1 May 2026 – Friday
1 May 2026 – Friday

Dai manicomi criminali alle REMS: un viaggio verso la dignità e la riabilitazione

A cura di Chiara Pedroli

I manicomi criminali e, successivamente, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, attivi fino al 2014, erano ambienti sovraffollati e spesso disumanizzanti, dove i pazienti vivevano in condizioni di vita precarie e ricevevano cure mediche inadeguate. Questo sistema fu ampiamente criticato per la mancanza di un percorso riabilitativo efficace e per la scarsa possibilità di reintegrazione, portando, nel 2015, alla creazione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Il Codice penale definisce le persone ospitate nelle REMS come “internati”, ma chi sono esattamente questi individui? Quali sono le condizioni che portano all’internamento in queste strutture? Si tratta di persone affette da disturbi mentali, troppo instabili per essere gestite in carcere e troppo pericolose per essere accolte in centri di salute mentale. 

Il contesto storico: i manicomi criminali e gli OPG 

La storia delle REMS è molto recente: le prime 30 Residenze aprirono quattro anni fa, nel 2017, subentrando agli OPG, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che a loro volta, dal 1975, sostituivano i manicomi criminali. La storia dei manicomi criminali iniziò circa centocinquant’anni fa, quando ad Aversa, all’interno della casa penale per invalidi, venne istituita la prima “sezione per maniaci“. Filippo Saporito, psichiatra e direttore del manicomio di Aversa, descriveva questi individui come «delinquenti impazziti, che rappresentano scene di terrore e portano scompiglio». Nel 1904, sotto il governo di Giovanni Giolitti, venne approvata la prima legge sui manicomi, la legge 36/1904, e aprirono i primi manicomi criminali, come quelli di Napoli e di Barcellona Pozzo di Gotto. 
Il 1930 segnò una svolta decisiva per i manicomi criminali con l’introduzione del Codice Rocco, che sancì il principio del “doppio binario”. Questo principio prevede che, oltre alla pena, vengano stabilite misure di sicurezza come i manicomi giudiziari, destinati a coloro che, pur essendo socialmente pericolosi, non sono imputabili secondo il Codice penale in quanto ritenuti “incapaci di intendere e di volere”. È su questo sistema del doppio binario che si fonderà, quaranta anni dopo, la creazione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dove verranno ospitate non solo persone con disturbi mentali, ma anche detenuti considerati “scomodi” per il carcere. Pur non avendo patologie psichiatriche, questi individui, giudicati pericolosi per sé o per gli altri, necessitano infatti di misure di sicurezza. 

Il 1974 segnò una svolta drammatica per i manicomi criminali. A spingere l’opinione pubblica verso una maggiore consapevolezza sulla situazione delle strutture è un tragico episodio: Antonia Bernardini, paziente del manicomio giudiziario di Napoli, muore arsa viva mentre è bloccata in un letto di contenzione. L’anno successivo quindi, nel 1975, i manicomi criminali vennero sostituiti dagli OPG, i quali però, replicavano di fatto le medesime dinamiche di trattamento e internamento. 

Si dovranno attendere i primi anni 2000 per vedere un effettivo miglioramento delle strutture, quando la Corte costituzionale introdurrà l’alternativa della libertà vigilata all’internamento negli OPG. Un altro cambiamento significativo avvenne nel 2010 quando la gestione degli OPG passò dal Ministero della Giustizia alle ASL, Azienda Sanitaria Locale, con l’obiettivo di superare la dicotomia del “doppio binario” che, intrecciando giurisprudenza e psichiatria, continuava a produrre quello che l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definì “l’estremo orrore”, dopo aver potuto constatare le condizioni di queste strutture. 

L’abolizione degli OPG fu un processo lungo e difficile, sostenuto da numerosi movimenti di riforma che denunciarono le condizioni inumane in queste strutture. Dopo anni di pressioni sociali e politiche, con la legge 81 del 2014, l’Italia decise di chiudere definitivamente gli OPG e sostituirli con strutture più idonee e rispettose della dignità umana, ovvero le REMS, che entrarono in piena attuazione nel 2017.  

Le condizioni di vita nei manicomi criminali 

Le condizioni nei manicomi criminali erano spesso estremamente difficili e inumane, dato che i pazienti venivano trattati più come prigionieri che come persone bisognose di cure. Queste strutture, sovraffollate e isolate, mancavano di risorse e personale adeguato, rendendo impossibile offrire un’assistenza sanitaria adeguata. Gli internati vivevano in celle o stanze spoglie, dove l’igiene era carente e la cura personale trascurata. Molti pazienti trascorrevano gran parte della giornata isolati, a volte bloccati nei letti di contenzione per periodi prolungati, pratica che ha causato decessi e incidenti. 

La terapia, in gran parte, era limitata alla sedazione farmacologica pesante, per rendere i pazienti “gestibili”, più che per curarli, e gli episodi di abusi e di violenza da parte del personale erano frequenti. Inoltre, le strutture erano più simili a istituti penitenziari, rispetto a dei veri e propri ospedali: inferriate, porte chiuse a chiave e personale autoritario piuttosto che medico. La permanenza nei manicomi criminali era simile a una sorta di reclusione definitiva e degradante, venendo così a mancare una reale possibilità di riabilitazione. 

Come detto, questa situazione, rimasta in gran parte nell’ombra per decenni, venne finalmente denunciata grazie all’intervento di attivisti, giornalisti e movimenti per i diritti umani, contribuendo alla decisione di chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari nel 2014 e di sostituirli con le REMS. 

