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Arts & Culture

“Le Correzioni”: l’ingannevole rincorsa di sé stessi

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Ti prego, solo un ultimo Natale insieme’. Una richiesta insistente, petulante e fastidiosa rimbomba attraverso ‘Le Correzioni’, il romanzo best-seller di Jonathan Franzen, come il rintocco della campana di un paesino semi-vuoto. Quel suono distante, che scocca con regolarità impietosa, cupo e inafferrabile come un ordine divino, estrae chiunque lo avverta dal vortice della sua quotidianità e lo getta momentaneamente in uno stato di inspiegabile inquietudine. Sembra quasi un oracolo. Allo stesso modo, il desiderio di Enid, madre invadente e tormentosamente apprensiva, percorre la vicenda come il presagio velato di qualcosa che sta per succedere e che non può essere fermato; qualcosa che sconvolgerà profondamente la vita dei tre figli ormai adulti, e che insieme, per certi versi, rappresenterà il punto di risoluzione dei loro torbidi legami familiari. 

Vincitore del National Book Award e del James Tait Black Memorial Prize, ‘Le Correzioni’ sguscia di soppiatto nella vita dei Lambert, un’americanissima famiglia dell’americanissimo Midwest, e, aggrappandosi come una zecca alla vita di ogni personaggio, ne succhia le risoluzioni, le controversie, le perversioni, le illusioni, i fallimenti: tutto ciò in cui si riflette, appunto, l’ossessione morbosa di una tentata (e non riuscita) correzione. L’intero romanzo, infatti, ruota intorno all’intento costante dei protagonisti di mutare assiduamente sé stessi sulla linea di un modello autoimposto, a volte irrealizzabile, foggiato come una modifica del loro passato. Ma da che cosa sgorga il loro bisogno di correggersi?

Il piccolo nucleo familiare, sorto nell’ipocrisia stucchevole della borghese cittadina di St. Jude, si inerpica tra le contraddizioni di una modernità sempre più complessa all’ombra di una figura imponente e austera, che si erge con l’onnipotenza di una statua monumentale: quella del padre, Alfred. Il capofamiglia, che ha instaurato sulla moglie una dittatura incontestabile, ha posto tra sé e i figli maschi un gelido distacco ed ha instillato nella sua unica figlia, la minore, un divorante senso del dovere. D’altra parte, lui stesso, ingegnere ferroviario, ha condensato nella propria professione le soddisfazioni una vita intera e non ha mai accettato ricompensa che rappresentasse un eccesso. Alfred, inghiottito dall’ideale faustiano dell’American self-made man, ha articolato la sua esistenza come una correzione di desideri ‘non consoni’, che gli permettesse di consacrare autenticamente sé stesso al lavoro. Un lavoro duro, sfiancante, necessario e catartico, che ha indurito la sua anima come la sua pelle e vi ha scavato solchi profondi come le rughe che camminano, adesso, sul suo volto invecchiato, stanco, e incupito dal Parkinson.  

Enid, sua moglie, ha tentato disperatamente di colmare quelle profondissime voragini. Ha provato, provato e riprovato a recuperare il ragazzo che l’ha corteggiata, che l’ha adorata, che le ha preso il cuore; a sfrattare l’estraneo che non la guarda più, che non la ascolta più, che non la sfiora più. Ma Alfred, ormai, non è più suo: è innamorato di un’altra donna, l’abnegazione. E allora, coccolandosi nel ricordo del loro amore adolescenziale, aggrappandosi alle aspettative di futuri eventi mondani, sprofondando nella frenesia delle premure materne, Enid comincia a correggere sé stessa, anziché Alfred, per rendersi adatta ad un uomo così irraggiungibile. E a correggere la figlia, Denise, che adora, al contrario di lei, quel padre estremamente distante; a spingerla verso una vita come-si-deve, da donna del Midwest come-si-deve, sposata con ragazzo come-si-deve, inserita in una società come-si-deve, che cresce i figli come-si-deve.

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Ma Denise è diversa: Denise venera il padre, e corregge sé stessa per compiacerlo. Denise capisce il modo di voler bene di Alfred: lavorare per la famiglia. E lei vuole dimostrargli il suo affetto nello stesso modo. Si costringe a crescere in fretta, il prima possibile; come il padre, ritaglia pezzi di sé per aderire perfettamente al ruolo che si è prefissata. In realtà, la ragazza si cambia anche per contraddire la madre: segretamente, tenta di annientare ogni traccia dei suoi consigli bigotti e inappropriati. Tuttavia, nel corso di questa modifica costante, Denise rimane travolta: nonostante riesca davvero a dedicarsi genuinamente al lavoro, lascia la sua vita sentimentale esposta ad un uragano. In un primo momento, è la crescita vorticosa che si è imposta ad impazzare su quei terreni; poi, l’inaspettato, il sentimento, l’irrazionale.  

