3 September 2026 – Thursday
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And the Oscar goes to… 

La stagione dei premi si avvicina alla sua conclusione. La tanto attesa notte degli Oscar è ormai alle porte: il prossimo 10 marzo si terrà la novantaseiesima edizione degli Academy Award allo storico Dolby Theatre di Los Angeles. 

 
Dal 23 gennaio 2024 – giorno in cui sono state annunciate le candidature – è iniziata la mia ormai tradizionale rincorsa volta a recuperare tutte le pellicole candidate alla categoria Miglior Film che mi ero perso. E sì, ho passato praticamente tutto febbraio al cinema. È stato molto bello. 

Queste dieci brevi recensioni molto poco tecniche dei dieci film nominati al premio più prestigioso della serata sono il risultato di questo mese di Cinema. 

And the Oscar goes to… 

OPPENHEIMER 

Da piccolo volevo studiare Fisica all’università, poi in quarta superiore ho cambiato idea, e ora studio tutt’altro. Forse, se questo film fosse uscito durante quegli ultimi anni di liceo, ora mi starei laureando con una tesi in astrofisica, che tanto mi affascinava (e tutt’ora mi affascina). Ma questa è un’altra storia. 

Oppenheimer è il magnum opus di Christopher Nolan finora, e, fortunatamente, si parlerà di questo film per decenni a venire. Ho visto questo film in sala con tre amici la scorsa estate, poi ne abbiamo parlato per mesi e mesi. Tra tutti i film candidati, questo è quello che più vorrei rivedere di nuovo per la prima volta.  

Il fatto che tutto ciò sia realmente accaduto è probabilmente l’aspetto più spaventoso di Oppenheimer e non c’è alcun aggettivo che possa descrivere un film come questo. 
Ogni singolo passaggio del film è completamente in sintonia con tutti gli altri: ogni scena apparentemente insignificante, in realtà è un pezzo fondamentale della storia; il climax sul quale è costruito il film è perfetto ed è molto più emozionante di qualsiasi esplosione di bomba.  
Ogni singola performance è dinamica. Cillian Murphy, nei panni di Robert Oppenheimer, è un dio (altro che distruttore di mondi!) e interpreta magistralmente la parte del moderno Prometeo incatenato. Ogni singola nota scelta e composta da Ludwig Göransson è tremendamente epica e perfetta. La cinematografia di Van Hoytema è intima e affascinante. Il cast scelto e diretto da Nolan è fenomenale e ogni attore (non cito nessuno per citarli tutti) svolge il proprio ruolo al massimo del proprio potenziale.  

Ripeto: non ci sono veramente parole adatte per descrivere la grandezza d questo capolavoro.  

POOR THINGS 

Poor Things racconta un mondo proprio, fantastico e bizzarro, che fin dalla prima scena attira e intriga lo spettatore a voler scoprire sempre di più.  

Mentre molti critici sono troppo impegnati a discutere della liberazione sessuale e del femminismo, quali temi centrali all’interno del film, tanti continuano a dimenticare l’idea principale di tutta la narrazione: il titolo Poor Things si riferisce apertamente a noi, agli esseri umani, a tutti i personaggi in questa pellicola, con eccezione per la protagonista Bella Baxter. La povera creatura non è Bella, che, libera, ci insegna che accrescere la conoscenza e l’anima significa viaggiare tra le ali della libertà e dell’umanesimo, tra logica e realtà, senza dimenticarsi però la terrenità e la sessualità, che caratterizzano fortemente l’uomo. Le povere creature, credendo di essere superiori, credendo di aver capito tutto, siamo noi essere umani, in quanto schiavi dei nostri stessi istinti selvatici, incapaci di evolvere.  
Yorgos Lanthimos, candidato a miglior regista, ci regala un film unico ed estravagante, riuscendo a mantenere il suo stile personale: i colori sono spettacolari; la combinazione delle luci, delle riprese e della musica creano un’atmosfera perfetta mai vista prima; i costumi sono meravigliosi.  
Emma Stone, nei panni di Bella Baxter, è fenomenale, in quella che probabilmente è stata la sua migliore performance finora (e lo scrivo avendo amato la sua interpretazione in La La Land). Mi auguro riesca a portarsi a casa la statuetta di miglior attrice protagonista. 

PAST LIVES 

Il debutto di Celine Song, prodotto da A24, sarà probabilmente ricordato come uno dei migliori film romantici mai realizzati. Una storia coinvolgente e multilingue che esplora temi come l’amore, il destino, la riconnessione, e il tema dell’immigrazione, con tutto ciò che crea o lascia dietro di sé. Past Lives è un film calmo, maturo e profondo che spinge a riflettere sulla propria vita. È una meditazione stimolante e risonante, con un potere emotivo immenso. La trama è nostalgica e ha una delicatezza che pochi film riescono a raggiungere. La sua sensibilità e la sua sottigliezza sono estremamente coinvolgenti. 

