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La voce (inudita) degli ultimi e la risposta dell’arte

Proteste
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Due mesi fa, divampavano in alcune città italiane le proteste legate alla reintroduzione di misure per limitare la diffusione del contagio da Covid-19, che andavano a colpire economicamente varie categorie di attività commerciali e lavoratori.

Si è già spenta la fiamma mediatica che qualche mese fa divampava su tutti i social e le testate giornalistiche, riguardante le proteste avvenute in alcune città di Italia (tra cui Napoli, Roma e Milano) contro le misure messe in atto dal governo per limitare la diffusione dell’epidemia da Covid-19 e che, al tempo presente, sono già state superate da altre più forti e restrittive.

Particolare attenzione è stata rivolta a quanto accaduto nella città partenopea, la cui insurrezione ha assunto un carattere estremamente violento nei confronti delle forze dell’ordine. La caccia al lupo, che tipicamente si genera a seguito di situazioni simili, ha individuato tra i mandanti di tale sollevazione ora Forza Nuova, ora i centri sociali, ora ultras o camorristi.

Sui social network, troppo spesso terreno fertile per il propagarsi di opinioni qualunquiste e non richieste, migliaia di utenti sono “insorti contro l’insurrezione”, abbaiando insulti e persino minacce di morte verso i partecipanti. D’altro canto, è stato dedicato troppo poco tempo alla riflessione riguardo le motivazioni che hanno portato i canti sui balconi e il pane fatto in casa a trasformarsi in cassonetti bruciati e attacchi alla Polizia. È strano che nessuno si sia chiesto perché mai dei commercianti dovrebbero scendere in piazza e attaccare i propri politici, definendoli “assassini in giacca e cravatta”.

Troppo spesso, anche nelle proteste avvenute successivamente in molte altre zone d’Italia, la violenza è stata strumentalizzata per spostare l’attenzione su un argomento condiviso dalla maggioranza. È sbagliato lanciare bombe carta e picchiare un pubblico ufficiale, questo lo sappiamo tutti. A causa della forza prepotente di tali brutalità, non si è lasciato spazio per affrontare altri aspetti della vicenda, primo fra tutti, il motivo di quanto accaduto.

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I protagonisti di queste proteste non sono i delinquenti o gli estremisti, ma coloro che erano lì per disperazione, per sconforto, perché non riescono più ad andare avanti. Individui per i quali il lockdown ha significato la perdita del posto di lavoro, il fallimento della loro attività o l’attesa di una cassa integrazione che tarda ad arrivare. Tra i manifestanti c’erano anche commercianti, madri e padri di famiglia, lavoratori, persone comuni che hanno ormai perso la fiducia nelle istituzioni e nelle manovre governative. A loro non importa di altisonanti promesse e futuri provvedimenti. Avrebbero solo voluto sapere se il giorno seguente sarebbero potuti tornare a lavorare, se avrebbero potuto aprire la loro attività.

Abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla parte sbagliata della storia. Tale errore mediatico graverà proprio su coloro che più avevano bisogno di ascolto e attenzione. Fortunatamente, ancora una volta l’arte corre in aiuto dei più bisognosi cercando di appellarsi alla coscienza delle masse, mettendola di fronte alla realtà dei fatti.

Qualche giorno dopo la protesta a Napoli, in Piazza Plebiscito compare un’installazione di marmo bianco raffigurante un bimbo con gli occhi chiusi, legato ad una catena che simboleggia un cordone ombelicale che lo tiene fermo a terra. Il suo nome è Homeless e con la sua pelle, apparentemente morbida, la posizione rannicchiata e il volto assonnato incarna l’innocenza del genere umano, la purezza che si cela dietro le apparenze, rimandando alla sua condizione più incerta e fragile, aggravata dal peso della crisi economica, che lo schiaccia a terra. L’opera è firmata dall’artista Jago, il quale dichiara: “Non ‘lockdown’, ma ‘look down’: guarda verso i poveri, guarda in basso, guarda ai vulnerabili, agli ultimi”. L’artista di Frosinone cerca così di spostare l’attenzione dei media verso chi, la notte del 23 ottobre, ha cercato invano di urlare la sua disperazione.  La scultura dona un volto nuovo alla città, è irriverente, quasi provocatoria: alcuni si fermano a toccarla, altri addirittura la violano con qualche graffio.

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L’obiettivo è infatti quello di scatenare una reazione, di fungere da monito per ricordare ai passanti curiosi che la osservano la scomoda verità dei fatti e la voce di chi non è stato ascoltato abbastanza.

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I’m an Economics and Management student at Bocconi University, coming from Puglia. I’m interested in all forms of art, cinema, literature and culture.

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