L’irrazionale! Quello che Gary, il figlio maggiore di Alfred ed Enid, non riesce a combattere. Gary è un uomo di successo, si è costruito una vita tranquilla, ha una moglie affettuosa e sexy, dei figli che lo amano, uno stipendio invidiabile; è moderno, attraente, raffinato, socievole; una spanna sopra gli altri, insomma. È tutto ciò che suo padre non è: si è corretto in tutti modi per raggiungere questo obiettivo. Sa di esserci riuscito. Ma allora, perché quest’angoscia bruciante, perché questa morsa alle viscere, perché questo insopportabile senso di insoddisfazione? Non può essere depresso: il suo mondo è perfetto, si è corretto fino a che lo diventasse. No, non può. Ma il malessere c’è, e aumenta.  

Chip, il secondogenito, è colui che apre – e chiude – la vicenda familiare dei Lambert. Distaccandosi dal resto della famiglia, Chip ha scelto la strada della cultura, un’alternativa troppo astratta per Alfred e troppo precaria per Enid; si è affermato come un talentuoso intellettuale, fino al punto da riuscire a sedere su una cattedra universitaria. Ma anche lui, come gli altri, è torturato da pressioni e pulsioni, forse anche più subdole, più disturbanti di quelle dei fratelli, e si abbandona irreversibilmente al corso impetuoso del destino. Sedotto – o solo attratto – da una giovane studentessa, Chip, dopo aver sentito vacillare il suo autorevole genio creativo, viene risucchiato da una spirale obliante di sesso e droga: rimosso dal suo impiego di professore, senza stimoli e senza soldi, si lancia, nelle prime pagine, in una corsa folle e impulsiva volta a tentare convulsamente di correggere la bozza già inviata di un ambiguo sceneggiato; una macabra e perversa trasposizione della sua esistenza che, correggendo gli eventi, lo incorona vincitore morale della vicenda. 

Ma ‘Le Correzioni’ non parla di come i personaggi cercano di correggere le loro vite. Piuttosto, ‘Le Correzioni’ narra del crollo, improvviso e inevitabile, di ogni tentativo di cambiarsi; nel romanzo, ogni slancio di autoconvincimento, di autoassoluzione, di autodeterminazione – ogni correzione, insomma, oscilla. Ed è l’ombra lunga e scura del padre imperioso, quella che ha fagocitato la vita di ogni altro Lambert, a dissolversi per prima; il morbo di Parkinson divora progressivamente l’inscalfibile dignità di Alfred con l’aggressività di un grumo di ruggine che si espande su una scure di ferro. Enid, che viveva nel ripostiglio mentale del marito, ignorata al pari di un elettrodomestico, diventa indispensabile per la sopravvivenza di Alfred, ormai debole e timoroso come un bambino. E, insieme alla marmorea autorevolezza della possente statua paterna, si sgretolano le tre declinazioni di vita su di lei scolpite; tre diversi tentativi di correggere un’infanzia soffocata dalle carezze opprimenti di Enid e mutilata dal distacco muto e assertivo di Alfred. Ma l’atteggiamento instabile e contraddittorio dei figli non deriva esclusivamente dai difetti dei due genitori.  

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Fin dal capitolo introduttivo, che accoglie senza correzioni la matassa di allucinazioni di un Alfred già malato, Franzen cerca di immergere il lettore completamente, dalla testa al tallone, nell’universo dei Lambert. Soffermandosi minuziosamente su ogni dimensione che lambisce la vita dei protagonisti, attraverso indagini tecniche, dettagli precisissimi e accurate descrizioni, l’autore progetta un mondo aggrovigliato, fangoso e opaco, che a prima vista, camuffandosi dietro al pretesto della finzione letteraria, si mostra irreale, ma che alla fine rivela sé stesso: l’habitat dei Lambert non è altro che la modernità, la nostra modernità. Sono questo presente fuligginoso, questo civiltà aspra, disillusa e complessa ad intorbidire l’animo dei protagonisti del romanzo; il loro disagio nasce dalla tacita consapevolezza di essere intrappolati in una contemporaneità inospitale che non accoglie, ma abbandona. Una contemporaneità che, roteando vorticosamente su sé stessa, spinge ai margini con la stessa prepotenza di un mezzo pubblico che arriva in anticipo e riparte senza curarsi dei passeggeri che lo rincorrono. Una contemporaneità che ha demolito ogni faro, ogni valore, ogni principio; che è confusa, ma non tenta di spiegarsi, e che lascia che chi la abita anneghi nel proprio caos. Apportare una correzione rappresenta nient’altro che il tentativo imperfetto e disperato di resistenza, di illusione, di controllo; un approccio grezzo e aggressivo che, attraverso la dominazione completa e forzata di un aspetto della vita, si propone di vincere il presente, di manipolarlo. Tuttavia, questo metodo lascia scoperte le altre sfumature dell’esistenza, che rimangono esposte alle stoccate del caso e della disorganizzazione; sfumature che, prima o poi, verranno inesorabilmente trascinate nell’incertezza, e porteranno con sé anche quello stralcio di sicurezza che era stato fabbricato artificialmente.  

