3 April 2026 – Friday
3 April 2026 – Friday

Risorgo e mi decompongo 

Che cosa siamo? Che cos’è che ci compone e cosa siamo destinati a diventare? Cosa unisce la nostra anima alla nostra fisicità, e cosa accadrà quando il nostro spirito evaporerà, o verrà reciso, dal nostro corpo? Che cosa succederebbe se allungassimo i legami di congiunzione delle nostre membra all’inverosimile, se li deformassimo, se li attorcigliassimo, se li facessimo a pezzi per ricostruire una vita nuova, uno spirito nuovo? Questa la missione di Berlinde De Bryuckere, l’artista belga che congiunge metamorfosi e putrefazione nella ricerca di un nuovo stato dell’essere.

Un’energia sinuosa si infiltra negli spazi del corpo; scivola tra le membrane, i liquidi intercellulari, i legamenti, le articolazioni, e li spezza. Il tessuto si divincola; la pelle si inarca, si espande. Una nuova vita viene alla luce: è l’anima che risale dai tendini spezzati, dalle ossa frantumate, e che si trasforma. La ricerca di Berlinde De Bruyckere, una delle artiste più apprezzate dalla critica contemporanea, è un dibattito continuo tra rinascita e abbandono, tra dolore e resistenza, che tramuta lo sfaldamento della decomposizione in una fase di resurrezione. 

Nata a Gand nel 1964 da padre macellaio, l’artista belga cresce nel contatto con la morte e con la violenza. Le carcasse degli animali scuoiati, appese al soffitto ancora pulsanti del sangue che le ha attraversate, le lasciano negli occhi un’impronta indelebile, come se fossero state assorbite dal suo corpo ma appartenessero, allo stesso tempo, ad un’altra dimensione. Il successivo periodo di permanenza in un collegio di suore, dove l’artista vive una forte solitudine, sarà il primo spazio meditativo dove le impressioni di De Bruyckere si condenseranno. Appena scopre la sua vena artistica, la scultrice emigra all’estero per studiare e comincia la sua ricerca. 

L’arte di Berlinde de Bruyckere nasce da uno stato di disperazione irreversibile: la morte. Protagonista delle sue opere è il cadavere, che spesso mostra, nella sua deformazione, la sofferenza che lo ha portato allo sfinimento. Il decesso è talmente vivido da apparire tattile, concreto: sembra quasi di avere a che fare con una realtà tangibile, così presente da diventare familiare. Eppure, le sculture di De Bruyckere sono tutt’altro che statiche; il rigor mortis che si impossessa del corpo appena svuotato dell’anima si scioglie, qui, in movimento. Le membra sono sorrette da una sorta di energia, un dinamismo elegante che sconvolge, sì, e insieme avvolge e accompagna: una spinta interna e atavica di volontà e di rivendicazione, che si articola come una ribellione al decesso, e che fa compiere al corpo esanime una metamorfosi. Le opere di De Bruyckere abitano uno stato intermedio tra il trapasso e la scomparsa; una nuova fase di vita, anzi, di morte, che tuttavia emana un chiarore particolare, intenso e profondo come la luce del crepuscolo. È come se la sofferenza non riuscisse a trovare sfogo, nonostante la vita sia cessata, e allora cercasse di torcersi, di liberarsi, di farsi giustizia, combattendo con il corpo che la ospita e riplasmandolo in forme sconosciute: il dolore prosegue, e in questo, diventa nuova vita. Una vita che rifiorisce nella morte: che non ne reca la cicatrice, ma ne diventa la cicatrice.  

Sono questi corpi sfregiati, scomposti e riassemblati a costituire uno dei risultati più interessanti di De Bruyckere. Le membra, pur conservando il vigore e la compostezza della fisicità a cui siamo abituati, si contorcono e si espandono fino a raggiungere la massima tensione: gli arti si protraggono fino a raggrinzirsi in lembi, che si ritirano e insieme riemergono per articolarsi in nuove dita, in nuovi ambienti. Attraverso la cera, che, per citare l’artista, ‘traduce nel modo giusto la fragilità’, il corpo è portato allo stremo: gli organi, le arterie, le ossa si accavallano e si mescolano, tanto che il fisico se ne nutre e si rigenera; lo spirito, che dovrebbe aver lasciato quelle spoglie senza vita, sembra ancora intrappolato all’interno dell’organismo, la cui decomposizione rivela quello che di solito rimane sepolto, con vergogna, in un angolo segreto dell’essere umano. Banchettare con le proprie oscurità, ci suggerisce De Bruyckere, è un modo per comprendere la nostra decadenza, per rielaborarla ed integrarla in un nuovo processo di vita. E infatti, la lividezza della cera è attraversata da un’audace anima rossa, quasi sottintesa, che, percorrendo le fratture di un corpo fragile e putrefatto, lo carica di un’elettricità impetuosa.  

