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L'angolo del penalista

Omicidio e Assoluzione “Per Gelosia”

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Nel 2018 si sono registrati 142 femminicidi, di cui più della metà per mano di partner o ex partner. Sono poche le donne che denunciano. La recente assoluzione di Antonio Gozzini, la cui gelosia lo ha reso incapace d’intendere e di volere e  ha determinato l’uccisione della moglie nel 2019, ha suscitato un forte clamore mediatico.

Tuttavia, è necessario comprendere esattamente cosa si intende per femminicidio e se si può davvero parlare di “assoluzione per gelosia”.

L’omicida è in casa

Si sente spesso parlare di femminicidio, ma di che si tratta?

A fornire una definizione completa è Diana Russel, attivista femminista e nota per aver coniato il termine “femminicidio” nel 1976 durante una campagna per la costruzione di un tribunale internazionale sui crimini contro le donne.

Questa, infatti, nel suo celebre libro “Femicide: The Politics of Woman Killing” afferma quanto segue: “II concetto di femminicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio e include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”.

Perciò, quando si usa il termine “femminicidio”, non ci si riferisce in generale agli omicidi le cui vittime sono donne, ma si vuole indicare l’uccisione di una donna da parte di un uomo in un contesto sociale che non combatte la violenza degli uomini contro le donne.

Secondo i dati Istat, nel 2017 sono state uccise 123 donne, di cui 44 per opera del partner e altre 10 dell’ex partner. Nel 2018, invece, sono stati 142 i femminicidi, di cui 78 per mano di partner o ex partner.

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Nel 28% dei casi, inoltre, le donne uccise avevano subito precedenti maltrattamenti spesso noti a terze persone. Le armi da fuoco sono il mezzo più utilizzato, seguite da armi da taglio e, a volte, le donne vengono uccise anche a mani nude.

Alla luce di tutto ciò, si può affermare che “l’omicida è in casa”: una volta su quattro è l’ex compagno ad uccidere, sebbene due volte su tre la relazione sia ancora in corso.

Se, inoltre, si esaminano gli esiti dei processi, è evidente che il 71,6% degli uomini che ha ucciso per ragioni sentimentali ha richiesto, poi, il rito abbreviato e ha ottenuto condanne poco severe.

Donne come “responsabili del femminicidio”

Spesso le donne vengono presentate come “responsabili del femminicidio” perché non denunciano. Dunque, da una parte, la vittima che non denuncia riproduce lo stereotipo della donna sottomessa e passiva; dall’altra, la donna “autonoma” è considerata all’origine di quel sentimento di frustrazione che fa scattare la “furia omicida”.

Ma quante sono le donne che denunciano?

I dati Istat dimostrano che nel 2017 solo una donna su mille si è rivolta ad un centro antiviolenza e, tra queste, due su tre sono state prese in carico, ossia hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Un ulteriore dato allarmante è che una vittima italiana su tre ha dichiarato che il personale sanitario a cui si è rivolta ha ignorato la violenza subita.

Tuttavia, è bene notare come ci sia stato un forte aumento di condanne tra il 2009 e il 2015: nel 2009 sono state 35 le sentenze di condanna, al contrario del 2016 in cui sono state all’incirca 1.600.

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Il caso Gozzini: la vicenda

La vicenda del caso Gozzini, durata diversi anni, ha inizio nella notte del 4 ottobre 2019, quando Antonio Gozzini, 81 anni, uccide a coltellate nel sonno la moglie Cristina Maioli, insegnante di 8 anni più giovane. Gozzini veglia il  cadavere della moglie per un giorno intero, tentando anche il suicidio, prima di chiamare la polizia e autodenunciarsi.

Sull’imputato erano state fatte delle perizie psichiatriche in cui si parlava di “rielaborazioni deliranti con specifico riferimento alle tematiche afferenti alla gelosia”: l’uomo aveva dichiarato di essere convinto, senza alcun riscontro nella realtà, che la moglie lo tradisse e che, per questo, non aveva potuto fare altro che ucciderla.

Il Pubblico Ministero, in primo grado, aveva chiesto la condanna all’ergastolo, mentre la difesa aveva richiesto l’assoluzione per incapacità d’intendere e di volere. Al termine del processo, nel dicembre 2020, il tribunale aveva assolto Gozzini poiché al momento del fatto lo aveva giudicato “non imputabile per vizio totale di mente”.

A distanza di un anno e mezzo ha inizio il processo in appello. Il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli, ha nuovamente richiesto la condanna di Gozzini, stavolta a 21 anni di carcere, ma anche in secondo grado Gozzini è assolto e trasferito, in attesa del passaggio in giudicato della sentenza, nella residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, cioè in una struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi.

Omicidio e assoluzione per “gelosia”: profili giuridici

La Corte d’Assise di Brescia, il 9 dicembre 2020, ha affermato che la “gelosia delirante” è sintomo di patologia psichiatrica che, laddove venga concretamente accertata quale causa di totale esclusione della capacità d’intendere e di volere nel momento della commissione del fatto omicidiario, si differenza dagli “stati emotivi passionali” disciplinati dall’art. 90 c.p. e costituisce “vizio di mente” rilevante ex art. 88 c.p. per escludere l’imputabilità del soggetto agente ed imporre la pronuncia di una sentenza di assoluzione.

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La sentenza in esame ha suscitato un forte clamore mediatico, anche a causa della cronaca che ne ha dato immediata notizia quale caso di uxoricidio concluso con una “assoluzione per gelosia”. La motivazione della sentenza fornisce una descrizione del diverso significato di “gelosia” a seconda che venga accertata quale mero “stato d’animo passionale”, con valenza di aggravante e indice di riscontro della premeditazione, o quale manifestazione di un “vizio psicotico”, ritenuto tale da incidere in modo determinate sulla capacità d’intendere e di volere dell’autore del fatto.

Autore: Federica Borgini

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Associazione studentesca bocconiana. Abbiamo lo scopo di promuovere attività di approfondimento e studio del diritto penale.

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