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L'angolo del penalista

Arancia meccanica: le criticità della finalità rieducativa della pena

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Siamo abituati a pensare alla rieducazione come la funzione della pena più giusta e rispettosa della persona del reo, ma partendo dallo spunto di Burgess e Kubrik nell’opera “Arancia meccanica”, possiamo riscontrare alcuni risvolti critici e pericolosi di questa concezione della punizione penale.

Un contributo di Tiziano Romano

Una suggestione 

Immaginiamo di vedere un’arancia. A prima vista appare come un semplice frutto, naturale e normale, scopriamo però poi che al suo interno si cela un complesso ed astruso meccanismo. Questa è la suggestione che sta alla base del titolo del celebre romanzo di L. Burgess “A clockwork orange”  da cui Kubrick trasse il cult cinematografico del 1971. Attraverso questa immagine lo scrittore descrive efficacemente le vicende che colpiranno il protagonista del romanzo, che dopo essere stato arrestato per aver compiuto efferati crimini, subirà un trattamento di rieducazione tanto efficace quanto privativo del suo libero arbitrio, che, rendendolo esteriormente un buon cittadino, ne farà in realtà un cieco automa della società. 

La finalità della pena 

Alla base delle provocazioni lanciate da Burgess e Kubrick nelle loro opere possiamo riscontrare l’interesse per un argomento giuridico-filosofico di assoluta rilevanza, in particolar modo in un ordinamento costituzionale democratico come quello del nostro Paese, vale a dire quello della finalità della pena. Le funzioni di questa, come noto, possono essere molteplici, da quella più antica, la retribuzione, a quella auspicata dal Beccaria, la prevenzione, tuttavia, negli ordinamenti occidentali moderni, la pena ha assunto sempre più spesso una dimensione che mira alla rieducazione del reo.

La nostra Costituzione, all’art 27 precisa che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere appunto alla rieducazione del condannato. Il principio affermato nella costituzione trae le sue origini a partire dalla riflessione giuridica illuminista del XVIII secolo. In quel periodo storico, in particolare, si sviluppò il netto rigetto di forme di punizione assolutamente inumane e crudeli ed il rifiuto verso il lavoro forzato fine a sé stesso finalizzato ad alienare ed esaurire la persona del detenuto.

L’idea della rieducazione intende concepire la pena non solo come una punizione o come un modo per neutralizzare il criminale, porta a considerare il reo come soggetto che agisce criminalmente per un difetto di educazione tale da non consentirgli di riconoscere i beni giuridici altrui e di riconoscere sé stesso come parte del comune vivere sociale. Il detenuto non è più dunque inteso come dalla dottrina precedente che si basava su una concezione di diritto penale incentrata sull’idea di peccato come un soggetto che deve espiare le sue colpe, che deve subire una pena per ripristinare un equilibrio di giustizia all’interno della compagine sociale, egli è inteso come un soggetto che ha compiuto atti sbagliati e riprovevoli perché venutosi a trovare in una posizione di errore, che non gli ha permesso invece di agire nel modo in cui avrebbe dovuto secondo la legge. Per questo motivo più che per espiare il peccato, la pena servirà a rieducare il reo, a riportarlo sulla retta via, dalla parte del giusto, facendogli comprendere e prendere coscienza del male compiuto per evitare che in futuro esso possa ripetersi.  

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Risvolti critici della riabilitazione del condannato 

Questa nuova concezione più moderna, più razionale, più utile, che si focalizza tra l’altro anche sulla necessità di migliorare le condizioni di detezione comporta tuttavia un elemento potenzialmente piuttosto pericoloso e dai risvolti da tenere in grave considerazione. Secondo questa teoria, l’autorità statale non si limita a decidere quali comportamenti costituiscono reato e a  punire chi li compie, ma assurge al ruolo di educatore del condannato non solo minacciandolo di punirlo ancora se ricadrà in errore, ma arrivando ad intervenire ad un livello assai più profondo, quello dell’arbitrio e del pensiero, cercando di modificare di fatto i convincimenti del condannato. Il rischio è che si arrivi appunto alla situazione descritta in “Arancia Meccanica”, in cui il reo una volta “rieducato”, non compie il bene perché scientemente lo vuole, non per scelta, ma perché agisce meccanicamente come un automa e non come un uomo.

