di Tabita Costantino
Nel suo “fondo di apertura” Effe emme, siglata redattrice della rubrica “Personalmente” della rivista Linus, nel numero di settembre 1991, illustra ad un giovane lettore
“L’arcano meccanismo del fermo posta: tutti gli uffici postali della penisola sono provvisti dello sportello fermo posta. Basta quindi sceglierne uno e allegare all’annuncio il numero di un proprio documento di identità. Le lettere arriveranno al fermo posta indicato e verranno consegnate dietro presentazione del documento. A carico del ricevente ci sono 300 lire di spese postali per ogni lettera, a meno che le lettere di risposta all’annuncio non siano gentilmente affrancate con 300 lire in più (1050 invece di 750). Attenzione!, dopo due settimane, se nessuno si presenta allo sportello, le lettere vengono rispedite al mittente.”
Mentre rileggo le ultime pagine di una decina di Linus, “Rivista di fumetti e d’altro” ripenso a quando, a dieci anni, nei giorni d’estate e nella noia dei suoi primi pomeriggi, quando il sole è alto e al sud è sacra tradizione concedersi quel sonno che secondo te stona, ma secondo la nonna rinforza, io curiosavo tra gli scaffali della libreria della zia. Dylan Dog faceva paura, Elle era solo pubblicità, i miei mille Topolino li conoscevo a memoria. C’era allora questa rivista, su carta ruvida, con le copertine colorate a fumetti di Altan, così familiari perché mi ricordavano le illustrazioni dei libri di Rodari. Mia zia prendeva un Linus a caso e mi indicava le pagine con i fumetti consentiti. “Leggi questo e poi dormi”, diceva, ma ad addormentarsi era prima lei, ed io divoravo l’intero giornale.
C’era Ciacci di Bruno D’Alfonso, Bobo di Sergio Staino, Maus di Art Spiegelman, Ingrata Agrippine di Claire Bretécher, Doonesbury di Garry B. Trudeau, Il cielo sopra Milano di Guido Crepax, La pagina di Vauro, Life in Hell di Matt Groening… Lo ammetto, molti erano incomprensibili. E se in ogni caso i fumetti ricevevano la mia attenzione – perfino: La vendetta di Francesco Cossiga, di Roberto Perini.-, rubriche come “Storie di ordinaria ingiustizia” di Giuliano Pisapia, articoli di Michele Serra quando non erano ancora Amache, o recensioni dell’ultimo saggio di Bobbio, erano per me roba oltremodo noiosa.
Ma al di là di divagazioni nostalgiche (se iniziassi a parlare di tutto ciò che questi fumetti mi hanno dato, andrei alla deriva), questo post è dedicato a Personalmente. Piccolo angolo del giornale dove gli annunci più vari erano pubblicati nella speranza di trovare un amico di penna, un compagno di viaggi, un compagno per la vita, o più spesso, semplicemente, una qualsiasi novità che tenga in vita. Indirizzati a chiunque volesse scrivere al fermo posta indicato o, nel caso dei più coraggiosi, al proprio indirizzo, Personalmente era fatto di annunci autoironici, disperati, ermetici, poetici, politici, audaci, casti, divertenti, commuoventi. C’era poi una parte, in fondo, intitolata ad personam, in cui gli annunci erano invece rivolti a qualcuno in particolare: ad una ragazza incontrata per strada, ad un compagno delle elementari, ad una corrispondenza interrotta.
Qualche ad personam a caso.