I punti di forza principali del film, tra i tanti, sono le interpretazioni di Greta Lee e Teo Yoo, i due attori principali, e la scrittura dei loro personaggi. Entrambi sembrano persone reali, nostri coetanei o conoscenti, piuttosto che personaggi su uno schermo, grazie alla loro sincerità e complicità che si rafforza durante tutto il film.  

Tra il cast di supporto, John Magaro merita una menzione speciale per la sua meravigliosa interpretazione, che ha contribuito a evitare che il suo ruolo fosse frainteso. 
Questo film, da inguaribile romantico, mi ha dato molto su cui riflettere: credo sinceramente che le cose accadano quando sono destinate a succedere; cercare di plasmare il proprio destino con la forza è inutile. Quando qualcosa deve accadere, l’universo farà tutto il possibile per assicurarsi che accada. 

THE ZONE OF INTEREST 

The Zone of Interest mette in scena la banalità del male attraverso le prospettive sia degli autori che degli abilitatori del più grande orrore dello scorso secolo: proprio al di là delle mura di Auschwitz, la famiglia del direttore del campo di concentramento Rudolf Höss gode della sua vita tranquilla e lussuosa in mezzo alle atrocità dell’Olocausto. Così, il genocidio fa solo da sfondo, mentre tutti si interessano a compleanni e feste in piscina.  
Scenari brutali si svolgono al di fuori del quadro del film che noi spettatori non possiamo vedere, ma solo sentire e compatire. Sembra tutto così vero. Perché lo era. L’olocausto esisteva. Questa famiglia esisteva. Le riprese della macchina fotografica fissa, come uno sguardo, raccontano la mostruosa quotidianità della famiglia Höss. In un passato non così lontano, tutto questo è accaduto.  
Jonathan Glazer, anche lui candidato a miglior regista, ci invita ad affrontare la realtà inquietante che va oltre la nostra immediata percezione, sfidando il privilegio del distacco. Non si può trascurare la potenza della scelta del design sonoro di questo film, che completa l’intera immagine dello stesso, andando oltre i limiti della nostra vista e percezione, così da creare un’esperienza che dura più di quei 105 minuti seduti al cinema. 

Questo film è un memento per non dimenticare le vite perse e le mostruosità commesse, così che forse, un giorno, nulla di tutto questo accadrà di nuovo. Dobbiamo ancora imparare. 

THE HOLDOVERS 

Uno dei migliori film di Natale degli ultimi anni, che è anche molto di più di un film di Natale. 

Accettare se stessi, gli altri e il mondo è il vero tema di The Holdovers – Lezioni di Vita, mentre le vacanze natalizie e la neve del New England degli anni ’70 fanno da sfondo.  
The Holdovers è un film che non va raccontato: io sono andato al cinema senza essermi minimamente informato sulla trama e sui personaggi ed è stata la scelta migliore che potessi fare. Alexander Payne ci ha voluto abbracciare molto calorosamente con questo film e soprattutto con questo cast fenomenale: Paul Giamatti è stato incredibile come sempre in quella che molti definiscono esser stata la migliore performance di tutta la sua carriera, e sicuramente la mia preferita; Da’ Vine Joy Randolph, ugualmente impressionante, ha interpretato magistralmente tutto il dolore di una madre afflitta per la perdita del figlio; ma, la performance più sorprendente è stata quella del giovanissimo Dominic Sessa, futura star di Hollywood, che, nei panni di Angus, ha dato filo da torcere ai miei occhi che non volevano piangere. Raramente un film natalizio mi ha fatto così commuovere e sorridere allo stesso tempo. 
Il prossimo Natale, fatevi un regalo e recuperate questo film, che è una coccola all’anima.  

ANATOMY OF A FALL 

P.I.M.P. (acoustic version) di 50 Cent è ormai il sottofondo musicale per ogni mia attività. La sto ascoltando anche ora mentre sto scrivendo questo pezzo. Mi ispira, come ha ispirato la geniale Justine Triet alla direzione di questo enigmatico e affascinante court-drama.  
Anatomy of a Fall approfondisce la complessità di un caso penale, esplorando l’ambiguità nella nostra percezione della verità, ma, invece di fornire una risposta chiara alla colpa o all’innocenza, il film esamina come gli individui costruiscono le loro narrazioni sulla base di informazioni parziali e pregiudiziose. 

Sandra Hüller, candidata a miglior attrice, interpreta un’ottima performance, ma una particolare menzione va a Milo Machado Graner, che interpreta Daniel, il figlio undicenne unico testimone del processo, che, però, ammette l’incertezza su ciò che veramente è avvenuto, e, quindi è costretto a scegliere a cosa credere: una madre assassina o un padre suicida.  
La narrazione non è una dissezione di una caduta fatale da una finestra, come si potrebbe evincere dal titolo e dai poster, ma è piuttosto la descrizione della discesa agli inferi della gogna pubblica che può palesarsi in seguito a un processo mediatico. È un film che non suscita emozioni in modo convenzionale, ma risona fortemente con la verità, lasciando il pubblico a riflettere fino la fine (e oltre la fine) se il verdetto finale del processo sia stato veramente corretto o meno. 

