2 April 2026 – Thursday
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Dostoevskij e la speranza nelle fortezze siberiane

Nel 1851 Fëdor Michajlovič Dostoevskij inizia a scontare la propria condanna quadriennale nella fortezza di Omsk (condannato nel 1849 alla pena capitale, riceve proprio sul patibolo la grazia dallo zar Nicola I, con la conversione della sentenza ai lavori forzati in Siberia). Da questa traumatica esperienza nasce il romanzo (semi)autobiografico Memorie da una casa di morti.  

Consapevole della censura del tempo, che viene tra l’altro più volte menzionata, Dostoevskij utilizza un escamotage narrativo che potremmo definire quasi manzoniano: non racconta la storia direttamente, ma se ne allontana di addirittura due livelli. Il narratore, infatti, all’inizio del romanzo è un uomo che, arrivato in una città Siberiana, scopre che lì vi abita ormai da qualche anno un ex-recluso che fin da subito suscita la sua curiosità. Dopo pochissime pagine, però, l’ex-carcerato muore per mano propria in circostanze non troppo definite, e il narratore, recatosi presso la sua abitazione, si trova davanti il memoriale degli anni di reclusione del defunto. 

Inizia così la narrazione vera e propria, che non torna mai a quello che all’inizio era parso il personaggio principale, ora dimenticato, ma prende invece la voce di Aleksandr Petrovich Goryanchikov, condannato ai lavori forzati per aver, in un raptus, ucciso la moglie (ricordiamo che Dostoevskij era invece recluso per motivi politici). Fin dal primo capitolo (il ritrovamento del diario è il prologo) il lettore si trova immerso nella cupa e gelida aria siberiana, in un clima di disperazione e tensione. La narrazione è cruda, le parole dirette, Dostoevskij rievoca tutta la ferocia del clima carcerario, tra la crudeltà delle guardie e, in particolare, del maggiore, i lavori pesanti e spesso inutili e condizioni igieniche nelle quali nessun essere umano dovrebbe trovarsi a vivere. 

Tuttavia, leggendo il romanzo, non si viene invasi da un senso di angoscia. Per quanto possa sembrare surreale, vera protagonista del libro è la speranza. E, si noti, non è speranza verso qualcosa di specifico, una vita migliore, soldi, un amore perduto, ma la speranza in astratto, nella sua forma più pura, nella veste di un sentimento che, per fare una (semi)citazione aulica, move il sole e l’altre stelle

È la storia di individui disperati, che hanno perso tutto e che si fanno la guerra per pochi copechi (che, per meglio comprendere, possiamo intendere come pochi spiccioli, pur senza fare riferimenti troppo precisi al tasso di cambio), che si ubriacano e litigano tra loro per il puro gusto di farlo, che rubano tutto ciò che possono, che ingannano, che si fanno la “spia” a vicenda, pur non ottenendone nessun vantaggio personale, che uccidono senza rimorso e che sentono sempre sopra di loro la spada di Damocle delle terribili punizioni corporali, spada che, spesso, cade rovinosamente sulle loro teste. 

Ma sono anche uomini che si prendono cura l’uno dell’altro. Sono uomini che curano coloro che sono “passati per le bacchette” o che sono stati vittime della fustigazione, alternandosi per offrir loro la miglior assistenza medico-infermieristica di cui sono capaci. Sono uomini che si guardano a vicenda le spalle dalle guardie, che hanno rispetto per il dio in cui credono e per coloro che credono in un altro (più religioni convivono pacificamente), che hanno sogni e passioni, che lavorano con il massimo zelo qualunque volta venga loro assegnato un lavoro con un senso, che si prendono cura di un’aquila dall’ala malata e che, soprattutto, sono uomini che portano rispetto a coloro che li trattano come esseri umani. 

Perché è questo che Dostoevskij intende quando usa il titolo “Memorie da una casa di morti”: coloro che sono lì vengono completamente spogliati di tutto ciò che li rende umani, con i capelli rasati a mo’ di divisa (ad ogni taglio corrisponde una diversa categoria di crimini), privati di ogni proprietà, persino dei libri, costretti prima a marce di centinaia di chilometri nel gelo siberiano e poi a lavori scelti appositamente per essere privi di senso, e quindi deumanizzanti, non sono altro che quello, morti, perché della loro identità non resta che un ricordo nel cuore di coloro che si sono lasciati alle spalle. 

E prima di dare adito a commenti che ricordino come, forse, alcuni di loro meritassero questo trattamento, essendo assassini spietati (un uomo, ad esempio, racconta del modo assolutamente brutale e quanto mai turpe in cui ha ucciso la moglie dopo averle imposto terribili violenze per anni) o comunque criminali della peggiore specie, vogliamo ricordare come in quelle fortezze fossero rinchiusi anche uomini condannati per motivi politici, colpevoli di quelli che oggi noi chiamiamo diritti costituzionali (per un esempio, consultare l’articolo 21 primo comma della Costituzione italiana). 

In conclusione, questo è un libro che non vi potete perdere. Nonostante forse l’opinione più diffusa potrebbe non essere d’accordo, affidando questo “onore” ad altri suoi libri, personalmente ritengo questo romanzo il più bello che io abbia letto tra quelli di Dostoevskij. Mentre in libri come Delitto e castigo, I demoni, Memorie dal sottosuolo o Le notti bianche protagonista è sempre un senso di opprimente disperazione, e i personaggi cadono via via in una spirale depressiva sempre maggiore, in Memorie da una casa di morti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare leggendo la trama, protagonista è la speranza, e tutto il libro è pervaso da un senso di rinascita, di riscatto: è un libro che “va verso l’alto”, che parte del suo punto più basso per continuare poi in un’ascesa che vi porterà a finire l’ultima pagina con l’abbozzo di un sorriso. 

marta.ribaldone@studbocconi.it |  + posts

Born in Genova, I believe the best tool when writing is wit. Currently attending my fifth year in Bocconi’s Law School.

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