A Paola di Bari: il diavolo, vestito da postino, ci ha messo lo zampino: la tua lettera mi è arrivata lacerata per un “incidente di servizio”. Morale: non c’era più l’indirizzo del mittente, in compenso c’erano tante scuse da parte del direttore delle poste. Siccome trovo più interessante corrispondere con te che con lui, riscrivimi. Matteo, carta di identità 92811996, fermo posta via Alfieri 10, 10100 Torino (Linus, febbraio ‘92)
Vorrei sapere il finale del De Profundis di Oscar Wilde che leggevi sul treno Roma-Milano delle 16:10 del 5 aprile 92. Non so il tuo nome, ma sei simpatico e sono sicura che sei un affezionato lettore di Linus. Sono quella che ti ha fatto desistere dal leggere il libro. CI 98853879, fermo posta, Carasana (VC) (Linus, agosto ‘92)
Stazione di Lecce, 19 agosto. Binario due: treno per Roma (io). Binario tre: treno per Bolzano (tu). In attesa della conquista di un posto per i nostri lunghi viaggi, il tuo più del mio. Spero tu abbia dormito fino a Verona. Io quasi non dormo più e quando succede, sogno occhi azzurri che leggono Dylan dog e scrutano l’edicola alla ricerca di un’Urania. Ti sembrerà incredibile ma devo conoscerti, presto, per continuare discorsi interrotti e rendere sopportabile il mio trasferimento a Milano. EP c/o Marangi, Via Sammartini n 69, 20125 Mi (Linus, dicembre ‘92)
Ho conosciuto Stefania su un volo TWA di ritorno da New York. Abbiamo passato quelle 7 ore scambiandoci sensazioni e punti di vista, ed era come se ci conoscessimo da sempre. Il suo indirizzo di Ancona l’ho perso: incasinato com’ero con valigie, zaino e souvenir che mi uscivano da tutti i pori, non l’ho più ritrovato. Ora darei l’America per rincontrarla anche per un giorno solo. (Linus, marzo ‘91)
Precipitando in un luogo comune, colpevolizzando la tecnologia che ci ha privati di carta e calamaio, una grafomane come me non poteva che arrivare ad una sola conclusione: era meglio prima. Postumi del mal du siècle, potremmo dire. Stavamo (o meglio, stavano) meglio prima perché i rapporti erano più veri, più sinceri. Sai, ci si parlava, ci si scriveva. Si comunicava davvero perché non c’erano altri mezzi se non la parola e la carta. Nessuno schermo.
Dopo aver letto la spiegazione del fermo posta, istintivamente, mi sono lasciata trasportare dalla nostalgia di un tempo in cui trovarsi era difficile. Un tempo in cui alcuni si affidavano ad un giornale (che si potrebbe, tra l’altro, definire “di nicchia”) nella speranza che lei, magari, possa avere la tua stessa abitudine di leggerlo. Nella speranza che compri anche quel numero di Marzo su cui dopo tre mesi di attesa ti hanno pubblicato, nella speranza che le piaccia poi spulciare tra quelle ultime pagine e così, per caso, riconoscersi, ricordarsi del vostro incontro, esserne lusingata e scrivere al fermo posta. Per quanto tempo, ogni settimana, andrai a controllare che qualcosa sia arrivato? Tutto questo perché hai perso il foglietto con il suo indirizzo, quello che timidamente eri riuscito a chiederle. La tua speranza ora è sulle pagine di Linus.
Sorrido e penso che tutto questo oggi sarebbe impensabile. Oggi che per trovarsi basta un click. Oggi Personalmente non servirebbe più: adesso bastano solo un nome e un cognome, e nella maggior parte dei casi un database con le nostre facce e le nostre passioni ci sputerà addosso ciò che cerchiamo con una facilità imbarazzante. Ci conosciamo in un’occhiata di bacheca. Foto profilo+musica+libri ed è amore. Ad personam, forse, sarebbe ancora più inutile, perché anche riconoscersi, rintracciarsi, allo stesso modo, è più che semplice. Impossibile non pensare a “Spotted”, recentissimo fenomeno, rapidissimo strumento.
Nostalgicamente, allora, ho pensato che vorrei tornare indietro a quando eravamo meno tracciabili. A quando bisognava esporsi di più e la ricerca era avventura, perché oggi è troppo facile, oggi siamo dati per scontato. Ma poi, realmente, dove finisce il bovarismo e dove inizia il vantaggio? La tecnologia comprime il contatto umano o lo facilita? Siamo più vicini o più lontani? Oggi parliamo alla persona che ci sta accanto, alla panchina in attesa del tram, o tentiamo, con un dispositivo dotato di connessione nella tasca, già pronti a cercare altrove mentre lei ci sta accanto, di sbirciare il suo nome sull’abbonamento Atm? Non lo so, forse il progresso non c’entra nulla, forse i timidi rimarranno timidi e gli estroversi estroversi, con la differenza che i timidi di un tempo si affidavano al fermo posta. Forse è semplicemente che mi ha commosso la speranza di chi cerca qualcuno e lo fa in tutti i modi, anche i più aleatori. Quanta attesa dietro quei numeri di carta d’identità? Io non ho dubbi: rinuncerei a milioni di spotted per un ad personam.
Visto che ci sono, leggo quell’articolo sull’Età dei diritti di Bobbio, magari mi torna utile per un esame. Inizia con una citazione di Kant. “La violazione del diritto avvenuta in un punto della Terra è avvertita in tutti i punti”. Meraviglioso. Che mi perdevo a dieci anni. Mi assale un dubbio, gli annunci sui giornali esistono ancora? Non lo so, l’ultimo Linus in mio possesso risale al ‘99. Personalmente, spero di si.
t.a.b@hotmail.it
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