Le REMS: cosa sono e come funzionano 

Le REMS rappresentano un modello innovativo per la gestione delle persone con disturbi mentali che hanno commesso reati, segnando un passo importante nella riforma delle strutture dedicate a questa categoria di pazienti. Questi istituti, che si differenziano dagli OPG per approccio e organizzazione, non sono carceri, ma strutture sanitarie in cui le misure di sicurezza sono principalmente di natura terapeutica e riabilitativa. 

Create nel 2014 con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, le REMS sono strutture più piccole, destinate a ospitare un numero limitato di persone, con l’obiettivo di fornire un trattamento sanitario, piuttosto che una semplice reclusione. Ogni REMS ha un numero ridotto di posti, solitamente tra i 20 e i 40, per evitare sovraffollamenti e garantire un trattamento personalizzato del paziente. Queste strutture sono concepite per essere ambienti terapeutici e non detentivi, in cui l’attenzione è rivolta alla cura e riabilitazione dei pazienti, e non alla loro punizione. Le persone ospitate sono seguite da un’équipe multidisciplinare composta da psichiatri, psicologi, infermieri, educatori e assistenti sociali, che lavorano insieme per pianificare il trattamento e il recupero. Inoltre, le REMS cercano di favorire il reinserimento dei pazienti nella società attraverso percorsi di riabilitazione che li preparano ad affrontare la vita al di fuori della struttura, quando la loro pericolosità sociale è ritenuta superata. 

Criticità e sfide delle REMS 

Nonostante le REMS rappresentino un importante avanzamento rispetto agli OPG, la loro attuazione presenta ancora diverse difficoltà. Una delle principali criticità è la capienza limitata di queste strutture, che porta a lunghe liste d’attesa, con conseguente prolungamento della detenzione in carcere per le persone che necessiterebbero invece di essere trasferite in una REMS. Ciò crea una situazione problematica in quanto il carcere risulta spesso inadatto per i pazienti psichiatrici. Inoltre, la gestione delle REMS è affidata alle singole Regioni, generando disparità nell’organizzazione e nell’offerta di servizi a livello regionale. In particolare, in alcune aree, le strutture disponibili sono poche, mentre altre regioni ne sono del tutto prive e devono quindi trasferire i pazienti altrove, contribuendo al sovraffollamento.  

Un altro problema riguarda la collaborazione tra il sistema sanitario e quello giudiziario, talvolta non sufficientemente coordinata. Ciò può portare a difficoltà nella valutazione della pericolosità dei pazienti o nel definire i tempi di permanenza nelle strutture, creando incertezze nei percorsi di cura e reintegrazione e rallentando la riabilitazione. Inoltre, ci sono casi in cui i pazienti non hanno disturbi psichiatrici gravi, ma sono comunque considerati difficili da gestire, il che può prolungare il loro soggiorno nelle REMS, nonostante queste strutture non siano pensate per trattare tali casi. In sintesi, pur rappresentando un progresso rispetto al passato, le REMS devono ancora affrontare sfide significative per diventare pienamente efficaci nel garantire la cura e il reinserimento sociale delle persone con disturbi mentali autrici di reati. 

L’impatto sociale 

In conclusione, il passaggio da manicomi criminali a REMS ha segnato un’importante svolta sia dal punto di vista dei diritti umani, sia delle modalità di gestione delle persone con disturbi mentali autrici di reati. Ciò ha rappresentato un importante progresso verso un sistema penale più rispettoso dei diritti umani e più orientato alla riabilitazione. La riforma ha infatti permesso di valorizzare un approccio che vede nella malattia mentale una condizione da trattare con un percorso terapeutico specifico e non solo con la reclusione. Tuttavia, per essere completamente efficace, il modello delle REMS deve essere sostenuto da investimenti continui e da una maggiore sensibilità sociale verso le problematiche della salute mentale. 

as.keiron@unibocconi.it | Web |  + posts

Associazione studentesca bocconiana. Abbiamo lo scopo di promuovere attività di approfondimento e studio del diritto penale.

share

Suggested articles

A cura di Sara Taboga La violenza di genere non è un fenomeno episodico, ma una criticità sistemica radicata in profondi squilibri culturali, sociali e strutturali. In Italia si registrano quotidianamente decine di denunce,…
A cura di Francesco Centemeri La L. 177/2024 ha reso punibile la guida dopo l’assunzione di droghe anche in assenza di alterazione psicofisica. La mera positività del conducente al test tossicologico puó ora dare luogo…
A cura di Niccolò Frosini Nelle ipotesi in cui autore del reato sia un minore che ha più di quattordici anni il Codice penale prevede che questi è imputabile solo se, al momento in…

Trending

A cura di Francesco Centemeri Più pene, più fattispecie di reato, meno strumenti per accertarle. In queste poche parole è sintetizzabile quello che autorevole dottrina ha definito il “populismo penale”[1], cifra stilistica dei governanti…
A cura di Emma Melzi La famiglia è uno spazio intimo e protetto, caratterizzato da affetti e solidarietà, ma anche da relazioni di potere. Quando queste sfociano in comportamenti violenti e minatori, per la…
A cura di Elisa Pavan La progressiva influenza della prova scientifica e la conseguente marginalizzazione della prova dichiarativa sono tra i connotati più significativi dell’attuale processo penale. Jeremy Bentham,  giurista britannico, affermava che i…