al visitatore la coppia di quasi-omonimi caso-caos come attitudine giocosa, guida provocante per percorrere la contemporaneità.  

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Uscendo in Piazza Duomo il visitatore porta con sé un bagaglio di suggestioni che illumina di luce nuova i giochi, i pattern e la casualità delle vie milanesi, della sua giornata universitaria e, in fondo, della propria mente. 

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