Ogni correzione, infatti, si risolve nella nascita di tentazioni, di turbamenti, di pulsioni proibite, che i protagonisti assaporano con il compiacimento e la voracità di chi si abbuffa di nascosto quando è a dieta. E Franzen è lì, dietro una cortina, a far loro da confidente: nel suo romanzo, appostandosi dove non può essere visto, l’autore scivola lentamente nella stanza privata di ogni singolo Lambert, e, dopo aver guadagnato la sua fiducia, raccoglie con perizia i desideri osceni che galleggiano troppo a lungo nella mente di quel protagonista. Franzen non psicanalizza i suoi personaggi in maniera feroce: non li costringe a inabissarsi dentro sé stessi come faceva, per esempio, Dostoevskij, in un’operazione di scavo paleontologico insieme bellissima e terribile. No: i Lambert non sono figli di un’eccezionale tragedia, ma di un presente banale, corrotto e ammuffito; non c’è battesimo per loro, che hanno respirato fin da piccoli il marciume della modernità: quel tanfo gli è entrato nelle ossa, non può essere lavato. Ciò non significa che Franzen esenta i protagonisti del suo romanzo da descrizioni spietate e sfacciate, anzi; rivela brutalmente le loro segrete perversioni, mostrando la polvere sotto il tappeto. Ma, in questo viaggio introspettivo e rivelatore, l’autore affianca i personaggi dolcemente, incoraggiandoli con delicatezza a lasciar fluire ciò che attanaglia loro il petto. Franzen, infatti, non vuole infliggere ai Lambert un’ulteriore violenza: sa benissimo che l’illusione che si sono costruiti così laboriosamente, così rigorosamente, così scrupolosamente collasserà su sé stessa; che ogni correzione, per quanto elaborata e complessa, è destinata al fallimento. Alfred, l’uomo d’acciaio, regredirà allo stato fetale di un vecchio stordito e tremante, inerme anche di fronte alle tirannie anche delle sue stesse feci, che lo assalgono nel corso una delle sue allucinazioni; Denise perderà le redini delle sue relazioni sessuali, Chip precipiterà nel tentativo di guadagnare soldi facili, Gary affogherà nel gorgo di una stanchezza morale inaspettata. Enid tenterà di smarrirsi nei fermaci. 

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Nel paradosso di un racconto brutalmente sincero e rispettosamente comprensivo, Franzen compone un mosaico che trasuda umanità. Un’attualità sconvolgente, una forza comunicativa straordinaria e un valore letterario indiscutibile valgono al romanzo il titolo di ‘nuovo classico’; ed è la lucida consapevolezza dell’autore a plasmare una profondità penetrativa e traumatica come quella di ‘Le Correzioni’. Franzen, infatti, conosce a fondo il destino di chi nasce storto in un mondo già incrinato. Sa che la modernità non concede possibilità di redenzione, non solo ai Lambert, ma a chiunque sia stato partorito da questo tempo. L’onestà sfrontata, il realismo crudele e la concretezza disarmante della storia legano indissolubilmente il lettore a questo dramma moderno, come se un lembo di quella lontana famiglia americana di St. Jude gli appartenesse, come se il quarto figlio di Enid e Alfred abitasse in lui. E, a quei protagonisti sbaragliati, indifesi e sconfitti da un presente ambiguo e incurante, Franzen regala un singulto sottile, solitario ma tenace: ‘Ti prego, solo un ultimo Natale insieme’. Il rintocco della campana di un paesino semi-vuoto: un presagio di morte. O forse, il sussurro timido di una speranza; il tintinnio di un carillon d’epoca, regalo dimenticato di un lontano parente. L’ultimo canto, cristallino e celestiale, di chi cerca di far fronte al caos assordante con un’arma diversa, di pace: il calore del nido. Un nido che Enid si ostina ricreare appena percepisce il pericolo dell’incombente tracollo del marito; un nido che Alfred, stretto negli artigli del morbo, tenta di costruire nei suoi ultimi anni di vita. Un nido in cui i figli, vedendo evaporare la figura del padre, hanno l’impulso di sprofondare.  

Author profile

Currently a first-year student in BEMACC, I grew up on the pages of the great Classics and the Italian songs of the Seventies: I look at the present through the eyes of a person who is still wandering into those timeless dimensions. I am deeply in love with Fëdor Dostoevskij and Fabrizio De André.

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