Dal 22 marzo al 21 luglio di quest’anno, Palazzo Strozzi, punto di riferimento per l’arte contemporanea al centro della Firenze Rinascimentale, ospita la mostra “Angeli Caduti”, un inedito viaggo introspettivo all’interno della poesia, della tradizione, della cultura e della storia dell’uomo. Anselm Kiefer, il genio dietro l’opera, è uno dei più grandi maestri del secolo, e riflette su come la memoria non si estingua, ma si manifesti incessantemente in forme nuove e malleabili.
A volte, si ha l’impressione di poter scrivere il futuro di proprio pugno. Che sia sufficiente prendere un foglio, procurarsi una penna e iniziare a comporre; che la vita ci si allunghi davanti come un campo infinito, senza strade o recinzioni, ma solo speranze e possibilità. Di esistere a prescindere da tutto e nonostante tutto, privi di terra d’origine o famiglia di appartenenza. Tuttavia, per quanto questa sensazione di libertà sembri reale, il punto stesso da cui osserviamo il paesaggio deriva da una successione precisa di eventi, da un ordine definito e irreversibile. Sì, a volte capita di sentirsi leggeri, ma il peso di quello che è stato non smette mai di gravare sulle nostre spalle: la verità è che siamo ancora sporchi del sangue dell’epoca che ci ha partorito, che siamo responsabili, in quanto figli della nostra stirpe, di quello che è successo; che portiamo sulla pelle i pregi e le atrocità delle generazioni che ci hanno preceduto, e che non abbiamo modo di lavarli via. E allora, che farne?
Anselm Kiefer nasce nella Germania della Seconda Guerra Mondiale, sei mesi prima della fine del conflitto. Per lui, il passato è ancora presente: i detriti sono la sua culla, il tappeto in cui muove i primi passi. Dirigendosi verso il futuro, Kiefer sente la pressione della guerra che è appena cessata: la tragedia fa parte della sua identità, e lo perseguita come una minaccia, o meglio, come una colpa. Ed ecco che l’artista vi allunga la mano, la afferra, la trascina: la estrapola, la concretizza, la riplasma. Le macerie, luogo dei suoi giochi d’infanzia, diventano la chiave della sua ricerca artistica: la loro incompletezza è insieme cicatrice di ciò che è stato e opportunità di ciò che potrà essere. Per questo, l’artista tedesco si pone nel punto di congiunzione tra metamorfosi e distruzione, e dalla morte comincia ad elaborare la rinascita. Gli eventi diventano pennellate, i secoli materia: anni di storia si condensano nelle sue tele monumentali, e riverberano negli strati che vi si accavallano. Auschwitz, il nazismo, la deportazione; la guerra, gli spari, le esplosioni. E ancora: la poesia, la storia, la filosofia. L’Ebraismo, il Cristianesimo, la Roma antica; gli imperatori bizantini, i Condottieri greci, le Divinità babilonesi. Kiefer sprofonda e riemerge dall’eredità che ci portiamo addosso trasferendola nei suoi dipinti e nelle sue sculture. La storia assume peso concreto, reale: l’opera si estende come un richiamo tremante a quello che fu, un tentativo di non perderlo, di assorbirlo; o, ancora, come l’urlo disperato di chi chiede perdono e cerca assoluzione. In un coro di echi mitologici, storici e letterari, il materiale, spesso grezzo e primordiale, si colora di un’intensità esistenziale. La paglia diventa spirito, il piombo storia, il vetro leggenda, come se i rifiuti del mondo venissero raccolti e sublimati. La concretezza delle installazioni di Kiefer è quasi alchemica, e, sostando di fronte alla loro imponenza, si ha davvero l’impressione che la storia ci si stagli davanti, tanto da avere paura che possa caderci addosso. Le sue opere sono spazi di evoluzione continua, dove la materia dialoga con il tempo e ne subisce lo scorrere, esposta alle incertezze del futuro e mai terminata in sé stessa.
Dopo il successo della mostra “Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce” al Palazzo Ducale di Venezia, Anselm Kiefer approda a Palazzo Strozzi, Firenze, con un viaggio introspettivo e universale che scioglie e ricrea i punti di snodo tra passato, presente e futuro. “Angeli Caduti” si spinge al di là del peccato originale, fino al primissimo embrione della razza umana: la caduta di Lucifero. “Engelssturz”, il quadro che apre l’esposizione, è la nascita del mondo, la cacciata degli angeli ribelli dal Paradiso: trionfando in un cielo dorato, l’Arcangelo Michele, delineato come una sindone, si erge sopra una massa accartocciata e unta che si contorce nella sofferenza di un dolore inestinguibile, ciclico. Un dolore che si propaga nella seconda opera, “Luzifer”, dove Michele si incarna nell’ala di un aereo militare che precipita e si conficca nella tela; intorno, il blu esplode mescolandosi a brandelli di nero e di bronzo, che collassano sul fondo come un relitto distrutto dalla tempesta. E non è chiaro se l’Arcangelo sia un guerriero di luce, come viene recitato dai testi sacri, o una creatura d’ombra: non è chiaro se gli angeli scappati stiano subendo una punizione legittima, o se il massacro stia dilagando in maniera incontenibile, se la giustizia di Michele stia vomitando quello che ha divorato per poi inghiottirlo nuovamente. È mettendo in discussione la più evidente, la più antica distinzione tra Bene e Male che Kiefer inaugura uno dei suoi percorsi nella storia dell’uomo, stavolta inedito, che, rischiarandosi nei momenti di filosofia e sprofondando in quelli di disgrazia, veste le stanze di Palazzo Strozzi di una riflessione profonda, dolorosa ma necessaria, su cosa siamo stati e che cosa potremo essere.
Currently a first-year student in BEMACC, I grew up on the pages of the great Classics and the Italian songs of the Seventies: I look at the present through the eyes of a person who is still wandering into those timeless dimensions. I am deeply in love with Fëdor Dostoevskij and Fabrizio De André.