Il dolore descritto da De Bruyckere è troppo grande per essere contenuto nella sola specie umana. Per questo, il pianto sanguinante della scultrice, nel suo stadio intermedio tra creazione e distruzione, si allarga fino ad inglobare altre forme di vita. Le immagini che si sono impresse nelle pupille della De Bruyckere bambina – la carne abbattuta, smembrata, sminuzzata – ricompaiono insistentemente, come ossessioni inestinguibili, nelle sue mastodontiche carcasse di cavallo: scuoiature autentiche, prelevate dagli scarti delle macellerie, che vengono dilatate fino a poter ospitare lo spettro dell’animale che vi ha dimorato. De Bruyckere si riconnette al tema cristiano dell’etimasia, la presenza attraverso l’assenza: un trono vuoto con le insegne di Cristo, che sarà occupato dal Figlio di Dio nel giorno del Giudizio Universale. Qui, tuttavia, non arriverà nessun Messia: il delitto è già stato consumato, e lo spettatore teme, senza comprendere, l’incombenza di qualcosa che è già accaduto. La carcassa imbalsamata, che sostituisce la carne e la sostanza, si eleva, appesa al soffitto, con la pesantezza di una sentenza irrevocabile: la statuaria epidermide gravita faticosamente su chi la guarda, catalizzando, nella sua reale pesantezza, l’angoscia di chi esiste per qualcosa che non vive più. Ma la sofferenza dilaga ancora, e invade persino il regno vegetale: nell’universo di De Bruyckere, gli alberi si cristallizzano come cadaveri. I rami diventano ossa, livide e secche, che, allungandosi fino a strapparsi, cercano di raggiungere un oltretomba di conforto, e anelano, al termine della loro vita centenaria, ad una disperazione antica, di ascendenza biblica e mitologica. 

Immergendosi nella ricerca dell’artista belga, viene da chiedersi: perché la distruzione, l’inesorabilità, la decomposizione, esercitano un richiamo, seppur conturbante, così irresistibile? Forse, l’uomo è da sempre in cerca di una spiegazione a quella sensazione di disagio, di disorientamento, che lo accompagna quotidianamente. La rappresentazione del dolore non è altro che la condensazione estrema delle ombre che portiamo dentro: l’arte di De Bruyckere è una perfetta incarnazione della sofferenza del secolo. Un male faticoso, incessante e confuso, a cui la scultrice regala una dimensione poetica e buia; le sue sculture sono una resurrezione senza gloria, senza ascesa e senza salvezza. Nel loro umile disfacimento, però, emanano tutta la compassione di chi soffre insieme agli altri, e di chi crede che rinascere sia possibile.  

Associate Editor | emma.scipioni@studbocconi.it |  + posts

Currently a first-year student in BEMACC, I grew up on the pages of the great Classics and the Italian songs of the Seventies: I look at the present through the eyes of a person who is still wandering into those timeless dimensions. I am deeply in love with Fëdor Dostoevskij and Fabrizio De André.

share

Let’s dive into the world of creativity with a curated selection of stories spanning art, exhibitions, music, cinema, literature, and more. From timeless masterpieces to the latest cultural phenomena, Arts & Culture explores how the arts shape society and spark dialogue.

Every week on Wednesday.

Suggested articles

We live in a culture of uncertainty, and we respond by craving systems. Human beings require rules not because they are always good, but because chaos is exhausting. It’s not difficult to see why order has become a…
Outi Pieski is a Sámi visual artist from Finland. Born in Helsinki in 1973, she is the daughter of a Sámi father and a Finnish mother. She was raised in her hometown, where she attended the Visual Arts School and…
Per chi non lo conoscesse, “Colorado Kid” è un romanzo di Stephen King che, partendo dalla storia di una giovane stagista mandata a lavorare in un posto in cui altrimenti non avrebbe mai messo piede (storia nella quale molti potranno immedesimarsi), finisce per raccontare la morte…

Trending

In a world shaped by geopolitical disruptions and economic volatility, the art market has proven resilient, supported by a younger and more diverse collector community. In 2025, High Net Worth Individuals devoted an average…
Chiudete gli occhi, immaginate un organo da più di 3700 tubi suonare Toccata e fuga in Re Minore di Johann Sebastian Bach; nel caso in cui non foste familiari con quella sensazione, sappiate che pavimento e pareti vibrano all’unisono sulle note del “re degli strumenti musicali”, ed è esattamente…
Walls speak to those who pass by and give themselves time to listen, they talk through architecture and scream through street art. The latter has always been a highly controversial topic amongst the inhabitants…