KILLERS OF THE FLOWER MOON 

Killers Of The Flower Moon è un’esperienza spaventosa perché contiene tutta l’avidità e mostruosità del genere umano e rivela quanto profondo il veleno può scorrere.  
Il film, basato sul saggio Gli assassini della terra rossa di David Grann, racconta una serie di omicidi che hanno colpito gli Osage nei primi anni ’20.  
Martin Scorsese si è voluto focalizzare, non tanto sulla tematica dello sfruttamento e dell’oppressione dei nativi americani, ma più sulla natura umana che tende a razionalizzare, condonare, e persino incoraggiare tale comportamento.  
La scelta creativa di Scorsese di attenersi alla prospettiva dei criminali riduce i nativi americani a un ruolo di spettatore nella propria tragedia, senza comunque mai togliere loro dignità, ma dando a tutta la popolazione Osage tanta grazia e amore. 

Le atrocità commesse contro gli Osage non dovrebbero mai essere dimenticate e Martin Scorsese vuole ricordarcelo con questo film, che può essere letto come il tentativo del regista di cercare di redimere attraverso l’arte e il cinema la figura dell’uomo bianco nella storia della violenza. 

BARBIE 

I’m a Barbie girl, in the Barbie world! Life in plastic, it’s fantastic! 

Barbie è un vero trionfo assoluto, che può piacere o meno. A me è piaciuto.  
La sceneggiatura di Greta Gerwig e Noah Baumbach è geniale e divertente: si immerge nel femminismo e nel patriarcato, nell’esistenzialismo e nel consumismo, pur rimanendo sempre piacevole e leggera dall’inizio alla fine.  
La storia che viene raccontata è importante. Greta Gerwig ancora una volta eccelle nel mostrare cosa significhi essere una donna e come le donne possano essere potenti. Una menzione d’obbligo va al bellissimo monologo di Gloria (America Ferrera) che, così genuino e così commovente, ormai è diventato iconico, e mi auguro possa ispirare le prossime generazioni per il meglio. 
Margot Robbie e Ryan Gosling brillano nei loro ruoli che sono stati chiaramente creati per loro e solo per loro. Anche tutto il cast di supporto è stato fenomenale: America Ferrera, Kate McKinnon, Michael Cera, Will Ferrell, Simu Liu, Issa Rae, e tutto il resto dell’ensemble sono stati fondamentali per caratterizzare al meglio Barbieland. Il set design e i costumi sono affascinatamene rosa, affascinatamene Barbie. La colonna sonora prodotta da Mark Ronson è memorabile: tra le tante canzoni, What Was I Made For di Billie Eilish – già vincitrice di un Grammy per migliore canzone dell’anno – e I’m Just Ken di Ryan Gosling – vincitrice ai Critics Choice Awards – sono in lizza al premio miglior canzone originale.  
Insomma, è tutto così giusto. 

AMERICAN FICTION 

Equilibrare con maestria emozioni profonde e humor tagliente rappresenta una sfida ardua, ma American Fiction sembra renderlo facile come andare in bicicletta. 

Il film combina perfettamente satira e critica sociale all’interno di un dramma familiare, che segue la vita di Thelonious “Monk” Ellison, scrittore afroamericano le cui opere non vengono prese sul serio perché non abbastanza rappresentative della sua comunità. Allora, per scherzare criticamente sulla situazione, Monk decide di scrivere, sotto pseudonimo, un libro eccessivamente stereotipato con l’intenzione di ingannare gli editori, riuscendoci; nel frattempo, lo scrittore deve anche affrontare i numerosi drammi familiari, che rendono il tutto più complicato. 
A mio parere, le migliori commedie hanno sempre qualcosa da dire, e le satire più riuscite sono spesso le più ciniche, in quanto svelano l’assurdità del nostro mondo. Proprio ciò che questa pellicola realizza così armoniosamente. 

MAESTRO 

Non so come descrivere i miei sentimenti per questo film: tra tutte le pellicole nominate a miglior film di quest’anno, questo è l’unico che mi ha trovato abbastanza confuso. Maestro, che dovrebbe essere un biopic sulla vita di Leonard Bernstein, uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, non ha niente da dire sulla musica, o sul matrimonio, o sulla vita, o persino su Bernstein stesso. In nessun momento ho sentito come se avessi imparato qualcosa di sostanziale sui protagonisti di questa storia, né come creativi né tantomeno come esseri umani.  
Visualmente, il film è un piacere assoluto, soprattutto nei passaggi in bianco e nero, ma le belle immagini non bastano. 
Il film si presenta come una biografia pretenziosa e auto-indulgente che riproduce tutto e niente in modo molto confuso e superficiale. Maestro vorrebbe sembrare un film classico, ma non riesce nel suo intento: tanta grandezza, niente anima.  

Deputy Director | jemmy.suwannaluck@studbocconi.it |  + posts

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