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La comunicazione politica sta cambiando molto in fretta: l’esempio americano

Comunicazione politica
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Quest’anno abbiamo assistito ad una campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti davvero particolare; infatti, soprattutto nella sua declinazione legata all’uso dei social network, si è potuta notare un’evoluzione considerevole rispetto alle scorse tornate elettorali. In che modo questo influenzerà la comunicazione politica nel resto del mondo? 

La campagna elettorale per la corsa alla Casa Bianca è sempre stata un laboratorio di comunicazione politica, che ha permesso agli esperti del settore di prevedere alcuni trend che successivamente si sono presentati nel resto del mondo. È quindi interessante analizzare come questa è cambiata in seguito all’affermarsi delle piattaforme di social network sulla scena del dibattito pubblico.

Tutto ha inizio con la comunicazione social di Barack Obama, che gli ha permesso di guadagnare vantaggio rispetto ai repubblicani per due tornate elettorali di fila: la presenza social di Obama, infatti, è stata molto più sofisticata rispetto a quella dei candidati repubblicani John McCain e Mitt Romney.

Nel 2016, invece, si è vista una campagna molto digital da parte del partito repubblicano, che rimarrà nella storia a causa dello scandalo che ha colpito la società Cambridge Analytica, che ha raccolto in modo illecito i dati personali di milioni di account Facebook al fine di usarli per scopi elettorali riconducibili alla campagna di Donald Trump.

Infine, quest’anno abbiamo assistito a una campagna che ha visto una forte attenzione da parte di entrambi i principali candidati alla presidenza nei confronti della comunicazione attraverso i social network. 

In un articolo, Paolo Bovio e Pietro Bellini, due esperti di comunicazione social, definiscono questa campagna elettorale come “la più digital di sempre”, anche a causa del fatto che l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha ridotto l’incidenza di tecniche di comunicazione tradizionali come i volantinaggi, il porta-a-porta e gli eventi dal vivo. 

Un dato interessante di questa campagna è che il presidente uscente partiva molto avvantaggiato, potendo comunicare a un ampio pubblico che ha costruito sulla base della notorietà acquista in questi anni. Infatti, la somma dei follower di Donald Trump sulle varie piattaforme supera quella dello sfidante Joe Biden di oltre sette volte; il candidato democratico non arriva a 19 milioni di follower quando il presidente uscente si aggira sui 140 milioni.

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Invece, passando all’aspetto economico: quanto hanno investito i due candidati in questa campagna social? Una risposta ce la può fornire l’“Online Political Transparency Project” della New York University: secondo i dati collezionati da luglio fino a due settimane prima dell’election day, il presidente uscente avrebbe speso 74 milioni di dollari, a fronte di 52,5 milioni spesi dal rivale Joe Biden.

Tra le novità che rappresentano elementi di discontinuità con la comunicazione politica messa in atto nel corso delle scorse campagne elettorali, salta subito all’occhio la decisione della nota congresswoman Alexandria Ocasio-Cortez, che al fine di sensibilizzare le generazioni più giovani e portarle al voto ha realizzato la terza diretta più seguita di sempre sulla piattaforma di streaming Twitch, giocando al gioco “Among Us”.

In che modo è invece variata la comunicazione tradizionale? Un altro ruolo chiave all’interno della narrazione che si è creata in questa campagna elettorale è stato giocato dai tradizionali dibattiti televisivi, che però secondo Dino Amenduni, docente di comunicazione politica all’Università di Perugia, hanno subito una perdita di centralità ed efficacia rispetto al passato.

Secondo l’esperto di comunicazione politica, questo fenomeno sarebbe stato determinato da vari fattori, primo fra tutti l’aumento delle occasioni di accesso ai contenuti politici, e secondo il fatto che il racconto e la narrazione che si creano sul confronto coinvolgono un numero di persone superiore rispetto a chi ha effettivamente ha assistito al dibattito. In altre parole, lo spin su come è andata è diventato il vero terreno di confronto.

Infine, parte di questa perdita di centralità sarebbe anche da attribuire ai limiti di struttura che presentano i dibattiti, poiché la televisione offre tempi ridotti ai candidati per potersi esprimere su temi complessi, e questo li porterebbe a semplificare enormemente il loro pensiero;  si va così alla ricerca della frase ad effetto che può condizionare la valutazione della performance del candidato nel suo insieme, invece di sviluppare un ragionamento compiuto.

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Questa tesi trova conferma nei dati: il primo dibattito presidenziale è stato visto da 11 milioni di persone in meno rispetto al primo confronto del 2016 tra Donald Trump e Hilary Clinton.

Infine, nel corso dello spoglio delle schede elettorali abbiamo assistito ad un altro fatto insolito, quando ad un certo punto i principali network televisivi hanno interrotto la messa in onda del discorso in diretta dalla Casa Bianca di Donald Trump, sostenendo che le sue dichiarazioni non andassero trasmesse in quanto false.

Sempre secondo Amenduni, “questa vicenda ricorda ancora una volta il potere dei media tradizionali, anche nel 2020, anche se cala ogni anno un pochino. Trump, contrariamente a quanto si è detto, non è stato “il presidente Twitter”, così come Obama non era stato “il presidente Facebook”: sono stati i media tradizionali a fornire un meccanismo di accelerazione delle dinamiche digitali”.

In conclusione, quest’anno abbiamo assistito a una campagna elettorale caratterizzata da una comunicazione che si è contraddistinta rispetto agli anni precedenti nei numeri e nei modi, presentando vari elementi di discontinuità che potrebbero rappresentare dei trend che andranno a influenzare la comunicazione politica delle prossime campagne elettorali nel resto del mondo. Generalizzando, si potrebbe affermare che anche la politica sta diventando sempre più social, e che i mezzi di comunicazione tradizionali stanno perdendo un po’ alla volta la propria centralità.

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Gabriele Bernard
Gabriele Bernard

I am a first-year student. I am interested in politics and political communication, classical music and robotics.

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