Sia chiaro, nel nostro ordinamento la rieducazione è considerata come una offerta, come una possibilità che si fornisce al condannato per redimersi, ma i vari percorsi rieducativi proposti ai detenuti offrono spesso la possibilità di fatto di ottenere premi quali libere uscite o pene più lievi come i servizi sociali o la semilibertà. Di fatto, perciò, c’è un forte incentivo sul detenuto perché accetti l’offerta di rieducazione, perché effettivamente si dimostri pentito, riconosca ciò che ha fatto come sbagliato e ne prenda le distanze. Anche il protagonista della storia di Burgess accetta spontaneamente di essere sottoposto al trattamento rieducativo noto come “Cura Ludovico”, cionondimeno pare che sia più la volontà di uscire presto dal carcere e di non ritornarci che l’effettiva scelta del “bene” a spingerlo al trattamento.

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Ora, chi scrive è consapevole che viviamo in un mondo concreto, che qualcuno potrebbe sentirsi infastidito da queste speculazioni astratte e quasi paradossali, come se stessimo parlando di un problema inesistente. La “Cura Ludovico” (a mio parere) fortunatamente non esiste e le pratiche di rieducazione utilizzate nel nostro Paese, seppur ancora assai lontane dai livelli di efficacia di altri ordinamenti, dato il tasso di recidività piuttosto elevato (circa il 68% dei carcerati sono recidivi), sono in genere rispettose della coscienza del reo e possiamo dire che nel tempo le condizioni effettive di detenzione sono migliorate. Inoltre, è chiaro che un qualche provvedimento nei confronti di chi commette crimini è necessario e tentare di rieducare e reinserire socialmente il condannato oltre che razionale è forse anche la finalità più giusta della punizione.

Quello su cui intendo riflettere è però il carattere potenzialmente totalitario della concezione rieducativa della pena, carattere che, se non  limitato dalle tutele costituzionali, potrebbe espandersi verso un pericoloso controllo dell’azione delle persone tramite un ancor più spaventoso controllo del loro pensiero. Pensando ai semplici reati comuni forse questo aspetto totalitario pare meno evidente, non vi è nulla di male nel spiegare ad un assassino che uccidere è sbagliato, nel cercare di fargli comprendere che la vita umana è un bene fondamentale; lo stesso vale per un soggetto che ha commesso uno stupro o ha corrotto qualcuno. Alcuni problemi sussisterebbero già nel caso del furto, è davvero giusto ad esempio cercare di spiegare e di convincere un soggetto che ha rubato per fame che la sua azione è riprovevole e sbagliata? È giusto spiegargli che avrebbe dovuto morire di fame piuttosto? Un conto è punirlo, altro, e dai risvolti ben più pesanti, è convincerlo che ciò che ha fatto è sbagliato. O ancora, mettiamo caso che l’ordinamento punisca penalmente chi professa certe idee politiche o religiose, non sarebbe più grave forse cercare di “rieducarlo” facendolo pensare le cose “giuste” anziché rinchiuderlo in carcere e basta? Ciò che penso è che per quanto il diritto penale debba rispondere alla necessità di assicurare la conservazione della società, dei suoi valori condivisi e delle sue leggi, si debba sempre lasciare lo spazio alla possibilità della disobbedienza cosciente, ritengo che punire sia giusto, pretendere il pentimento no.  

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Che fare? 

Con ciò, come accennato sopra, non intendo descrivere la rieducazione come uno strumento necessariamente opprimente e da evitare, ma ritengo che si debba dare in ogni caso, maggiore spazio all’arbitrio, alla coscienza ed alla consapevolezza di chi commette il reato permettendogli di scegliere se cambiare o meno. Il principale compito dello Stato più che punire, penso debba essere quello di far sì che le persone non si trovino in condizione da essere portati a delinquere; la miglior leva per far calare il numero di reati non è tanto quella della pena, quanto quella del miglioramento delle condizioni  sociali. Il reo, seppur perfettamente rieducato, una volta che si ritroverà in un contesto criminale e povero di opportunità tenderà a ricadere nel crimine, un po’ come avviene ai tossicodipendenti una volta usciti dalle comunità di recupero. Il problema, spesso, non è ciò che si fa, ma il perché si fa ciò che si fa: eliminare le conseguenze senza eliminarne le cause è parte poco utile.  Per quel che riguarda la pena poi, quella vera, come ci insegna il Raskolnikov di Dostoevskij, ce la infliggiamo noi stessi, se vogliamo.

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