30 May 2026 – Saturday
30 May 2026 – Saturday

Australia: nella terra degli spiriti

L’Outback, il rosso e colossale deserto che domina l’Australia, è l’ancestrale terra degli spiriti aborigeni. Cercare di seguire le loro orme nella sabbia è la strada per il cuore di questo popolo.

Appena il volo da Sydney tocca terra sulla stretta pista di asfalto chiaro che costituisce l’aeroporto di Alice Springs, nel Northern Territory meridionale, appare chiaro in un istante di essere arrivati nell’Australia vera. Appena il portellone dell’aereo si apre, la luce abbagliante del deserto ti acceca gli occhi e ti stordisce per qualche secondo. Poi il leggero venticello raggiunge il tuo viso e rinsavisci, rendendoti conto del luogo in cui sei appena arrivato. Davanti a te si stende un colossale orizzonte rosso, con qualche minuscola macchia verdognola qua e là, interrotto solo dai rari promontori che costituiscono le MacDonnell Ranges. È l’Outback, il deserto australiano, e Alice Springs ne è la capitale. Pochi voli giornalieri collegano questo angolo sperduto di mondo con il resto del continente, una sola strada lo raggiunge. Oltre venticinque mila australiani che vivono nel deserto. Gente di frontiera.

Nata come semplice stazione del telegrafo che collegava Adelaide, nell’Australia Meridionale, con Darwin, all’estremo nord, Alice Springs nel corso degli anni ha acquisito una nuova importanza come centro di passaggio per chiunque voglia o debba attraversare il deserto sulla Stuart Highway. Oltre agli spaventosi road train, camion che trainano fino a cinque rimorchi, e ad uno sparuto traffico locale, sulla strada si incontrano infatti solo avventurieri derelitti e turisti, giunti fin qui alla ricerca dell’Australia autentica. E io sono uno di loro.

Ricordo molto bene l’ebbrezza che si prova uscendo dai sobborghi della città in direzione ovest, seguendo la Larapinta Drive nel suo percorso verso Ormiston Gorge. La strada procede dritta per un centinaio di chilometri, senza incontrare insediamenti o altri segni di vita umana, se non un occasionale veicolo in senso opposto e gli sporadici cartelli ad indicare deviazioni verso questa o quella formazione di roccia particolare. Attraverso il finestrino del passeggero l’alternarsi dei pochi alberi ai bassi cespugli di spinifex dà un senso di musicale ritmo al tragitto. A metà della mattinata cediamo alla tentazione dell’ennesimo cartello d’uscita, trovando infondo ad una stradina un parcheggio vuoto e un breve sentiero fino ad una colorata cava di ocra. Da qui gli aborigeni traggono materiale per i riti che compongono la loro complessa e affascinante tradizione religiosa. Una spiritualità molto lontana da qualsiasi cosa rimanga in Occidente, difficile da comprendere per noi stranieri.

In principio, prima dell’era che tuttora viviamo, c’era il tempo del sogno. In questa epoca il mondo era popolato da esseri totemici, uomini che condividevano con gli animali il nome e le caratteristiche. C’era quindi l’uomo canguro, l’uomo koala, l’uomo dingo e l’uomo emù. Questi esseri viaggiavano per il continente, dando nome alle cose che incontravano, per migliaia e migliaia di chilometri, finché non trovavano la pace e si sdraiavano, per riposare in eterno. Ogni aborigeno crede di discendere da uno di questi antenati ancestrali, non attraverso il padre o la madre, ma per concepimento spirituale. Ad ogni bambino è quindi donato un canto, una lunga poesia millenaria che racconta le gesta del proprio totem nel tempo del sogno. Così, in qualsiasi punto del continente si trovi, un aborigeno può tornare alla sua casa, seguendo la sua via del canto, sulle orme del suo antenato ancestrale. Cantano per trovare la loro strada nel deserto.

Si potrebbe parlare, e scrivere, ore e ore delle interessanti sfaccettature di questa cultura del canto, una tradizione antichissima che risale a ben prima dell’invenzione dell’agricoltura nella mezzaluna fertile, ma andrei divagando fin troppo, più di quanto mi sia concesso fare. Torniamo quindi sull’asfalto della Larapinta Drive, appena prima di arrivare alla nostra meta.

Ormiston Gorge è una pozza d’acqua stagnante nel mezzo del deserto australiano, circondata da una stranamente lussureggiante vegetazione e da alte pareti di roccia rossa. Una piccola spiaggia di sassi circonda le acque scure, addentrandosi in un canyon poco distante. Le poche persone presenti si incamminano su uno stretto pendio fino al view point sopra il laghetto. La cosa migliore da fare è sedersi su un tronco bruciacchiato, dare le spalle alla roccia e guardare Ormiston Gorge direttamente, con la mente libera. E passare le ore lì seduto, a leggere o a scrivere, in silenzio. Ma il serrato programma chiama: dobbiamo marciare verso sud a passo spedito se vogliamo arrivare in tempo ad Uluru domani. Dopo oltre trecento chilometri ci accoglie la Erldunda Road House, uno sgangherato motel a bordo strada con camere spartane e qualche emu in giardino. Nel pub, sotto un tetto di lamiera e su tavoli di plastica, finiamo la prima giornata di outback tra hamburger e birra australiana.

