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In Siria non ci sono buoni o cattivi

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La Siria, che per secoli ha fatto parte dell’Impero ottomano, è incastonata nel cuore del Medio Oriente e confina a Nord con la Turchia, a Est con l’Iraq, a Sud con la Giordania, e a Ovest con Israele e il Libano, dove gode anche di un affaccio sul Mar Mediterraneo. Nel Paese sono presenti numerosi gruppi etnici tra cui: arabi, siriani, curdi, turcomanni, assiri, armeni, circassi e mandeani; assieme ad altrettanti numerosi gruppi religiosi tra cui: sunniti, cristiani, alauiti, drusi, ismaeliti, mandei, sciiti, salafiti, yazidi ed ebrei.
Gli arabi sono il più grande gruppo etnico, mentre i sunniti rappresentano il più grande gruppo religioso. Non stupisce che un proverbio locale reciti: “scegli prima il tuo vicino e poi la casa.”

Nel 2011, nel contesto delle primavere arabe che sconvolsero parte del Medio Oriente e del nord Africa, il Paese è stato teatro di imponenti manifestazioni popolari contro il regime di Bashshār al-Asad, figlio del dittatore Hāfiẓ al-Asad, che prese il potere nel 1970 nell’ambito della cosiddetta rivoluzione correttiva. Quella che, secondo le categorie di pensiero dei media occidentali, sembrava la miccia per una rivoluzione democratica, si è presto trasformata in una guerra totale.
Ribelli, forze di regime, USA, Gran Bretagna, Francia, Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Stato Islamico, Unità di protezione popolari curde… Questi, solo alcuni degli attori che hanno preso parte al dramma siriano. Tuttavia non ci sono parti di buoni o cattivi, vinti o vincitori, ma solo interessi economici e geopolitici, che hanno generato circa 400.000 morti e 7 milioni di sfollati, rappresentanti oltre la metà della popolazione siriana pre-conflitto.

Nel settembre del 2018, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il Presidente della Russia Vladimir Putin strinsero a Sochi un accordo per creare una fascia demilitarizzata di sicurezza nella regione di Idlib. L’area, da porre sotto la sorveglianza di 12 punti di osservazione affidati all’esercito turco, era situata al confine con la Turchia, e rappresentava una sorta di zona cuscinetto che avrebbe dovuto determinare una tregua al conflitto.
Il Presidente Assad aveva accettato l’accordo perché aveva chiesto e ottenuto il controllo dell’autostrada M5, strategica in quanto collegamento tra la capitale Damasco e la seconda città del paese, Aleppo, e anche perché una sospensione delle attività militari avrebbe permesso all’esercito regolare siriano, provato da quasi dieci anni di guerra, di riorganizzarsi.

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La regione di Idlib, che è uno dei 14 muhāfaza (governariati) in cui è organizzata la Siria, ha un’estensione di circa 6000 km quadrati. Si tratta di un’area poco più grande della Liguria dove però si decidono gli equilibri del mondo. È qui, che il 27 ottobre dello scorso anno ha trovato la morte il califfo Abu Bakr al-Baghdadi.
Il leader del sedicente Stato Islamico, braccato in un tunnel dal cane Conan, per non farsi prendere vivo si suicidò con una bomba. Potrebbe suonare ironico il fatto che sia stato il cane, l’animale più impuro per i musulmani, e le stesse bombe usate dai terroristi a determinare la fine dello Stato Islamico e la capitolazione dei fondamentalisti. (Un fatto interessante collegato a questa vicenda è stato quello del cane Conan, che in seguito all’accadimento è stato protagonista durante la conferenza del Presidente Trump della settimana successiva.)
Tuttavia l’ironia non c’entra; si tratta di una precisa strategia di deradicalizzazione messa a punto a tavolino dall’intelligence americana. Infatti, questo umiliante racconto della fine del califfo demolisce tutti i miti su cui si basa la propaganda propinata dai terroristi alle nuove potenziali reclute.
Ad ogni modo, c’è un proverbio arabo che recita: “non sederti mai nel posto di qualcuno che può dirti alzati!”. La presenza sul suolo degli americani e l’escalation di violenze per stanare i terroristi sono state usate come pretesto dal regime per riprendere il conflitto in modo da riconquistare la regione.

Ad oggi è evidente che l’accordo di Sochi è fallito, e anche nel peggiore dei modi possibili. Turchia e Russia sono alleate sulla carta ma nemiche sul campo.
Sono mesi che forze assadiste, appoggiate dai bombardieri russi, attaccano gli avamposti turchi, non facendosi scrupolo di colpire ospedali, forni, scuole e anche le tendopoli dove sono stanziati i profughi.
I bombardamenti vengono eseguiti anche allo scopo di depopolare la zona, in modo da favorire l’avanzata di Assad. Un paese contro il suo stesso popolo.

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L’anno scorso, Jamil Hassan, all’epoca capo dell’intelligence di Assad, si espresse così: “Meglio dieci milioni di siriani leali verso il presidente, che trenta milioni di criminali” e “… dopo otto anni di guerra, la Siria non accetterà la presenza di cellule cancerose, devono essere rimosse completamente. Il gregge va filtrato”. Ad ogni modo sono state le stesse forze di regime a incanalare i profughi nella regione.
Per ogni regione che veniva strappata ai ribelli, i militari permettevano a chi non volesse finire di nuovo sotto il controllo del regime di trasferirsi a Idlib in cambio della resa.

In Europa hanno destato molto scalpore e indignazione gli scontri di Lesbo tra la polizia greca e migliaia di migranti che cercavano di scappare da Idlib. Oltre alla condanna unanime verso la Grecia, si è parlato tanto di un ricatto da parte di Erdogan, colpevole di usare i migranti come pedine di scambio per un maggiore impegno europeo nel conflitto.
I profughi, però, sono in fuga dai bombardamenti di Assad e Putin, non da Erdogan; la loro unica via di salvezza è muoversi a Nord verso la Turchia, che ospita già sul suo territorio 3 dei circa 7 milioni di siriani in fuga.
È importante sottolineare come la gestione di circa 20.000 migranti l’anno abbia determinato una vera e propria crisi per i Paesi europei.
Ad avere maggiore interesse nella spinta dei profughi verso le coste europee è sicuramente il Presidente Putin che da anni cerca di spezzare la coesione dell’Unione Europea anche tramite finanziamenti monetari ai partiti di estrema destra, il cui programma elettorale si basa essenzialmente sulla difesa dei confini dai flussi migratori. Tuttavia è stata la stessa UE a porsi in una posizione ricattabile, finanziando il Presidente Turco per nascondere la polvere sotto il tappeto.

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Oggi i bombardamenti, che negli ultimi mesi avevano avuto cadenza giornaliera, si sono fermati; questo solo perché i militari turchi sono riusciti a schierare missili terra-aria. Senza i raid aerei le forze assadiste si ritrovano ad essere esposte e sono quindi costrette a ripiegare.
La Russia sembra aver accettato la reazione turca e possiamo solo supporre che a breve ci sarà un nuovo incontro.
L’Europa continuerà a fingere che la cosa non ci riguardi?

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