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L'angolo del penalista

Quando la vita, vita non è

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Purtroppo da undici anni sono paralizzato dalle spalle ai piedi, a causa di un incidente stradale. Destino, colpa mia, non lo so, ma è andata così. Sto combattendo come un leone da allora, ma a causa dei costanti peggioramenti della mia disabilità e la stanchezza mentale di vivere una vita che di vita naturale e dignitosa non ha più nulla sono stanco, e voglio essere libero di scegliere sul mio fine vita. Nessuno può dirmi che non sto troppo male per continuare a vivere in queste condizioni, negarmi un diritto dato da una sentenza della Corte Costituzionale sarebbe oltre che una gravità assoluta, sarebbe dannarmi a vivere una vita fatta di torture, di umiliazioni e di sofferenze che io non tollero più. Si devono mettere da parte ideologismi, ipocrisia, indifferenza, e ognuno si prenda le proprie responsabilità, perché si sta giocando sul dolore e le sofferenze di malati e persone fragili.
Mario”

Queste sopra riportate sono le parole di Mario (nome di fantasia a tutela della privacy), il paziente marchigiano di 43 anni, tetraplegico e immobilizzato da 10 anni, che con il supporto dell’Associazione Luca Coscioni, chiede di mettere fine alle sue sofferenze.
Accesso al suicidio assistito, ovvero all’atto del porre fine alla propria esistenza in modo consapevole mediante l’autosomministrazione di dosi letali di farmaci, questo è quanto richiesto da Mario di fronte al Tribunale di Ancona, il quale ha ordinato all’Asur delle Marche di verificare le condizioni del paziente e la sussistenza dei criteri che rendono l’aiuto al suicidio non punibile sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale del 2019.

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Suicidio assistito ed eutanasia

Spesso si è soliti confondere o paragonare il suicidio assistito all’eutanasia, benché i due atti siano tra loro molto differenti. Il primo, infatti, prevede che il soggetto richiedente sia “assistito” da un medico (suicidio medicalmente assistito) o da un’altra figura nel momento in cui autonomamente procede con la somministrazione di sostanze letali. La seconda ipotesi, invece, quella dell’eutanasia, prevede che non sia necessaria la partecipazione attiva del soggetto che ne fa richiesta e richiede un’azione diretta di un medico che somministra il farmaco di regola per via endovenosa.
In entrambi i casi, la richiesta di accesso all’atto viene sottoposta ad una commissione di medici ed esperti, i quali effettuano un’analisi puntuale delle condizioni del paziente, della sua capacità decisionale e di altri fattori, per poi eventualmente darne o negarne la possibilità.

In Italia, praticare l’eutanasia costituisce un reato ed è punibile ai sensi degli articoli 579 c.p. (omicidio del consenziente) e art. 580 c.p. (istigazione al suicidio). Il suicidio assistito, invece, è legittimato in base alla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019 sul caso di Dj Fabo, tramite la quale sono stati individuati 4 requisiti che possono giustificarne il ricorso:

  1. La presenza di una patologia irreversibile;
  2. Una grave sofferenza fisica e psichica;
  3. La piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli;
  4. La dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Nonostante questa pratica sia legittimata, nel nostro Paese dal 2019 ad oggi non è mai stata praticata, poiché il Servizio Sanitario Nazionale lamenta l’assenza di una legge specifica che preveda le procedure di scelta ed autosomministrazione del farmaco letale.

Il primo caso in Italia

Il 23 Novembre 2021 Mario (ut supra) ha scritto una pagina importante nella storia del fine vita in Italia, in quanto per la prima volta è stato dato il via libera dal Comitato Etico all’accesso alla pratica del suicidio assistito, dopo che è stata attentamente verificata la sussistenza dei quattro elementi sopra citati.
«Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni», dice Mario in un’intervista.
La sua battaglia è stata lunga e dolorosa, ma ancora oggi, purtroppo, non è finita. La sentenza della Consulta ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, ma manca ancora una definizione del processo di somministrazione del farmaco letale e dunque, nonostante Mario sia titolare di tutti i requisiti necessari, non può ancora vedersi realizzare il suo desiderio. La prossima seduta di discussione all’interno delle Commissioni parlamentari competenti (Giustizia e Sanità) è prevista per il 9 dicembre, mentre l’invio del testo unificato all’Aula della Camera è rimandato al 13 dicembre.

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Che ne sarà di Mario? È eticamente corretto che altri decidano se una persona ha il diritto di smettere di soffrire o no? Queste questioni lasciano ancora interrogativi irrisolti nella mente di tanti, ma ciò che possiamo augurarci è che “Mario” ben presto possa diventare non solo più un nome di fantasia per coprire il reale protagonista di questa vicenda, ma un nome simbolo di una lotta che ormai, purtroppo, va avanti da troppi anni.

Matilde Michi

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