“Così, mentre vi dirigete verso l’entrata del parco, vi rendete conto che avete guidato per duemila chilometri per vedere un grande oggetto inerte, a forma di pagnotta, che avete visto fotografato già un migliaio di volte. Ma quando lo vedete, rimanete trafitti all’istante”. Sono queste le parole con cui Bill Bryson, uno degli scrittori di viaggio più noti al mondo, introduce il suo arrivo ad Uluru. E non potrebbero essere più vere. La strada per il monolite è pressoché deserta per tutti e quattrocento i chilometri che lo dividono da Erldunda e dalla Stuart Highway. Oltre a qualche motel abbandonato, ad una mesa solitaria e ad un paio di stazioni di servizio, non c’è nulla che preannunci il luogo maestoso che si sta per raggiungere. Uluru è un caso a parte. È semplicemente stupefacente, e qualsiasi altro aggettivo positivo può essergli affibbiato tranquillamente. La sua enormità, circondata dal nulla più assoluto per chilometri, lo rende uno dei luoghi naturali più incredibili del pianeta. Non c’è da stupirsi che da millenni è un luogo sacro al popolo aborigeno, uno dei punti in cui più storie del tempo del sogno si intrecciano e creano un’atmosfera spirituale che è difficile da non sentire. È un tempio a cielo aperto.

Fino a non molto tempo fa era possibile scalare il monolite, arrampicandosi attraverso un ripido percorso sulla roccia rossa e violando la millenaria legge aborigena. Da quando infatti la gestione del parco è passata ai proprietari tradizionali ciò è stato vietato. Nonostante questo, la visita alla base di Uluru si sviluppa in diversi sentieri che circondano la roccia. Alla fine del Mala walk, per esempio, si trova una pozza di acqua fresca che per secoli ha sostentato il popolo Anangu, tra la vegetazione e la roccia.

Dopo qualche ora di camminata è giunto il tempo di tornare all’hotel, nella vicina città di Yulara, dove la profonda voce di Noah Young accompagna il barbecue. Prima di arrivare, però, ci fermiamo al sunset point, per attendere il tramonto su Uluru. La luce del sole sbatte sulla parete di roccia, che passa dall’essere arancione quasi giallo durante le ore diurne fino ad un violaceo rosso crepuscolare. Le fessure tra la roccia creano ombre che si spostano con lo spostarsi del sole, dando quasi l’impressione che sul monolito siano proiettate delle figure danzanti, nella luce del tramonto.

A pochi chilometri dal monolite principale di Uluru si ergono le “molte teste”, Kata Tjuta. Queste formazioni più irregolari di roccia rossa si appoggiano una sull’altra, come uova in un nido, formando una serie di strette insenature e valli che i percorsi del parco attraversano. La più grande e maestosa è la Valle del Vento dove, racchiusa da un anfiteatro naturale, prospera una fitta vegetazione. Si cammina per un paio d’ore nella gola, superando ripide pareti e strettoie di ghiaia, risalendo fino all’apice del sentiero, dietro a cui si apre il mondo. Il vento, che non a caso dà il nome al luogo, spazza il passo con forza sovrannaturale. Non so per quale ragione, ma in quel luogo e in quel momento si prova un senso di pienezza raro e prezioso. La temperatura perfetta, l’ombra delle possenti rocce, le voci lontane di un rumoroso gruppo, le scarpe sporche di sabbia e il cielo azzurro, quell’enorme cielo azzurro solcato da sottili nuvole. È tutto lì, quanto basta.

Risalendo verso Nord e verso Alice Springs sulla Stuart Highway, riempio le ore di macchina impilando i ricordi appena raccolti, come fiches vinte da un giocatore fortunato. Per tre giorni mi sono dimenticato come respirare, immerso in uno stato febbricitante, quella “febbre di andare” descritta da Bruce Chatwin che è sempre stata propria dell’essere umano, fin dalla preistoria. Poi il vento ha rimesso aria nei miei polmoni, placando quella sete che mi portavo dentro. Ho visto il deserto, camminando sulle vie dei canti aborigeni tra la terra e il cielo immenso. Il sentiero dietro di me è spettacolare a dir poco, e la tentazione di voltarsi per rivedere ancora è forte, ma il viaggio non è ancora finito, ammesso che una fine ci sia mai.

Chief Editor | pietro.ferrari2@studbocconi.it |  + posts
My name is Pietro Ferrari and I was born and raised in the city of Milan. After a scientific High school diploma I enrolled in the Bachelor in International Politics and Government (BIG) at Bocconi University. My interests span across multiple fields but the one I am most interested in are History, Politics and international relations. But what still makes me hopeful about the world is traveling, the only thing I consider my real passion, especially when I write about it.
share

Suggested articles

L’Outback, il rosso e colossale deserto che domina l’Australia, è l’ancestrale terra degli spiriti aborigeni. Cercare di seguire le loro orme nella sabbia è la strada per il cuore di questo popolo. Appena il…

Trending

L’Outback, il rosso e colossale deserto che domina l’Australia, è l’ancestrale terra degli spiriti aborigeni. Cercare di seguire le loro orme nella sabbia è la strada per il cuore di questo popolo. Appena il…