4 April 2026 – Saturday
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Come è nata la scuola di giurisprudenza dell’Università Bocconi?  

Come è nata l’idea per la creazione di una scuola di giurisprudenza considerando la forte tradizione economica della nostra università. Perché si è sentito il bisogno di dover aggiungere lo studio di una materia giuridica?  

Si avvertiva l’esigenza di creare un corso di diritto, una Law School, che non ripetesse le esperienze già presenti nelle altre università, anche di lunga tradizione, da Pavia alla Statale; si sentiva la necessità di creare una scuola di giurisprudenza che potesse valorizzare l’identità bocconiana e la sua forte propensione per l’economia e la finanza. 

L’idea era di creare un corso di laurea che potesse integrare queste materie con quelle giuridiche, per proporre la loro complementarità. Lo studio classico del diritto, ibridato dalle competenze economiche, per rispondere alle esigenze che richiedevano la conoscenza dell’economia, della finanza, in via generale, la sensibilità per materie non strettamente giuridiche, ma collegate a quelle giuridiche. 

Si voleva creare un “prodotto” essenzialmente nuovo, originale, inedito, non presente sul “mercato” italiano.  

La scuola di giurisprudenza integra dunque le materie giuridiche tradizionali a quelle di carattere economico, proprio per contribuire alla formazione del giurista capace di muoversi su diversi piani, ad esempio in grado di leggere il bilancio delle società. Pertanto, un’idea assolutamente originale, tesa a creare un profilo inedito nella formazione giuridica. E mi pare che, ormai a un quarto di secolo di distanza, la testimonianza degli studenti laureati abbia dato ragione a quell’idea. 

Se si considera la tradizione dell’università, secondo lei, il valore aggiunto di questa “facoltà” rispetto ad un’altra è proprio l’economia? 

È l’integrazione, l’interdisciplinarità, esporre il giurista ad altri saperi, in modo particolare a quei saperi che sono custoditi nella sensibilità Bocconi.  

Coloro i quali insegnavano già nell’università quando è stato aggiunto il corso erano propensi a questa apertura verso l’economia?  

Certo, l’hanno pensata proprio concependo il ruolo dell’economia nella formazione del giurista. Hanno voluto creare un qualcosa che collegasse l’anima, la tradizione e le competenze Bocconi con la scuola di giurisprudenza. 

Com’è avvenuta la scelta delle materie giuridiche da inserire nel programma di studi e cosa pensa del sacrificio che invece è toccato allo studio di materie giuridiche più tradizionali come il diritto ecclesiastico o il diritto canonico?  

Queste sono state scelte dolorose. Un corso deve avere un suo bilanciamento, con crediti e con ore ed alcune materie sono state purtroppo “sacrificate” per inserirne altre. 

Lo studente che vuole intraprendere un percorso più tradizionale ha comunque tanta scelta, anche a pochi passi dalla Bocconi. Qui offriamo un prodotto originale, particolare, una professionalità che in altre sedi non si trova. A tal proposito, vorrei rimarcare l’insegnamento di diritto pubblico comparato che con la sua “anima ribelle” intrinsecamente interdisciplinare esprime “la cifra” di questo corso di giurisprudenza.  

Com’è la convivenza tra giuristi ed economisti, pacifica o ci sono momento di scontro?  

Dialettica. Dunque, utile per lanciare corsi nuovi e per sviluppare fruttuose collaborazioni. Ovviamente perfezionabile, come tutto. Non è un’operazione semplice, ma è un processo che è importante che sia stato aperto. È la sfida di tutti i giorni. Trovare un modo per collaborare bene insieme, in maniera sinergica, e rispondere a problemi complessi con voci complementari.  

Un laureato Bocconi in giurisprudenza può intraprendere anche una carriera più classica come la magistratura o è più propenso ad una carriera nel mondo del diritto societario e dell’economia?  

Dipende molto dalla volontà dello studente. Il nostro corso consente entrambi i percorsi e i numeri lo confermano. I nostri studenti sono competitivi anche nelle professioni che le altre università prediligono. A mio giudizio, il nostro laureato ha un quid pluris, ovverosia un valore aggiunto, perché l’apertura a materie non strettamente giuridiche innesca un’attitudine interdisciplinare, che di regola stimola la curiosità, dote essenziale in qualunque tipo di formazione. 

In questo senso, credo che la nostra università sia unica e che sia stata pionieristica, 25 anni fa, nell’offrire un corso innovativo, che mi pare sia stato molto apprezzato da una popolazione studentesca che è aperta al mondo, come testimoniato dalle esperienze all’estero che offriamo, anche in sedi istituzionali prestigiose, che preparano i nostri studenti “sul campo”. L’apertura, la disponibilità a conoscere, questo a mio avviso è il valore aggiunto dello studente bocconiano.  

Chi sono stati i fondatori, coloro che hanno pensato e ideato la scuola di giurisprudenza?  

I padri fondatori di questo corso sono stati gli ordinari dell’epoca, tra gli altri: Giuseppe Franco Ferrari per le materie pubblicistiche, Giorgio Sacerdoti per il diritto internazionale ed europeo, Piergaetano Marchetti per il diritto commerciale, Giovanni Iudica per il diritto privato, Stefano Liebman per diritto del lavoro.  

Come ci si sente ad essere una donna in un mondo che all’inizio era di soli uomini, ha mai avuto difficoltà nell’esercizio della professione o nell’approccio con i suoi colleghi?  

Ho sempre cercato di lavorare con dedizione e amore verso la mia materia; sono convinta che, se studi, riesci a pubblicare i tuoi lavori in buone riviste, sviluppare i temi che ti appassionano e, in parallelo, a dare il meglio nelle classi quando insegni, le differenze di ogni tipo evaporano. Nel mio caso, ho forse più sentito il dato della giovane età, quando ho cominciato ero una giovane ricercatrice, anagraficamente più vicina agli studenti che ai colleghi di due o tre generazioni avanti e all’inizio c’era sicuramente un po’ di “ansia da prestazione”, ma anche quest’ultima credo mi abbia spinto a migliorarmi. Credo che ognuno di noi, non importa da quale posizione, sia tenuto a migliorarsi sia per la propria crescita professionale sia per contribuire a quella della comunità a cui decide di appartenere.  

Ho sempre cercato di dare il meglio di me nella ricerca e nella didattica. È vero che all’inizio non eravamo in tante però adesso lo siamo. Io dirigo un’unità di ricerca del PRIN2020 e ho un team tutto al femminile, c’erano tre posizioni di ricerca e sono state vinte da tre donne. Semplicemente sono state migliori di altri candidati. 

Qual è un consiglio che può dare a chi magari vorrebbe intraprendere la carriera universitaria come lei?  

Il consiglio e l’augurio più grande che posso dare è di non fare mai passi indietro se non per prendere la rincorsa e arrivare dove si ritiene di poter arrivare. Darsi degli obiettivi e accettare la competizione con gli altri cercando di dare sempre il meglio, anche nelle difficoltà contingenti, perché è proprio nella difficoltà che si impara e si cresce. Bisogna accettare le sfide nella speranza di vincerle e con il coraggio di poterle anche perdere, ma nella consapevolezza di avere dato il massimo. 

Intervista realizzata grazie alla partecipazione della Prof.ssa Arianna Vedaschi, ordinario di Diritto Pubblico Comparato all’università Bocconi di Milano.  

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